GLI HIKIKOMORI E IL LORO GRIDO DI DOLORE

DI TINA CAMARDELLI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tamaki Saito è lo psicologo giapponese, specializzato in psichiatria adolescenziale che ha coniato la parola Hikikomori. Il significato letterale della parola è “stare in disparte”, ed è riferito a coloro i quali hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale.

Sono adolescenti e giovani adulti  le vittime, colpite da questa piaga sociale. Questo fenomeno in Giappone si è diffuso a macchia d’olio, tanto da diventare un problema della società, allo stesso livello della dipendenza da stupefacenti e dei disturbi alimentari. Sono circa cinquecentomila i casi accertati, il numero potrebbe arrivare a un milione, l’1% della popolazione. Nel nostro Paese risultano circa centomila casi. Negli ultimi anni è aumentato a dismisura il numero dei genitori che chiede aiuto, sgomenti di fronte all’isolamento sociale dei propri figli.

Molti giovani stanno bene in giro per il mondo, in sella a una moto accarezzati dal vento, qualcun’altro cerca di mettersi al sicuro fra i muri di casa, fatti di rete e di cavi. Una flotta di adolescenti che al posto del mare del cielo e del sole, ha scelto di rinchiudersi nel manto protettivo della solitudine; il tunnel della loro stanza, quattro pareti e una finestra sempre chiusa, unici compagni per trascorrere le giornate interminabili internet, videogiochi e fumetti. Dormono di giorno e di notte escono come ladri, raggiungono la cucina, per mangiare di nascosto qualcosa. Niente scuola, niente amici, “il mondo è chiuso fuori con il suo casino”.

Hikikomori Italia è la prima associazione nazionale di informazione e supporto sul tema della reclusione sociale volontaria.

Il progetto nasce nel 2013, a partire dal blog hikikomoriitalia.it, fondato da Marco Crepaldi, laureato in psicologia sociale ed esperto di comunicazione digitale.  Aperta a tutti i ragazzi, genitori e parenti di ragazzi con problemi di isolamento sociale che desiderano sostenere la causa. L’obiettivo è quello di informare, sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni al fine di ottenere maggiori diritti, riconoscimenti e supporto . Ad oggi presente su tutto il territorio, con referenti genitori e professionisti psicologi adeguatamente formati.

Grazie all’Associazione, abbiamo raccolto il parere di una psicologa e le opinioni, i bisogni e il dolore di chi vive personalmente questo fenomeno.

La dottoressa Rosanna D’Onofrio psicologa, psicoterapeuta e referente psicologa dell’Associazione, opera sul territorio del Lazio. Giada e Rosa mamme di ragazzi Hikikomori e Fred Hikikomori da diversi anni, con il quale abbiamo piacevolmente chiacchierato in chat.

Dottoressa D’Onofrio, la vita corre troppo veloce, e noi la rincorriamo affannati cercando di esserne all’ altezza. Da piccoli ci dicono a chi assomigliamo, la società ci impone modelli di competizione, divieti,ordini, giudizi e per completare l’ uso e l’ abuso di internet, potrebbero essere le cause?

Io credo che l’Hikikomori origini da una serie di concause: caratteriali, familiari, scolastiche e sociali. I ragazzi con cui ho avuto modo di lavorare hanno quasi tutti riportato un rifiuto verso l’ambiente scolastico che viene vissuto in modo particolarmente negativo. Credo anche che in alcuni casi l’isolamento sia una conseguenza di episodi di bullismo.Voglio porre l’attenzione su un aspetto che ritengo molto importante nello sviluppo di questo disagio: la pressione di realizzazione sociale imposta da una società sempre più narcisistica.
Viviamo in una società narcisistica dove ci viene imposto di avere un lavoro di successo, di essere alla moda, di essere brillante nello sport e soprattutto nelle relazioni sociali. Credo che il loro isolamento sociale volontario possa essere definito come una fuga da questa società che impone standard di successo sempre più elevati. Purtroppo si crede che l’isolamento di questi ragazzi derivi dalla dipendenza per internet e tutto il mondo virtuale, ma non è così. L’uso smodato di internet e videogames è una conseguenza del
ritiro e dalla mia esperienza posso dire che non è un prerequisito presente in tutti i soggetti in ritiro.

Quali sono i primi campanelli d’allarme.

