DA TEATRANTE A SCRITTORE PASSANDO PER UN ESILIO. ECCO CHI È MARCO PAOLINI 

È di poche ore fa la notizia della morte della donna tamponata da Marco Paolini sull’autostrada che collega Venezia Est e Venezia Sud. È bastato un attimo, una distrazione, un gesto fatale e anche chi non lo aveva mai sentito nominare lo trova lì, sbattuto in prima pagina. E dire che di motivi per essere celebre, Marco Paolini ne aveva ben altri.
Drammaturgo, attore e poi scrittore. Classe 1956, un’infanzia come tante nel trevigiano, padre ferrotranviere, madre casalinga. E un sogno nel cassetto, esternato al quarto anno di studi universitari “Papà, voglio fare l’attore”. “Se pensi che quella sia la tua strada, allora seguila”. Certo, i tempi erano diversi, e dire di avere un figlio che voleva fare l’attore non era “trendy” come oggi. E allora era meglio tacere, far finta che gli studi proseguissero. Poi, nel 1993, la svolta: il figliol prodigo va in scena con “Il racconto del Vajont”, la storia dell’omonima diga costruita nel 1956 e degli eventi che portarono al disastro del 9 ottobre del 1963, ovvero una frana costata la vita a quasi duemila persone. Prima a casa di amici. Poi nelle piazze, nelle scuole, negli ospedali e nei circoli culturali. Applausi, riconoscimenti e standing ovation. E nel 1997, la messa in onda su Rai 2. Ed eccolo lì, il “laureato”, ormai nasconderlo era impossibile. E poi perché farlo? Tre milioni e mezzo di telespettatori, un premio per la regia televisiva: si può dire che l’astro Paolini era ormai nato e da lì la carriera non poté che andare in ascesa. Il genere era quello del monologo e presto Paolini divenne uno dei principali esponenti, insieme a Laura Curino e Marco Baliani, della prima generazione del cosiddetto teatro di narrazione, una tipologia di teatro che sulla scia della lezione del “Mistero Buffo” di Dario Fo, si fonda sul racconto di un protagonista che, senza interpretare alcun personaggio, assume la funzione di narratore e servendosi del monologo, racconta la realtà nelle sue connotazioni sociali, politiche e storiche. Un teatro certamente impegnato, verrebbe da dire, ma nazionalpopolare allo stesso tempo, in grado di annoverare, tra il pubblico, persone di ogni tipo, non solo i cosiddetti puristi. Storie, contenuti e memorie della sua terra divengono gli elementi attorno a cui si sviluppano ogni volta le tematiche, rendendo il suo teatro unico e riconoscibile in qualsiasi contesto. Un impegno costatogli perfino un esilio, quando nel 1999 per appoggiare la protesta degli orchestrali del teatro comunale di Treviso, si presentò in mutande in Piazza dei Signori prendendo in giro il sindaco leghista Gentilini anche per quelle panchine tolte dal parco per evitare che ci si sedessero gli extracomunitari. Il verdetto fu inappellabile: da quel giorno su Treviso fu messo un veto riservato esclusivamente all’artista che non poté più accedervi. Un esilio durato ben 14 anni, ma che non scalfì minimamente la sua immagine e, anzi, ne definì ancora di più l’identità di artista impegnato.
E nel privato? 62 anni, marito di Michela Signori, operatrice teatrale e televisiva conosciuta negli anni 90, e un bambino di tre. Una casa a Mira, gli amici, è quasi strano pensarlo in una vita normale. E non lo è, in effetti, poiché perfino il piccolo comune di neanche 40.000 abitanti è stato scelto in funzione di un altro progetto professionale che prende il nome di Jolefilm, la società di produzione teatrale e cinematografica messa in piedi insieme alla moglie e tutt’oggi attiva in quel di Padova: laboratorio di idee, di progetti, di spunti e di iniziative, la società è divenuta, nel tempo, una vera e propria seconda casa.
Un tragico incidente sta sconvolgendo la vita del drammaturgo in queste ore, rimasto illeso fisicamente, ma non certo moralmente e assuntosi immediatamente la colpa di quanto accaduto. Viene difficile, dopo averlo visto calcare quei palcoscenici, pensarlo con un’accusa per lesioni gravi che potrebbe trasformarsi in qualcos’altro.