COSIMO DAMIANO DAMATO, IL REGISTA CHE FA DANZARE I LINGUAGGI DELL’ARTE

DI ANTONIO AGOSTA

Da Taormina. Cosimo Damiano Damato, classe 1973, nasce a Margherita di Savoia, un piccolo paese pugliese, luogo metafisico, monumentale, dove l’arte è come sospiro, come sussurro, come battito. Poeta, drammaturgo, sceneggiatore e regista, riesce a far danzare insieme linguaggi diversi: dal teatro al cinema, con la cifra poetica e civile che caratterizza il suo stile narrativo, apprezzato soprattutto nel mondo indipendente d’autore. A lui è stata dedicata la retrospettiva “Cosimo Damiano Damato: Visioni, fantasie, sogni, rivoluzioni, poesie e follie”. Cosimo Damiano è l’uomo che ascolta per poi scrivere i suoi racconti senza grandi ambizioni, lo fa toccando i suoi sentimenti intellettivi. Il suo ultimo film è “Prima che il Gallo canti – il Vangelo secondo Andrea”, uscito l’1 febbraio in esclusiva sulla nuova piattaforma tv d’autore LOFT e che vede la partecipazione amichevole, fra gli altri, di Vasco Rossi, Francesco Guccini, Claudio Bisio, Patty Pravo, Raf, Piero Pelù, Caparezza, Don Ciotti, Stefano Benni, Erri De Luca, Federico Zampaglione, Fiorella Mannoia, Patty Pravo. Ha scritto e diretto il videoclip a cartoni animati “Dalla pace del mare lontano” di Sergio Cammariere (Premio Miglior videoclip d’animazione al Roma VideoClip). A teatro ha lavorato con Luis Bacalov, Giancarlo Giannini, Arnoldo Foà, Catherine Deneuve, Michele Placido, Riccardo Scamarcio, Lucio Dalla, Renzo Arbore, Moni Ovadia e Antonella Ruggiero. Per citare qualche film: ha diretto il cartoon “La luna nel deserto”, scritto a quattro mani con Raffaele Nigro, con le voci di Michele Placido e Renzo Arbore (Special Screening al Festival di Venezia e al Giffoni), definito da Vincenzo Mollica “un film poetico che tocca e sconquassa il cuore”. Fra i suoi film cult “Una donna sul palcoscenico” con Alda Merini e Mariangela Melato presentato al Festival di Venezia alle Giornate degli Autori . Per il teatro ha scritto e diretto lo spettacolo musicale “Il bene mio” con Lucio Dalla e Marco Alemanno. Damato è reader e narratore in molti recital: è stato voce recitante nello spettacolo “Poetry Soundtrack” con il Premio Oscar Luis Bacalov e in “Elettroshock” con Antonella Ruggiero, “Lezioni d’amore” con Roberto Vecchioni, “Alda e il soldato rock” con Eugenio Finardi. Si è esibito insieme a Gherardo Colombo al Concerto del Primo Maggio a Roma, recitando “La libertà” di Giorgio Gaber. Documentarista apprezzato ha raccontato al cinema la vita dei grandi artisti italiani del ’900 fra cui Arnoldo Foà in “Io sono il teatro” (presentato alla Festa di Roma), Tonino Guerra in “Os-cia-la bellezza (con la partecipazione di Abbas Kiarostami) presentato al Festival del Cinema Europeo, Ottavio Missoni in “Missoni Swing” (con la partecipazione di Dario Fo e musiche di Renzo Arbore) presentato al Bif&st. Ha firmato la regia con Isabella Santacroce nello spettacolo teatrale “Via crucis”. Ha scritto e diretto diversi recital che hanno visto la partecipazione di Stefania Sandrelli, Isabella Ferrari, Fabrizio Bentivoglio, Carlo Delle Piane, Pamela Villoresi. “Tu non c’eri” è il film breve scritto da Erri De Luca che vede protagonisti Piero Pelù, Brenno Placido e Bianca Guaccero. Il film è disponibile in un cofanetto (libro+dvd) per Compagnia Editoriale Aliberti. Ha condotto il talkshow live “Cinquantanni d’improvvisazioni” con Renzo Arbore. Ha pubblicato “La quinta stagione”, un canzoniere che vede la prefazione di Erri De Luca (edito da Compagnia Editoriale Aliberti). Fra i riconoscimenti il Premio Matteo Salvatore, Premio Palmi Sud del Mondo e Roma VideoClip. In uscita il film breve “Fernando l’ultimo poeta rivoluzionario venuto dal Sud” dedicato al regista cult Fernando Di Leo con l’amichevole partecipazione di Michele Placido. Attualmente sta lavorando al lungometraggio d’animazione scritto con Erri De Luca “Il cielo in una stalla”. Come poeta ha pubblicato la trilogia “La stanza sul porto”, “La quinta stagione” e “L’ultima sequenza di un film di Jarmusch”.