Il primo campanello di allarme è sicuramente il rifiuto saltuario della scuola e di tutte quelle attività che prevedono un contatto diretto con gli altri. Solitamente i ragazzi iniziano ad evitare la scuola utilizzando scuse e abbandonano progressivamente anche tutte quelle attività sportive e/o ludiche, preferendo attività solitarie quali ad esempio socialnetworks, videogames e uso smodato di serie Tv.

Esiste un modo giusto per crescere un bambino, senza il rischio che possa diventare un Hikikomori, c’è una prevenzione a questo fenomeno sociale?

Professionalmente non mi sento di di dire che possa esistere un modo giusto o sbagliato per crescere un bambino. Sicuramente è
indispensabile fare della prevenzione nelle scuole e dare gli strumenti agli insegnanti e ai genitori per poter essere in grado di
cogliere i primi campanelli di allarme e quindi poter intervenire in maniera funzionale fin dal primo stadio, per evitare il cronicizzarsi
della solitudine.
Chi sono i soggetti maggiormente a rischio?Tutti sono potenzialmente a rischio. Come dice Tamaki Saito: “chiunque può diventarlo” , chiunque può essere vittima di bullismo, può prendere un brutto voto, essere bocciato a scuola. Dalla mia esperienza posso dire che ci sono 2 momenti critici in cui può manifestarsi maggiormente il ritiro e cioè il passaggio dalle scuole medie alle scuole superiori e da queste all ’università.

Cosa non dovrebbe mai fare un genitore, quando il figlio si isola socialmente?

Inizialmente i genitori si sentono in colpa, non capiscono come mai il loro figlio ha deciso di isolarsi dal mondo e reagiscono in una maniera totalmente negativa, vivendone il ritiro  con ansia smisurata. Questa ansia non fa altro che aggravare lo stato di isolamento, in quanto viene proiettata sul ragazzo sotto forma di pressione, contribuendo a generare e ad aggravare lo stato di ritiro. Dalla nostra esperienza è fondamentale che i genitori cambino modo di rivolgersi al proprio figlio operando un approccio diverso, più accogliente e soprattutto per niente giudicante. Dall’ esperienza dell’Associazione Hikikomori Italia non si può intervenire sul singolo se non avviene un cambio relazionale all’ interno del nucleo familiare.

Cosa dovrebbe fare un genitore quando diventa consapevole di avere un figlio Hikikomori?

Sicuramente credo che il primo step sia chiedere aiuto a un professionista qualificato e considerare il ritiro non come un problema del singolo, ma come un problema che investe l’intero sistema famiglia. Nel momento in cui un figlio decide di isolarsi,questo ritiro produce delle modifiche importante in tutte le relazioni familiari. Ecco perché riteniamo che l’approccio migliore sia il prendere in carico l’intero sistema famiglia.

Questi ragazzi escono dal loro ritiro, come?

Ovviamente ogni caso è a se. Ma posso dire che dalla nostra esperienza ci sono stati dei netti miglioramenti e in molti casi anche un ritorno alle normali attività (riprendere la scuola, l’università, le relazioni con i pari). È importantissimo il lavoro sulla coppia coniugale-genitoriale, ma anche sul singolo qualora ci trovassimo di fronte a famiglie monoparentali. Ovviamente è indispensabile il lavoro sul soggetto in ritiro. Nei casi di ritiro grave è utile un approccio domiciliare. L’obiettivo primario resta sempre il ripristinare la relazione con l’altro e con l’ambiente circostante.

Hikikomori Italia cosa fa per le famiglie colpite da questa sottile e sconosciuta piaga sociale?

