MAR GASOL: UN GRANDE CESTISTA CHE NON DIMENTICA LA SUA ANIMA

DI RENATA BUONAIUTO

Due metri e 16 centimetri è questa l’altezza di Marc Gasol, il cestista spagnolo che dal 2008 milita con la Memphis Grizzles, nella NBA. Gasol è nato a Barcellona il 29 Gennaio 1985, suo padre infermiere, sua mamma medico, ha familiarizzato subito con il pallone da basket. Il fratello maggiore Pau, gioca da professionista e come lui è ritenuto fra i migliori giocatori spagnoli.
Ma Gasol, ha respirato anche la professione dei suoi genitori, quel desiderio di aiutare gli altri, sfruttando le proprie competenze, ampliandole e mettendole a disposizione di quanti ne avessero bisogno.
Fare il medico, un tempo era chiamata “vocazione”, non bastava essere bravo, ma anche umano, sensibile, attento, forse è stato proprio questo a rendere Marc Gasol così speciale.
Una foto apparsa sul web ha immortalato il giovane “gigante”, immerso nelle acque del Mediterraneo mentre soccorre Josephine. Un suo twitter racconta il perché si trovasse lì.
Frustración, rabia y mucha impotencia. Increíble que se abandonen personas en medio del mar. Admiración profunda para los que estos días son mis compañeros de equipo”.
Facile anche per un italiano, comprenderne il significato, rabbia ed impotenza dinanzi a tante persone abbandonate in mare. La foto del piccolo Aylan Kurdi, ritrovato sulla riva come un “bambolotto” abbandonato aveva turbato profondamente Gasol che da quel momento ha deciso di non voler essere spettatore di una tragedia ma, diventare protagonista di una lotta per la vita.
Si avvicina alle Ong, di cui tesse le lodi, e dallo scorso anno decide che terminato il campionato, sarà su una di quelle navi a prestare il suo aiuto, in qualità di volontario. Incontra Òscar Camps, fondatore di Proactiva Open Arms, ascolta le sue parole, sente la disperazione di un popolo che non vede altra soluzione che la fuga, e decide che da quel momento la pausa del campionato, le sue ferie saranno lì su quell’imbarcazione e l’equipaggio suo “compagno di squadra”.
E’ commovente vedere un giovane di soli 33 anni, fondere i suoi occhi in quelli di Josephin, e percepire da quelle parole tutta la sua rabbia verso un mondo diventato così arido da non comprendere nemmeno la disperazione di questi uomini, donne e bambini che ogni giorno fuggono alla morte nella speranza di poter ancora costruirsi un futuro.
Il suo impegno non si ferma lì, torna sui campi della vecchia squadra di basket a Girona e organizza un discorso durante il “Campus estivo”, perchè i giovani devono sapere, devono comprendere quanto dolore esista nel mondo. Racconterà tutto anche ai suoi due figli, è giusto che sappiano, come è giusto che i governi comprendano che questa tragedia non può e non deve trasformarsi in numeri, si tratta di persone, “Assumersi la responsabilità delle persone in difficoltà è una buona cosa”.
Immagino Josephine, dopo 48 ore di agonia, sola in mezzo al mare, aggrappata ad un pezzo di legno, unico legame ancora con la vita, un filo sottile di speranza che continuava a sorreggerla mentre le forze venivano meno. I suoi occhi svuotati da qualunque luce, sospesi in un tempo infinito all’improvviso hanno incontrato quelli dei suoi soccorritori. Cosa avrà provato quando delle mani hanno incrociato le sue, quando il gigante buono comparso dal nulla, le ha circondato le spalle, sorretto il volto, ripetuto è tutto finito ci siamo noi a prenderci cura di te adesso. Cos’avrà provato quando ha lentamente sentito la sua anima ritornare in quel corpo da cui stava disperatamente fuggendo via, cos’avrà pensato quando ha capito che forse un futuro stava nascendo finalmente anche per lei…
Salvini in questi giorni parla di legittima difesa, si vocifera di liberalizzazione delle armi, si ribadisce la necessità di “difenderci”. Forse per una volta ha ragione, dobbiamo effettivamente difenderci tutti ma non da migranti clandestini, da neri arrivati qui con intenti omicidi, non da bambini orfani e spaventati. Dobbiamo difenderci da noi, dalla nostra totale incapacità di sentire ancora, provare ancora sentimenti come l’amore, la condivisione, la lealtà, la generosità. Stiamo uccidendo, giorno dopo giorno le nostre anime, le stiamo buttando via senza voltarci indietro, troppo presi dai nostri egoismi, dalla questa eterna e mai soddisfatta smania di protagonismo.
Per uccidere le nostre anime non occorrono pistole, bastano le parole urlate da una piazza, i messaggi lasciati nella rete e pescati da uomini e donne provate da una vita certo non sempre facile, basta l’egoismo di un singolo, perché tante anime possano restare soffocate ed incapaci di ritrovare la forza per riunire i frammenti dei nostri cuori e riportare la speranza, la fede.
Marc Gasol un’ anima ce l’ha e non la tiene solo stretta a sé ma l’ha condivisa con Josephine e con le mille anime disperse nell’oceano della disperazione. Una lezione di meravigliosa generosità è arrivata da un grande campione, un esempio per centinaia di giovani che sognano di imitare il grande cestista, di raggiungere i suoi successi e che oggi forse avranno un motivo in più per applaudirlo e chissà, speriamo, imitarlo.