Cosimo, da piccolo come vedevi il mondo? La regia faceva parte delle tue ambizioni?
Sono nato in un piccolo paese pugliese, Margherita di Savoia, città carica di poesia per le sue montagne bianche di sale, che mi hanno sempre ispirato qualcosa si sacro. Sacralità che è custodita anche nel mare. Ho vissuto in questo luogo metafisico, omerico, fra uomini che coltivavano il sale e pescatori. Scrivevo storie già da piccolo, in realtà non le inventavo ma le rubavo, le trovavo nel vento, erano le voci dei vecchi nelle controre del Sud magico e maledetto che si dimoravano nell’aria per restare, per sopravvivere, per non essere dimenticate. Questo per me era poesia, del resto la poesia è nell’aria, è in tutto, basta saperla cogliere, ed è quello che cercavo di fare. I versi li scrivevo ovunque, a volte poi diventavano storie disegnate, una sorta di storyboard. Del mondo mi piacevano i finali, pensate alla bellezza delle foglie d’autunno, hanno un bel modo di morire, molte storie le scrivevo proprio sulle foglie raccolte, e lo faccio ancora. Non avevo grandi ambizioni ma solo un’esigenza, quella di ascoltare, guardare per poi scrivere e raccontare. 
Sei sceneggiatore e regista allo stesso tempo, attivo soprattutto nel mondo del teatro. Quali sono le differenze percepibili tra la regia del cinema e quella del teatro?
Si può chiamare teatro, cinema o letteratura, o altra forma non importa, l’importante per me è riportare storie che abbiano un valore civile e poetico. Posso cambiare il linguaggio, un cartone animato, un documentario, una fiction, un recital, un musical, una poesia, una canzone, quel che conta è che mi commuova e mi spalanchi una finestra su un giardino segreto da dove guardare un albero crescere senza l’esigenza di sopravvivergli. Fra i generi e i linguaggi non faccio differenze stilistiche, anzi, vado spesso fuori tema sconfinando in altri campi, mi piace la contaminazione, mescere per reinventare visioni nuove. Sono mancino, di quelli che lasciano ancora i segni dell’inchiostro sulla carta e sulle dita, a guardare bene poi le macchie diventano ombre cinesi, mostri, angeli monumentali, curve di donne, lacrime, sangue, insomma c’è la vita vera nell’andare fuori da un rigo. Non c’è quindi differenza fra teatro e cinema, hanno in comune il jazz. 
Quali sono le tue emozioni, se di emozioni si può parlare, quando sei sul set pronto a dirigere gli attori per una storia sceneggiata da te? Sul set sei un regista esigente?
E’ sempre un atto rivoluzionario e sacro, è la perla che nasce nelle valve dell’ostrica, è la festa della condivisione, sul set sono tutti uguali, dal primo attore all’ultimo dei tecnici, mi piace ascoltare tutti, una democrazia artistica necessaria per guardare la luna da ogni angolo e riuscire a guardarla anche con gli occhi chiusi, e se non c’è la si inventa, la si immagina. Questo per me è il set.