Hikikomori Italia nasce con l’obiettivo di informare e supportare sul tema dell’isolamento sociale volontario. Come ho detto prima,
siamo attivi su tutto il territorio nazionale e supportiamo sia i genitori che gli Hikikomori. In particolare, il nostro lavoro si articola in 6 steps:
STEP 1 – Accogliere i genitori nel nostro gruppo nazionale di mutuo aiuto online, in modo che possano cominciare a confrontarsi e capire in questo modo quali atteggiamenti sono positivi e quali invece negativi.
STEP 2 – Apprendere la natura del problema e le sue dinamiche attraverso articoli, video e post. L’auto-formazione è un passaggio
fondamentale perché i genitori sono i primi “co-terapeuti”.
STEP 3 – Includere i genitori nei nostri gruppi regionali in modo che possano partecipare fisicamente agli incontri in presenza di
un nostro psicologo (specializzato su questo tipo di problematica), aumentando ulteriormente la propria consapevolezza nei confronti del problema
STEP 4 – Impegnarsi attivamente nelle azioni di sensibilizzazione dell’Associazione. Questo perché lo aiuta a spostare il focus del problema (e quindi anche la propria ansia e la propria paura) dalla condizione specifica del figlio, ad una visione più generale.
STEP 5 – Arrivati a questa fase, in base alla nostra esperienza, l’approccio al problema del genitore sarà migliorato e, conseguentemente, anche la condizione del figlio, che tenderà a riaprirsi con lui.
STEP 6 – A questo punto, e solo a questo punto, l’ Hikikomori, supportato da una rinnovata relazione di fiducia con i genitori (è fondamentale la complicità di entrambi) può essere aiutato a intraprendere un percorso di risocializzazione supportato, qualora fosse necessario, da una figura professionale competente. Tutto dovrà essere totalmente concordato e nulla dovrà essere fatto alle sue spalle. È necessaria una relazione di totale trasparenza.
Giada e Rosa sono due mamme con figli Hikikomori: Rosa ha un figlio di 14 anni da pochi mesi in parziale isolamento. Giada ha un figlio di 26 anni, in isolamento da circa 10 anni. (Entrambe hanno scelto nomi di fantasia)

Che cosa è scattato nella vita di vostro figlio per indurlo a blindarsi in camera?

G. Non lo so con certezza; forse la non accettazione di se e del suo corpo, la sua eccessiva magrezza è stato un problema gigantesco per lui; forse la bocciatura in seconda liceo, forse i rapporti con gli amici e qualche delusione subita in tali rapporti, rispetto ai quali  aveva troppe aspettative, l’amico del cuore sempre cercato e mai avuto. L’allontanarsi dei suoi amici è stato per lui doloroso e vissuto come rifiuto, “ se non vado bene come sono..meglio stare da solo”; una sua eccessiva sensibilità.  Essere bravo a scuola, nello sport, studiare per realizzarsi professionalmente e “fare soldi” come dice lui erano valori che non gli appartenevano;  con chiarezza ha sempre detto di sentirsi a disagio con gli altri e nel gruppo.

R. Prima di tutto direi che nel caso di mio figlio ancora non sì è arrivati ad una “chiusura” in camera, ancora frequenta tutti gli ambienti di casa, senza chiudersi al buio. Semplicemente ha difficoltà ad uscire, cerca di evitare il più possibile di uscire da casa. Questa cosa è avvenuta gradatamente, nel giro degli ultimi mesi, probabilmente in relazione ad una sua paura di affrontare gli esami di terza media che rappresentavano per lui il passaggio nell’ età adulta. Quindi paura di crescere. Questa ovviamente è una mia supposizione, non ho la certezza che la sua chiusura sia dovuta a questo.

Qual è stata la vostra prima reazione?

G. Mi sono molto preoccupata, perché lui si è chiuso in camera e si rifiutava di parlarci e di andare a scuola; mostrava una profonda avversione nei confronti di noi genitori e non voleva alcun contatto; non sapevo cosa fare. Ho cercato disperatamente aiuto ovunque, servizi sociali, psicologi, psichiatri senza una idea precisa e senza ottenere nulla, perché lui rifiutava di farsi visitare; mi sono rivolta anche ai servizi sociali e al telefono azzurro. C’è stata una forte conflittualità in casa e ho esercitato molta pressione su  di lui perché continuasse la scuola o vedesse uno psicologo. Alla fine ho iniziato io una terapia psicologica

R. La prima reazione è stata di arrabbiarmi di fronte a certi suoi comportamenti. Non li capivo e cercavo anche delle risposte da lui per capirne il perché, ma mi sono resa conto che neanche lui metteva a fuoco le motivazioni di certi suoi comportamenti.

Com’erano i vostri figli prima che Hikikomori travolgesse le loro vite?

G. La sua vita era normale, andava bene a scuola senza dare problemi, aveva i suoi amici con cui cominciava a uscire (15 anni), ha frequentato gli scout per alcuni anni, veniva con noi dappertutto: al cinema, in vacanza, a pranzo e cena fuori, ci vedevamo spesso con i nostri parenti e con i suoi cugini con cui aveva un ottimo rapporto. Tutte le estati facevamo un viaggio all’ estero in compagnia e poi andavamo nella nostra casa al mare o dai miei al paese e lui si divertiva tanto, perché non stava mai solo e si sentiva molto libero; si mostrava  molto autonomo in  tutto quello che lo riguardava.

