CASSAZIONE, ASSOLTO IL PRESUNTO STUPRATORE DI SARA TOMMASI

DI CLAUDIA SABA

Per molto tempo non si era più sentito parlare di lei.
Poi qualche mese fa a ‘Le Iene’, Sara Tommasi aveva raccontato della grave malattia che l’ha colpita: “Disturbo bipolare”.
Una condizione complicata causata in parte anche dalla cocaina a cui spesso aveva fatto ricorso negli anni e che l’aveva portata inevitabilmente, a non vivere più la sua vita.
Una vita fatta di strade tortuose, di persone senza scrupoli che a volte “usano” chi, come lei, viene a trovarsi in uno stato di difficoltà psichica.
Nel 2013 il suo agente, Fabrizio Chinaglia, approfitta di quella sua condizione e la costringe ad avere rapporti sessuali.
Due mesi di dipendenza da lui fino a quando Sara decide di uscire dal buio per provare, in qualche modo, a salvarsi.
Cinque mesi in ospedale dove riesce con difficoltà, a seguire una terapia.
Qui, si prendono cura di lei, riportandola gradualmente alla vita.
Oggi la sentenza della Cassazione, riporta Sara indietro nel tempo, violando nuovamente quella dignità che ha cercato di conquistarsi con fatica in questi anni.
Fabrizio Chinaglia, l’agente dello spettacolo che aveva approfittato di lei e della sua condizione di dipendenza, è stato assolto da ogni accusa.
La Procura aveva chiesto 8 anni per vari reati tra cui, violenza sessuale, induzione all’uso di droga, estorsione e violenza.
Per un lungo periodo, aveva
costretto Sara ad assumere cocaina sotto la minaccia di una pistola.

Questa la tesi affermata e confermata dall’accusa.
Eppure non è bastato.
Non sono bastati gli anni di umiliazione di Sara, anni di giudizi pesanti come mattoni, colpevolizzata dalla gente ma ancor di più, da se stessa.
Non è bastato aver subito, annientarsi e denunciare.
Non è bastato il suo dolore di donna alla sbarra, minacciata, abusata, violata.
Per i giudici:“Il fatto non sussiste”
Queste le motivazioni della sentenza pronunciata dal Tribunale di Milano.

Una sentenza che sconvolge, che lascia senza parole.
L’ennesima beffa ai danni di una donna violata.
Denunciare, provare, testimoniare.
Tutte azioni difficili da mettere in atto, per qualsiasi donna.
La tensione emotiva che provoca un processo per stupro, viene troppo spesso sottovalutata.
Quel sentirsi svuotate, violate, calpestate, non conta niente.
Eppure, in tutti questi anni di lotte, ci hanno detto che le violenze vanno denunciate, che solo in questo modo si può essere libere dal passato e costruire un futuro diverso per se e per le nuove generazioni.
Ma alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni, quante donne si chiederanno se ne vale ancora la pena?
E quante torneranno sui loro passi senza ricercare più la giustizia?
Una giustizia che si combatte nel corpo e nella testa di chi subisce ancor prima che in tribunale.
Ma questo non sembra essere così importante.
La devastazione che un atto del genere provoca in una donna, sembra proprio non interessare nessuno.
È di qualche giorno fa, anche un’altra sentenza della Cassazione che ha suscitato reazioni contrastanti e grande sconcerto.
Un’altra donna umiliata perché ubriaca al momento dello stupro.
Non si giudica il colpevole di un reato, si cercano piuttosto attenuanti sul perché quel reato è stato commesso per poi giustificare, accusare sempre la donna.
Perché nella nostra cultura è sempre lei quella che induce, che corrompe, che tenta.
Che si ubriaca, che ammicca, che provoca.
Un peccato originale che ci portiamo dietro sin da quando è nato il mondo.
Che non punisce quasi mai i colpevoli ma che anzi li
autorizza persino a ferire e ad umiliare le donne.
Lo dimostrano queste sentenze assurde, così tolleranti verso colpevoli che non varcheranno mai le soglie di un carcere.

Crimini senza giustizia perché ci sarà sempre un altro uomo che, dall’alto del proprio ruolo, continuerà a prescrivere la ricetta peggiore per le vittime: scontare lei la colpa primaria, di essere donna.