Hai lavorato e frequentato poeti e attori importanti del cinema e della letteratura italiana, da Alda Merini a Mariangela Melato, da Arnoldo Foà a Tonino Guerra, poi Lucio Dalla e Luis Bacalov, solo per citarne qualcuno. A distanza di tempo, quali sono i tuoi ricordi professionali che ti tengono legato a loro?
Ho avuto il dono di fare grandi incontri nel mio viaggio artistico ed umano, ognuno mi ha insegnato qualcosa, dei grandi maestri di stupore, poesia e bellezza. Prima o poi scriverò un diario raccontando le storie vissute, e ce ne sono molte. Alda è stata la musa, e mi manca la sua voce al telefono. La Melato l’incanto e il coraggio, Foà lo sguardo civile di Chaplin, Guerra la scuola di fantasia, Bacalov la commozione di andare ad esibirci nei luoghi del Postino e sentire il ghigno di Troisi nell’aria. Lucio il vero genio e l’eterna fanciullezza. Penso anche ai silenzi e alla poesia della frequentazione di Abbas Kiarostami. Tu hai citato solo gli artisti che in questo momento sono seduti al Roxy Bar dei poeti, nel secondo tempo della vita, ma ci sono anche altri amici con cui continuo a condividere storie, fra tutti Erri De Luca, l’incontro con lui, l’amicizia, la scrittura condivisa, le battaglie, il vino, la poesia, mi ha cambiato profondamente. Non smetterò mai di ringraziarlo per il dono continuo della sua amicizia. Ci sono poi altri compagni come Piero Pelù, da ragazzo ascoltavo la sua musica e oggi siamo amici, abbiamo realizzato un film e credo faremo altre cose insieme. Altro artista fondamentale è Renzo Arbore, quando devo lavorare a un progetto nuovo, chiedo i suoi consigli. Renzo è veramente un artista generoso che ti ascolta e ti indica sempre la strada giusta. Fondamentale è stato anche il produttore siciliano Angelo Tumminelli, primo a credere in me, mi ha affidato regie importanti alla Versiliana con Scamarcio, Giannini, Placido, mi ha insegnato tanto e gli devo molto e proprio in questi giorni siamo tornati a lavorare insieme, realizzeremo un film con Lino Banfi dal titolo Chansonnier. Altro maestro ed amico è Moni Ovadia, un uomo saggio. Ma se scavo nei ricordi ci sono gli incontri con Dario Fo, Ermanno Olmi, il film mancato con Paolo Villaggio, insomma ne ho da raccontare.

Quali devono essere i rapporti, durante le riprese di un film, con gli attori scelti per interpretare un ruolo? Può nascere quella complicità che può sfociare in qualcosa di più importante?
E’ necessario stare dalla stessa parte, credere in quella storia che si sta raccontando, condividerne i valori, ci deve essere una corrispondenza di sensi per avere senso.

A quale sceneggiatura o doc-film sei più affezionato, e quale non rifaresti perché lo ritieni lontano dal tuo modo di concepire l’arte teatrale e cinematografica, oggi?
Devo dire che ogni lavoro per me è ancora prezioso, penso ad esempio al cartoon La luna nel deserto, un film contro la Bossi-Fini, uscito dieci anni fa ( e nulla è cambiato purtroppo). Una volta dopo una proiezione al Festival Clorofilla a Grosseto una coppia di settantenni, si presentarono mano nella mano, dicendomi che erano vent’anni che non si scambiavano un bacio e l’avevano fatto alla fine del film. Quando accadono queste magie il nostro lavoro ha un senso. Mi è capitato anche di provocare, con Isabella Santacroce realizzammo lo spettacolo “Via Crucis” in cui raccontavamo il dolore della scrittura. Ecco quello spettacolo avrebbe meritato una grande distribuzione. Fra le cose che avrei fatto in maniera diversa è Freedom, imparare la libertà che portai in scena con Gherardo Colombo. Il produttore di allora mi chiese di tagliare mezzo copione, con Gherardo c’era una bella sintonia e rispetto, accettai solo per rispetto di Gherardo che tra l’altro condivideva il mio lavoro. Ma se tutto dovesse andare in fumo, salverei dalle fiamme “Una donna sul palcoscenico” con Alda Merini, lì c’è tutto per capire il mio cuore e la mia visione.

