VIA D’AMELIO 26 ANNI DOPO. NON SI INTERROMPA LA RICERCA DELLA VERITA’

DI MARINA POMANTE

Quanti depistaggi, verità nascoste, sulla strage di via D’Amelio. Oggi ricorre il 26esimo anniversario della morte di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina.

“Non smettere mai di cercare la verità su quella strage” Il presidente della Repubblica Mattarella, ha voluto ricordare con queste parole il giudice Borsellino. Un monito quello del presidente, un’esortazione a non smettere di abbassare la guardia, di cercare la verità, di perseguire la giustizia, di ribellarsi alla mafia, solo così teniamo vivo il ricordo di questo eccezionale giudice che ha posto la propria vita al servizio dello Stato e con la vita, ha pagato la propria dedizione.
Il Capo dello Stato ha descritto il magistrato come un uomo probo, riservato, coraggioso e determinato, aggiungendo quanto le sue inchieste abbiano costituito delle pietre miliari nella lotta contro la Mafia in Sicilia.
Insieme all’amico e collega, Falcone, è diventato il simbolo dell’Italia che non si arrende e combatte la criminalità organizzata.
Restano indelebili nella memoria di ognuno di noi i momenti terribili.
Come un flashback, le immagini del dolore e dello sconforto, lo Stato sconfitto, ma dall’altra parte un Paese che unito, ha fatto sentire la sua voce, il suo affranto e disperato messaggio di unione e solidarietà.
“Sono vivi il ricordo e la commozione per il vile attentato di via D’Amelio dove persero la vita il Giudice Borsellino e i suoi agenti di scorta”, cita uno ad uno il Presidente della Repubblica.

L’appello di Mattarella nel giorno della memoria arriva dieci giorni dopo la sentenza Borsellino Quater, quando il Capo dello Stato aveva chiamato telefonicamente Fiammetta Borsellino, la figlia di Paolo che poi descrisse la telefonata come “affettuosa”, aggiungendo che il presidente, ribadendone la sua vicinanza le ha assicurato che si farà tutto il possibile per capire cosa sia accaduto.
Alla funzione commemorativa, la figlia ha detto: “ci sono molti momenti per ricordare, lo abbiamo fatto ieri in via D’Amelio, dove mia nonna ha piantato un albero d’ulivo e lo stiamo facendo adesso, questa mattina in chiesa, partecipando alla cerimonia religiosa”.
La funzione si è tenuta alla chiesa San Francesco Saverio a Palermo, Fiammetta Borsellino ha anche detto che non parteciperà ad altre cerimonie ufficiali in giornata. Non erano presenti i due fratelli del giudice Borsellino, Rita e Salvatore.


Nel corso della cerimonia la nipotina di Borsellino, Fiammetta, che non ha fatto in tempo a conoscere il nonno, ha portato il suo messaggio con una letterina dove aveva scritto: “Caro nonno, mi dispiace per il 19 luglio 1992. Certo se tu fossi vivo, avresti capito quanto ti coccolerei. Ti voglio bene, la tua nipotina Fiammetta Borsellino. Le parole della letterina erano accompagnate dal disegno di un grande cuore colorato.

 

E’ proprio questo che dovrebbe indurci a non smettere di cercare la verità, perchè le vittime di Mafia non si fermano a colui che è colpito, ma colpiscono indirettamente tutti i familiari. Siamo noi che dovremmo chiedere scusa alla piccola Fiammetta, perchè non siamo stati capaci di proteggere il nonno.

Anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha voluto essere presente per onorare il magistrato e citando i nomi del giudice e degli agenti di scorta ha detto: “coltiviamo la loro memoria nella lotta quotidiana alle mafie. La ricerca della verità su via D’Amelio è un dovere per l’Italia che crede nel loro esempio e nell’onestà.
Messaggi in memoria al giudice e alla scorta sono giunti da moltissimi rappresentanti delle istituzioni e della politica, in larga parte mediante i social network.

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini su facebook dove lancia l’hashtag” la mafia fa schifo, ha scritto: “il modo migliore per onorare la memoria di Borsellino e di tutte le vittime della mafia è combattere con sempre più forza questi schifosi”, chiude dicendo: “farò di tutto per combattere la mafia con i fatti, non con le parole”.

26 anni di depistaggi e tradimenti 
Dal quotidiano Repubblica il grido di Fiammetta Borsellino che chiede risposte ai tanti interrogativi sui depistaggi e sulle menzogne della vicenda della strage di Via D’Amelio.
Pone tredici domande e tutte meritano risposta.
“Domande su un depistaggio iniziato nel 1992, ordito da vertici investigativi ed accettato da schiere di giudici”, scrive Fiammetta in una lettera pubblicata dal quotidiano.
La risposta alla prima domanda e proprio quella che vorremmo tutti conoscere:
Il primo quesito che pone è: “sulla mancata messa in atto di tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l’obiettivo numero uno di Cosa nostra” e prosegue nel chiedere anche perchè ci sia stata trascuratezza nella protezione della scena del crimine e della conseguente sparizione dell’agenda rossa. “Perché i pm di Caltanissetta non ritennero mai di interrogare il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, che non aveva informato mio padre della nota del Ros sul ‘tritolo arrivato in città‘ e gli aveva pure negato il coordinamento delle indagini su Palermo, cosa che concesse solo il giorno della strage, con una telefonata alle 7 del mattino?”, prosegue la donna. “Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire?”.
Interrogativi che sono come macigni, Fiammetta Borsellino ascoltata ieri dalla commissione antimafia della assemblea regionale siciliana “le motivazioni del Borsellino quater, hanno avvalorato quanto sapevamo sui depistaggi cominciati a partire dal ’92. Io racconto i fatti mi riferisco a dati contenuti nelle carte processuali. Le mie non sono opinioni. I nomi non li faccio io, ma sono negli atti. Se la procura di Caltanissetta e i magistrati del tempo hanno fatto male, è giusto che rendano conto del loro operato” . ha poi proseguito “Continueremo con martellanti richieste fino a quando la verità non verrà a galla”, riferendosi ovviamente alle motivazioni della sentenza dei giudici della corte d’Assise di Caltanissetta, che hanno confermato che le prime indagini sulla strage di via D’Amelio costituiscono “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”.

