50 ANNI FA MORIVA GUARESCHI, CREATORE DI DON CAMILLO E PEPPONE

DI GIANCARLO GOVERNI

Per me Don Camillo e l’Eur, da ragazzo, mi facevano lo stesso effetto: ne ero attratto, però la mia cultura non me lo faceva ammettere. Mi piaceva il Palazzo della Civiltà del Lavoro, che noi romani avevamo ribattezzato “il Colosseo quadrato”, mi piaceva il Palazzo dei Congressi, mi piacevano le larghe vie con i portici che ti davano la sensazione di essere in una città irreale, quasi avveniristica, ripresa da un quadro di De Chirico. Mi piaceva anche il Foro Italico, con i suoi stadi monumentali, i suoi pavimenti in mosaico e i palazzi dipinti in rosso pompeiano. Mi piaceva Don Camillo e mi piaceva soprattutto Peppone, mi piaceva quella loro competizione infinita su cui riuscivano a trovare sempre un accordo di fondo. Si faceva presto a capire che Don Camillo e Peppone erano due italiani, mossi dalle stesse passioni e dagli stessi sentimenti, divisi soltanto dalla politica.
E mi era sembrato di capire che le simpatie di Guareschi andassero non al pretone prepotente ma al sindaco sanguigno e un po’ coglione, che sogna di fare nella Bassa Emiliana il paradiso dei proletari, come l’avevano fatto in Russia. La stessa intuizione l’avevano avuta il regista e il produttore del film che avevano offerto, proprio a Guareschi, la parte di Don Camillo. Guareschi girò le prime scene, poi alzò le braccia e disse “recitare non è mestiere mio” e aprì la strada a quello straordinario attore che era Gino Cervi.
Poi, quando mi sono maturato, mi sono detto: l’Eur con la sua architettura razionalista è bellissimo, è un capolavoro che si aggiunge ai millenni di storia dell’arte che convivono nella Città Eterna, così Don Camillo ci racconta una Italia unica e irripetibile, che cerca una sua unità e anche una sua concordia nazionale.
Oltre ai film, lessi i racconti e poi imparai a conoscere il personaggio Giovannino Guareschi, un tipo tosto, uno che non si arrendeva mai, neppure quando, da miliare italiano, si ritrovò internato in un lager nazista. “Non muoio nemmeno se mi ammazzano” disse a se stesso e fu così perché visse quel terribile periodo della sua vita da uomo libero, dentro. E quella esperienza ce la raccontò in un libro bellissimo, Diario clandestino.
Oppure come quando fu sfidato dai compagni di Reggio a un pubblico dibattito. Giovannino si presentò solo nel teatro di Reggio, che brulicava di compagni e di bandiere rosse. Quando i compagni lo videro, lo subissarono di applausi in onore al suo coraggio. Giovannino si commosse e le prime parole che pronunciò furono: “compagni mi avete fregato!”. O quando, da direttore di Candido, si trovò a pubblicare lettere, risultate false, che calunniavano De Gasperi, prese la sua sacca e se ne andò in carcere a scontare la condanna, senza cercare di scusarsi, di chiedere grazia. E nella storia d’Italia rimase l’unico giornalista ad andare in prigione per un reato a mezzo stampa.
Alla fine degli anni Settanta, gli anni di piombo e della follia politica, dove tanti, troppi, giocavano alla rivoluzione e alla controrivoluzione, mi ritrovai, insieme al mio amico e sodale Franco Bonvicini, il grande cartoonist che si celava dietro il nome di Bonvi, a leggere a Lucca, durante il Salone dei Comics, una recensione di Don Camillo, ripubblicato dopo diversi anni dalla Rizzoli, che incominciava così: “Prendere in mano questo libro è come averlo raccolto da una pozzanghera…”.
Bonvi e io, giovani di sinistra che avevano letto e apprezzato Guareschi, fino a quel momento quasi “clandestinamente”, decidemmo di uscire allo scoperto e proponemmo alla direzione del Salone di dedicare una grande mostra a Giovannino Guareschi, che era anche vignettista e disegnatore.
La nostra proposta cadde nel silenzio più imbarazzato e Bonvi ed io abbandonammo la riunione.
Oggi, dell’autore di quella recensione si è perso persino la memoria (io stesso non ricordo neppure il nome), mentre l’opera di Guareschi continua a vivere con i suoi libri e con i suoi film, che sono più replicati dei film della Walt Disney. E mi piace pensare che, se Peppone e Don Camillo avessero continuato a vivere anche nella realtà, il Comune di Brescello non sarebbe stato “commissariato per mafia”, come sciaguratamente è successo.