CARO BONAFEDE, NON BASTA QUEL ‘VALUTEREMO’. OCCORRE CHIEDERE E PRETENDERE RISPOSTE SULLA MORTE DI BORSELLINO

DI CLAUDIO FAVA

Conosco Alfonso Bonafede, oggi ministro della Giustizia, dall’inizio della scorsa legislatura quando si unì all’intergruppo dei “braccialetti rossi” che avevo costituito alla Camera per lavorare sulla riforma del reato di scambio elettorale politico-mafioso. Lo considero uno dei più preparati e meno indottrinati tra i giovani dirigenti del movimento 5 Stelle. Anche per questo stamattina, ad una discussione radiofonica a cui partecipavamo insieme sul depistaggio nell’inchiesta di via D’Amelio, sono rimasto stupito e deluso dalla sua risposta al giornalista che gli sollecitava l’urgenza di aprire gli archivi dei servizi segreti per capire che ruolo ebbero in quelle indagini: “Valuteremo”, ha detto Bonafede, col tono pacato e responsabile del neoministro. E a me sono cadute le braccia.
Perché “valuteremo” è un doroteismo ridicolo in bocca a chi voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Perché “valuteremo” è una fuga dalla verità, cioè dal più clamoroso depistaggio processuale dell’Italia repubblicana, gestito anzitutto dal Sisde che assunse la piena ed esclusiva titolarità sulle indagini di polizia dopo la morte di Borsellino e dei suoi agenti. Perché “valuteremo”, dopo 26 anni di menzogne di Stato, reticenze, inganni e silenzi, è una parola da bandire dal vocabolario della politica: che tu stia all’opposizione o al governo, nulla importa. Importa che la verità (che viene assai prima della cosiddetta legalità) sia considerata bene primario, priorità indiscussa, obiettivo civile e politico al di là di qualsiasi diplomazia istituzionale.
Lo scrivo perché so che non c’è nulla da valutare: c’è solo da pretendere. Che gli archivi dei servizi (ieri Sisde, oggi Aisi) ci consegnino la verità sulla catena di comando e di responsabilità che permise ad Arnaldo La Barbera, al tempo stesso capo della mobile di Palermo e uomo “coperto” dei servizi con il nome in codice di Rutilius, di assumere la direzione nelle indagini e, dunque, nel depistaggio. La sentenza del Borsellino Quater ci ricorda come quella delega al Sisde abbia violato tutte le prassi e le regole istituzionali, precostituendo il terreno propizio per inventarsi un falso pentito, istruirlo, imbeccarlo e fabbricare tre gradi di giudizio che con i veri responsabili di via D’Amelio non avevano nulla a che fare.
Oggi c’è solo il dovere urgente di formulare, nelle sedi istituzionali, le domande inevase per un quarto di secolo. E di pretendere, da chi c’era e da chi c’è, risposte puntuali. “Valuteremo” è verbo al futuro: qui invece si tratta di rimettere sguardo e mani nel passato, rivangarlo e dissodarlo. E se qualcuno pensa che questo sia il pio ed esclusivo compito di orfani e vedove nei giorni degli anniversari non ha capito nulla. La verità devono pretenderla tutti. Anzitutto coloro che, oggi al governo del paese, a lungo hanno riempito le loro piazze al grido di “onesta!”. Perché chiedere e pretendere risposte è la prima e più autentica forma di onestà.