R. Mio figlio è sempre stato un ragazzo tranquillo, sicuramente “casalingo”, la casa è sempre stata per lui l’equivalente di tranquillità. Timido di carattere, ma anche socievole con le persone giuste. Sempre molto critico nei confronti di se stesso. Allegro e ironico. Suonava il pianoforte e praticava karate.

Dopo i genitori, gli insegnanti sono gli adulti di riferimento più importanti per i ragazzi. Cosa fa la scuola?

G. Non saprei rispondere, nella mia esperienza la scuola non gli ha dato una mano, il suo disagio non è stato capito, per i professori semplicemente lui non aveva voglia di studiare, mi dicevano sempre:  “il liceo non è la scuola dell’obbligo, se non ha voglia di studiare è inutile che frequenti, perché pregiudica gli altri che invece hanno voglia di apprendere”. Il primo anno di liceo in una classe nuova dove non conosceva nessuno, una professoressa gli ha chiesto davanti a tutti come mai era cosi magro e se fosse malato. Non mi hanno mai detto che ha passato tutto l’anno da solo, anche nella ricreazione, senza mai scambiare una parola con nessuno. I colloqui con i professori erano una continua umiliazione, in  secondo liceo l’hanno bocciato., Alla fine siamo stati costretti a ritirarlo e a iscriverlo in una scuola privata.

R. Nel caso di mio figlio i professori hanno fatto molto, ma solo a fine anno. Quando si è palesato il problema non hanno fatto niente per aiutarlo, non si sono chiesti, se cambiare il comportamento nei suoi confronti lo potesse aiutare. Hanno preso atto della situazione e stop. Alla fine dell’anno invece, sono stati molto comprensivi, lo hanno ammesso agli esami anche se in molte materie non era stato valutato e per fargli fare gli esami hanno fatto di tutto, direi l’impossibile, sono anche venuti a casa per convincerlo a presentarsi agli esami.

Chi vi ha teso una mano?

G. Nessuno. Tutti ci hanno giudicati, era colpa nostra se lui era cosi, a seconda dei casi siamo stati stati o troppo esigenti o troppo tolleranti, viziandolo. Abbiamo sperimentato e  tuttora sperimentiamo una grande solitudine.  Ho incontrato l ‘associazione genitori Hikikomori  solo a dicembre 2017 e lì ho scoperto che il problema è più diffuso di quanto pensassi e mi conforta sapere che si sta tentando di aiutare questi ragazzi e le famiglie.

R. L’associazione Hikikomori Italia e gli insegnanti verso la fine dell’anno scolastico.

Come trascorrono le loro giornate?

G. Nei periodi peggiori stava  la notte sveglio al computer o in giro per casa, tutto il giorno dormiva e si alzava verso le 18.

Oggi va leggermente meglio, sta sveglio al computer o al telefonino fino a molto tardi,  passa la giornata in casa da solo, si prepara il pranzo, passa molto tempo al  computer, ma non tanto per  giocare, legge, un po studia, vede film. Il pomeriggio dorme qualche altra oretta. Esce molto poco, qualche giretto intorno a casa se deve comprare qualcosa, o se va a mangiare al Mac o dal cinese. Di sera non esce mai, l’estate non esiste: niente mare, niente vacanze, niente visite dai parenti, niente passeggiate, niente cinema fuori.

R. Si alza verso le 9, fa colazione, si collega un po’ a internet con l’ iPad, guarda qualche video, qualche cartone animato, fa qualche gioco, poi si collega in soggiorno con altri ragazzi e gioca con la Playstation. Alle 13 mangia, se noi non ci siamo va a pranzo dalla nonna che abita a duecento metri da casa nostra, verso le 15 riprende con i videogiochi. Alle 20 si cena, dopo cena tv,  iPad. Alle 23.30 a letto.

Vedere un figlio abbandonare ogni forma di vita sociale è incomprensibile e doloroso, come si convive?

G. All’ inizio si è presi dal panico e si cerca disperatamente di fare qualcosa per evitare che la situazione si cronicizzi; poi piano piano ogni giorno si cede su qualcosa: si accetta che non vada tutti  i giorni  a scuola, poi ci si abitua alla modifica del ciclo sonno veglia, infine diventa quasi normale non vedere più gli amici e così via.

Senza accorgersene piano piano si è costretti ad accettare il suo modo di vivere perchè non si può accrescere il conflitto in casa, non si può fare pressioni, non si può forzarlo, tanto non si ottiene nulla.

