TRUE DETECTIVE – UNA GRANDE SERIE SULL’UMANO E QUEL CHE RESTA

DI FABRIZIO FALCONI

True Detective – Una grande serie sull’umano (e quel che resta).

MatthewMcConaughey in True Detective
Qualcuno ha scritto che True Detective è una serie sul tradimento, sul tradire. Non sono d’accordo.
True Detective, la produzione HBO, a mio avviso la serie tv più interessante e felice degli ultimi anni,  è un’opera sull’umano. Sul senso dell’umano. Sull’umanità. Su quel che resta dell’umanità – non poco, a dir la verità – negli anni scomodi e vacui del post-moderno.
Il plot narrativo – un caso non troppo originale di omicidi seriali a sfondo satanico, ambientati nel mondo rurale e surreale delle paludi della Lousiana – è soltanto un pretesto, per gli autori, interessati a sottoporci, sotto le vesti del classico flic+flic, una coppia di esseri umani (poliziotti) alle prese con le loro ugge esistenziali e con i loro fantasmi inconsci, con le ombre di cui non sono consapevoli e che dovranno elaborare per diventare umani, cioè veri.
A parte il virtuosismo stilistico con cui questa serie è girata (di cui si può avere un eloquente saggio cliccando QUI ) il vero prodigio della scrittura dell’opera è quello di lavorare sui due caratteri – nell’arco di sole otto puntate di 50 minuti l’una – con una minuziosa operazione di scavo, di introspezione a tutto tondo raramente riscontrabile in una messa in scena cinematografica o tanto meno televisiva.
Woody Harrelson/Martin Hart e Matthew McConaughey/Rust Cohle rappresentano emblematicamente le due polarità sulle quali si è incagliata la modernità occidentale, nel modo di affrontare un punto di vista sull’esistenza.
Harrelson/Hart è il materialista/epicureo, che vive alla giornata, difende (più per abitudine che per convinzione) i suo valori, è un equilibrista, abituato a comporre con uno stile di vita disinvolto dissonanze e fratture. L’importante è tirare a campare.  E se possibile, godersela un po’, seppure la vita è quel che è.
McConaughey/Cohle è per opposto, il nichilista/disperato, che sulla sua ferita (la perdita in un banale incidente della figlia di due anni) ha costruito una visione del mondo cupa e desolata.
Il doppio binario narrativo – le lunghe interviste ai due  realizzate dodici anni dopo gli eventi e l’indagine vera e propria in flashback – con i piani sequenza e i monologhi in camera (capacità tecniche mostruose di McConaughey) consentono lunghe riflessioni di puro tenore filosofico.
E se Cohle è Schopenhauer distillato senza aggiunte, Hart è un compendio di sano savoir vivre, che affonda le sue radici fin nei frammenti della scuola ateniese.
Se si accetta il gioco, True Detective riserva grandi sorprese, ed emoziona fin nel profondo. Con l’ultima, catartica ottava puntata (scioglimento dell’enigma e passaggio cristico dei due protagonisti attraverso le ombre del loro personale inferno) che rovescia i ruoli e i punti di vista, nell’ultimo commovente finale, all’esterno dell’ospedale, che qui riporto nella sua interezza. Otto minuti che meritano di essere visti (grandiosa prova di McConaughey) e ascoltati.
Fabrizio Falconi © – proprietà riservata/riproduzione vietata. 
Marty: “Talk to me, Rust.”
Rust: “There was a moment, I know, when I was under in the dark, that something… whatever I’d been reduced to, not even consciousness, just a vague awareness in the dark. I could feel my definitions fading. And beneath that darkness there was another kind—it was deeper—warm, like a substance. I could feel man, I knew, I knew my daughter waited for me, there. So clear. I could feel her. I could feel … I could feel the peace of my Pop, too. It was like I was part of everything that I have ever loved, and we were all, the three of us, just fading out. And all I had to do was let go, man. And I did. I said, ‘Darkness, yeah.’ and I disappeared. But I could still feel her love there. Even more than before. Nothing. Nothing but that love. And then I woke up.”
Rust breaks down, sobbing.

Marty: “Didn’t you tell me one time, dinner once, maybe, about how you used to … you used to make up stories about the stars?”
Rust: “Yeah, that was in Alaska, under the night skies.”
Marty: “Yeah, you used to lay there and look up, at the stars?”
Rust: “Yeah, I think you remember how I never watched the TV until I was 17, so there wasn’t much to do up there but walk around, explore, and…”
Marty: “And look up at the stars and make up stories. Like what?”
Rust: “I tell you Marty I been up in that room looking out those windows every night here just thinking, it’s just one story. The oldest.”
Marty: “What’s that?”
Rust: “Light versus dark.”
Marty: “Well, I know we ain’t in Alaska, but it appears to me that the dark has a lot more territory.”
Rust: “Yeah, you’re right about that.”
Rust insists that Marty help him leave the hospital, and Marty agrees. As they head to the car, Rust makes one final point to his former partner. 
Rust: “You’re looking at it wrong, the sky thing.”
Marty: “How’s that?”
Rust: “Well, once there was only dark. You ask me, the light’s winning.”