Scendi mai a compromessi nel tuo lavoro?
Beh! se avessi accettato compromessi avrei già vinto qualche David. Non credo nei premi, nei concorsi, sono un autore da fuori concorso a vita, da non confondere con i fuori-corso. Qualche anno fa con Jacopo Fo abbiamo scritto un soggetto su sua madre Franca Rame. C’era l’interesse della Rai per una fiction ma poi non se ne fece nulla. La produttrice di allora mi disse: “ ma io toglierei la storia dello stupro, o se proprio dobbiamo lasciarlo non facciamo capire che sono stati quattro fascisti legati ai carabinieri”. Chiaramente ho cancellato il numero della produttrice dal mio telefono. Mi dispiace solo di averle fatto incontrare Dario, non meritava di incontrare il maestro. Ricordo le mani calde di Dario nel suo studio di Milano, i suoi occhi in tempesta nel raccontare il suo amore per Franca. “Tieni duro, fallo questo film e non scendere a compromessi, la storia è questa, quella che ti ho raccontato”. Chissà magari un giorno riuscirò a girarlo, so che ora Jacopo sta lavorando a un altro progetto su Franca con la produzione della Mori, magari io lo farò per il cinema, proprio qui a Taormina ieri parlavo con Simona Izzo, vuole leggere il soggetto, sia lei che Ricky mi piacciono molto, hanno uno straordinario coraggio nel fare cinema, c’è ancora quella purezza di un tempo.

Alla fine di ogni lavoro ti riconosci un po’ di più?
In ogni mio lavoro c’è sempre un pezzettino del mio cuore, dei miei deliri, della mia follia, della mia poesia, della mia sana ed eterna inquietudine.

Ti trovi al Taormina Film Fest per il tuo documentario: “Prima che il gallo canti…Il Vangelo secondo Andrea”, un viaggio spirituale di Don Andrea Gallo fatto attraverso la musica d’autore italiana. Un’opera dove affronti temi a lui cari, come l’amore, la solidarietà e la solitudine. Per certi aspetti una storia quasi mistica. Da cosa è scaturita questa tua scelta filmica?
Intanto devo ringraziare Gianvito Casadonte per l’invito, ritrovare poi qui Silvia Bizio, io la chiamo “ la donna di Bukowski” il suo documentario “You never had it” andrebbe visto per decreto in ogni scuola, è una perla di poesia e bellezza. Detto questo il film su Don Andrea Gallo è un atto d’amore per la sua poetica, per il suo Vangelo, per le sue battaglie civili, per il suo grande insegnamento. Questo lavoro mi ha fatto fare anche incontri straordinari come quelli con Vasco Rossi, se faccio questo mestiere è anche merito o colpa sua, a dieci anni ascoltai “Vita spericolata” e non son tornato più indietro. Il film nasce dal canovaccio teatrale a cui stavo lavorando con Don Gallo, pochi mesi prima del debutto ci ha lasciati e l’ho voluto portare in scena lo stesso, cambiando linguaggio, attraverso il documentario, sfidando fisica e ragione, facendo danzare la vita con la morte, questo film mi commuove anche per la presenza di Dario Fo. Poi c’è il dono di Stefano Benni a De Andrè ed altri amici straordinari, credo che in questo film ci sia il meglio della vera cultura italiana.

Hai rimpianti? 
Artistici molti: il film su De Andrè che voleva fare con me Paolo Villaggio, il tour in stile Buena Vista Social Club con Antonio Infantino e il concept “ Il bene mio” con Lucio Dalla interrotto solo dopo cinque date, l’ultima 20 giorni prima del suo volo e l’ultima sceneggiatura di Tonino Guerra “Il ballo proibito”, avremmo dovuto girare nella mia Puglia..

Il tuo primo pensiero quando ti alzi la mattina?
Più che un pensiero è un gesto, allungo il braccio e cerco le mani di Sibilla, la donna cui devo tutto, se sono l’uomo e l’artista che sono oggi lo devo solo a lei. Credo che non avrei scritto e girato nulla se non l’avessi incontrata. E ancora siamo qui e spero per sempre. Dopo il gesto arriva il pensiero ed è per mio figlio Christian Nirvana di 23 anni, sta finendo l’accademia di belle arti, è andato a vivere da solo da tre anni ed è stato uno strappo (confesso sono un quasi ragazzo padre che ha cresciuto suo figlio da solo da quando aveva sei anni, sembravamo usciti da una canzone di Enzo Jannacci). Dico sempre che lui non è figlio d’arte ma sono io a essere un padre d’arte, lui è il vero artista della famiglia Damato.