Solo il dolore aumenta sempre di più, passo nottate intere a piangere, disperandomi perché non riesco a tirarlo fuori da questa situazione, mi fa soffrire l’idea che a lui manchino tutte le cose più importanti e belle della vita: un amico con cui parlare, l’amore di una ragazza, una passeggiata, un bagno al mare, una pizza con gli amici. Non ne parlo più con nessuno e nessuno mi chiede più niente di lui.  Ormai per tutti gli altri mio figlio non esiste più. Quando vado al parco o esco e incontro i suoi amici di un tempo o vedo gruppi di ragazzi insieme a ridere e scherzare, sento una sofferenza enorme e una grande tristezza che mi lacera il cuore.

A volte, quando mi sembra proprio difficile andare avanti, mi  faccio aiutare dagli antidepressivi.

R. Si convive male e con un grande dolore interiore. Ci si sente impotenti, si vorrebbe cambiare qualcosa ma non si sa come fare. Io, da madre, ho un pensiero costante al suo problema….. Di notte mi sveglio mille volte, ho molta paura, tantissima.

Vi capita di pensare al loro futuro?

G. Cerco di non pensarci, mi angoscia troppo. E’ figlio unico, non abbiamo a Roma nessun parente…non studia, non ha un mestiere….

Spesso mi dice  “mamma se almeno avessi un fratello, non sarei cosi solo” e io  sto ancora peggio.

R. Certo che penso al futuro, con grande timore. Non riesco più ad immaginare, a fare progetti, né per un futuro lontano, né per un futuro prossimo. Per esempio tra poco dovremo partire per le vacanze è la prima estate che abbiamo questo problema, mi chiedo: riusciremo a partire, sì opporrà ad uscire di casa? Ogni progetto futuro diventa un incubo, il presente è un incubo.

Avete l’opportunità di dire ai vostri ragazzi qualsiasi cosa, fatelo pure.

G. Vorrei dirgli che mi spiace di non aver saputo comprendere in tempo il suo malessere, di  essere stata poco  presente e di essere tuttora poco presente a causa del lavoro

Soprattutto vorrei dirgli che  anche lui può essere felice come gli altri, avere una vita serena e realizzare i suoi sogni e che a volte serve un po di impegno per fare questo ma è necessario. Bisogna osare, lasciandosi le paure dietro le spalle e tutto può succedere.

R. Figlio mio, tu sei e sarai per sempre l’amore più grande della mia vita. Qualunque scelta farai, io ti sarò vicino e cercherò di aiutarti affinché tu sia felice. Una cosa ti chiedo: di mettere da parte ogni tua paura, ogni tuo timore, di non pensare ai giudizi della gente, a quello che possono pensare di te, e di VIVERE. La vita è il dono più grande che abbiamo ed è una sola. Gioisci di ogni cosa, del sole, della natura, di te stesso……… Apprezza ogni piccola cosa, perché nelle piccole cose della vita c’é la felicità..

Fred 21 anni, da circa 5 anni in isolamento, oggi parziale, il suo obiettivo girare il mondo per aiutare i ragazzi Hikikomori

Fred una frase di Italo Calvino dice: “se alzi un muro, pensa a cosa lasci fuori”  tu ci pensi a cosa stai lasciando fuori?

Quando ci si trova in quello stato mentale si è assolutamente consapevoli di quello che si lascia fuori. Prendono maggiore importanza luoghi, eventi o persone che spesso sono o la causa o, in un modo o nell’altro, collegati con un trauma che soppiantano qualsiasi altra voglia o passione.
Almeno per me è stata una scelta cosciente, un sacrificio, dal mio punto di vista, un tentativo di stare meglio da solo, dal momento in cui così tante altre persone ed istituzioni non sono state in grado di farlo e anzi, il più delle volte aggravavano soltanto la situazione.
Non riesco ancora a determinare con  certezza quanti altri hikikomori hanno avuto queste stesse motivazioni, ma che si faccia consciamente o incosciamente il risultato che si vuole ottenere è lo stesso.

Niente scuola, niente amici, perchè hai scelto la reclusione sociale?