Da Repubblica: le domande di Fiammetta Borsellino.

1. Perché le autorità locali e nazionali preposte alla sicurezza non misero in atto tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l’obiettivo numero uno di Cosa nostra?

2. Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze in ambito di mafia?

3. Perché via D’Amelio, la scena della strage, non fu preservata consentendo così la sottrazione dell’agenda rossa di mio padre? E perché l’ex pm allora parlamentare Giuseppe Ayala, fra i primi a vedere la borsa, ha fornito versioni contraddittorie su quei momenti?

4. Perché i pm di Caltanissetta non ritennero mai di interrogare il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, che non aveva informato mio padre della nota del Ros sul ‘tritolo arrivato in città’ e gli aveva pure negato il coordinamento delle indagini su Palermo, cosa che concesse solo il giorno della strage, con una telefonata alle 7 del mattino?

5. Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire?

6. Cosa c’è ancora negli archivi del vecchio Sisde, il servizio segreto, sul falso pentito Scarantino (indicato dall’intelligence come vicino ad esponenti mafiosi) e sul suo suggeritore, l’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera?

7. Perché i pm di Caltanissetta non depositarono nel primo processo il confronto fatto tre mesi prima fra il falso pentito Scarantino e i veri collaboratori di giustizia (Cancemi, Di Matteo e La Barbera) che lo smentivano? Il confronto fu depositato due anni più tardi, nel 1997, solo dopo una battaglia dei difensori degli imputati.

8. Perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni di Scarantino e non fecero mai il confronto tra i falsi pentiti dell’inchiesta (Scarantino, Candura e Andriotta), dai cui interrogatori si evinceva un progressivo aggiustamento delle dichiarazioni, in modo da farle convergere verso l’unica versione?

9. Perché la pm Ilda Boccassini (che partecipò alle prime indagini, fra il giugno e l’ottobre 1994), firmataria insieme al pm Sajeva di due durissime lettere nelle quali prendeva le distanze dai colleghi che continuavano a credere a Scarantino, autorizzò la polizia a fare dieci colloqui investigativi con Scarantino dopo l’inizio della sua collaborazione con la giustizia?

10. Perché non fu mai fatto un verbale del sopralluogo della polizia con Scarantino nel garage dove diceva di aver rubato la 126 poi trasformata in autobomba? Perché i pm non ne fecero mai richiesta? E perché nessun magistrato ritenne di presenziare al sopralluogo?

11. Chi è davvero responsabile dei verbali con a margine delle annotazioni a penna consegnati dall’ispettore Mattei a Scarantino? Il poliziotto ha dichiarato che l’unico scopo era quello di aiutarlo a ripassare: com’è possibile che fino alla Cassazione i giudici abbiano ritenuto plausibile questa giustificazione?

12. Il 26 luglio 1995 Scarantino ritrattava le sue dichiarazioni con un’intervista a Studio Aperto. Prima ancora che l’intervista andasse in onda, i pm Palma e Petralia annunciavano già alle agenzie di stampa la ritrattazione della ritrattazione di Scarantino, anticipando il contenuto del verbale fatto quella sera col falso pentito. Come facevano a prevederlo?

13. Perché Scarantino non venne affidato al servizio centrale di protezione, ma al gruppo diretto da La Barbera, senza alcuna richiesta e autorizzazione da parte della magistratura competente?”.

Al tempo dei cruenti omicidi mafiosi di Falcone e Borsellino, lo Stato pativa una condizione di presumibile inferiorità nei confronti dellla mafia, ma quelle “vittorie mafiose” innescarono il moto distruttivo che le avrebbe investite.
Lo Stato reagì e quella temporanea sconfitta, dette nuova linfa alla lotta contro la mafia.
Secondo un rapporto della Dia, pubblicato sul quotidiano la Sicilia, la mafia dopo la morte del “Capo dei Capi” Totò Riina, vive una “fase di transizione e di rimodulazione contraddistinta da forti tensioni”, secondo il rapporto, difficilmente a Riina succederà Messina Denaro, è invece probabile ipotizzare che si attuerà una gestione operativa di tipo collegiale, in linea con la strategia degli ultimi anni.

Lo Stato quindi, è adesso che deve approfittare di questo momento di “incertezza” mafiosa, perchè se è vero che in cima alla piramide, resta vacante il ruolo di “Capo dei Capi”, è logico pensare che seppure connessi tra loro, i vari gruppi mafiosi vivano di relativa autonomia e questo li rende maggiormente esposti.

Non solo per Borsellino, per Falcone e per tutti gli uomini che hanno dato la loro vita per servire e difendere lo Stato, ma per noi stessi, per i nostri figli e per non vedere più in futuro una bambina che con un cuore colorato saluta il nonno mai conosciuto.