ELEZIONI EUROPEE: APERTA LA GRANDE QUESTIONE DEL SOCIALISMO

DI CARLO PATRIGNANI

A maggio 2019, tra meno di un anno, si voterà per rinnovare il Parlamento europeo: un appuntamento, questa volta, importantissimo e da non sottovalutare, perchè in ballo c’è – in un’epoca fortemente caratterizzata dalla globalizzazione e dal trionfo del neoliberismo – il futuro del Vecchio Continente che si regge solamente su una fragilissima e traballante unità finanziaria.

Eppure un’Europa unita e forte sul piano culturale, politico, sociale bisogna farla: poco dovrebbe contare il modello – federale o meno – che si sceglierà perchè quel che conta, la priorità assoluta, è – a maggior ragione per la diffusione di movimenti populisti di destra e di estrema destra – l’elusa questione culturale, politica e sociale, ossia la questione aperta del socialismo.

La Pasokification, ossia il declino e la debacle dei partiti socialisti e socialdemocratici soprattutto, dal 2009 in avanti – il crollo del Pasok greco dal 44% al 5%, la fine del Psf ridotto a 30 seggi dei 280 all’Assemblea nazionale, del Labour olandese caduto al misero 5,7%, della Spd tedesca scesa ad appena il 20% dei consensi, del Pd passato dal 41% del 2014 al 18,8% del 2018 – ha aperto un’autostrada ai populismi di destra e di estrema destra, come a quelli di sinistra.

E’ stata una catastrofe non solo elettorale ma culturale, politica e sociale, derivata dall’aver abbracciato il neoliberismo, il dogma del libero mercato che tutto aggiusta, avviato dal duo Reagan-Thatcher per cui la società non esiste, proseguito con la terza via del trio Clinton-Blair-Schroeder fatta propria dai governi di centro-sinistra, e arrivata ai nostri giorni con l’esplosione dei movimenti populisti pronti a sfruttare le enormi diseguaglianze economico-sociali.

Il socialismo è morto hanno per anni detto e ridetto le elite del moderno corso neoliberista e i mezzi d’informazione mainstream hanno fatto l’ecolalia alla fine di  destra e sinistra, categorie ataviche e superate, nella dicotomia uguaglianza-disuguaglianza, attraverso intellettuali e maitre a penser della scuola di pensiero neoliberista: un’offensiva a cui la sinistra non solo non si è opposta, ma l’ha addirittura sostenuta con la dicotomia innovazione-conservazione.

Nonostante i continui funerali e i de profundis intonati a giorni alterni, il socialismo non è morto, anzi pare addirittura in ripresa e in due paesi a forte tradizione capitalistica rinnovatasi nella versione finanziaria e neoliberista dominante: negli Usa con il socialismo democratico – il Dsa – di Bernie Sanders e in Inghilterra con il socialismo delle origini di Jeremy Corbyn il protagonista dell’utopia la società for the many, not the few, per i molti, non per i pochi.

E per l’appuntamento di maggio 2019 sono in corso d’opera altre iniziative che hanno in comune con il socialismo delle origini  l’analisi e la critica del capitalismo e valori universali come uguaglianza, libertà, giustizia sociale e politica, per costruire “un nuovo ordine per l’Europa”.

Si tratta del movimento transnazionale Diem25 di Yanis Varoufakis, l’ex-ministro greco dell’Economia, passato dalle centiania di adesioni di due anni anni fa alle migliaia e migliaia di oggi, che si ritrovano dal 14 al 18 settembre a Belgrado per la Diem-Academy e lanciare il new Deal europeo e del neonato movimento comune tra France Insoumise di Jean-Luc Melenchon, Podemos di Pablo Iglesias e Bloco de Ezquerda di Catarina Martins, al quale ha aderito la formazione italiana Potere al popolo.