Per quanto riguarda gli amici non direi che non ne ho. Di sicuro da quando ho cominciato ad isolarmi le prime volte, il mio circolo di amici si è ristretto; ho avuto amici che se ne sono andati a causa di un litigio, più o meno valido, altri che sono andati via per motivi per me inspiegabili e che probabilmente non sarò mai in grado di sapere, ma sono ancora in contatto con molte persone con cui sono riuscito a stringere una profonda amicizia e cerco il più possibile di andarli a trovare, anche se alcuni abitano all’estero e le mie visite sono infrequenti ed irregolari a dir poco. Quasi tutti hanno fatto pace con la mia tendenza reclusiva e devo dire che questo è uno dei principali elementi che mi ha aiutato a migliorare. Per quanto riguarda la scuola, la mia decisione di non aderire al normale percorso scolastico è stata tanto una protesta, quanto una necessità per mantenere quel minimo di sanità mentale che mi rimaneva al tempo, per riconoscere il pericolo personale della situazione in cui mi trovavo. Le mie opposizioni al sistema scolastico (in particolare quello italiano) sono troppo numerose da elencare qua; basti dire che da quando ho lasciato la scuola ho avuto modo di studiare, imparare e accumulare esperienze che non si avvicinano neanche lontanamente a quello che avrei ottenuto se avessi continuato la carriera scolastica. Se c’è anche una sola cosa positiva come risultato della mia reclusione sociale è questo, che inoltre è stato uno dei motivi principali a spronarmi a prendere la decisione finale

Come si aiuta chi non vuole essere aiutato,  cosa faresti tu Fred, per aiutare un Hikikomori?

In breve, non ne ho alcuna idea. Posso essermi fatto un’idea molto vaga di cosa si dovrebbe o potrebbe fare, ma si basa quasi esclusivamente su aneddoti ed esperienze personali quindi non mi sento di estenderlo ad un discorso generale. Secondo me la prima cosa da fare è stabilire un contatto empatico, far capire che c’è una comprensione, per quanto imperfetta, dello stato mentale e della sofferenza del soggetto. Poi è molto importante anche una comprensione ed una cura più approfondita delle pressioni, dei giudizi, e delle limitazioni che si hanno nei confronti di questa persone, che spesso sono strettamente legati alla causa del ritiro. Infine bisogna avere molta pazienza ed una mente molto aperta. L’Hikikomori non è una patologia statica, si presenta in varie forme e vari stadi e bisogna tenere a mente che gli studi che si stanno facendo sono ancora quasi agli inizi, quindi si sa ancora relativamente molto poco di questa e di altre patologie che portano ad un isolamento sociale o anche, più in generale, alla depressione esistenziale

Hai scelto con consapevolezza di diventare un Hikikomori?

Come ho già accennato per me è stata una scelta consapevole, anche se al tempo non avevo idea di cosa fosse l’ Hikikomori. Prendo questa opportunità, però, per riconoscere che moltissime persone affette da questa patologia ne sono consapevoli solo vagamente o in alcuni casi per niente. Spesso queste persone solo le più difficili da raggiungere sia a livello fisico, ma soprattutto emotivo e in genere tendono ad essere quelli che sono rimasti isolati da più tempo, dal momento in cui una rimozione dall’ambito sociale non permette un corretto sviluppo e apprendimento di tutte quelle particolarità che compongono la comunicazione umana. In Italia questo fenomeno non è comunemente conosciuto e anche in Giappone, terra da cui origina il termine e i primi studi, le ricerche che si sono fatte sono inconclusive e riduttive a dir poco.

Come vedi il  tuo futuro?

Mi fosse stata posta questa domanda anche solo un anno fa avrei risposto di sicuro diversamente. Ora mi permetto qualche prospetto positivo per il futuro, giudicando in base al supporto che sta ricevendo l’associazione incaricata di ricercare questo fenomeno. Tengo sempre vivamente presente, ogni potenziale catastrofe che potrebbe capitarmi, ma il più delle volte vengo rassicurato dalle persone con cui ho a che fare e dai risultati positivi delle iniziative che sto intraprendendo. Non mi permetto di fare previsioni per il futuro che siano troppo rigide, per quanto non sia superstizioso o scaramantico, ma almeno ora ho uno scopo che mi soddisfa totalmente e che seguirò fino a dove mi porterà

Fred ci ha parlato di empatia. Empatia significa sentire l’altro, comprendere il suo stato d’animo e immedesimarsi. Bisognerebbe applicarla come stile di vita, perchè ogni persona che incontriamo, sta combattendo una battaglia di cui non ne siamo a conoscenza. Senza empatia gli esseri umani sarebbero creature senza cuore.

In Danimarca l’empatia si studia a scuola, un’ora a settimana, l’ora del rispetto reciproco. Andrebbe introdotta in tutte le scuole del mondo, perchè qualche lezione di empatia farebbe bene a tutti, vero Fred!