CHI C’E’ DIETRO LA FAKE NEWS DELLE UNGHIE SMALTATE DI JOSEFA?

DI ANNA LISA MINUTILLO

Il suo nome è Josefa, i suoi occhi sono rimasti impressi a chiunque sia “inciampato” nelle foto pubblicate da tutti i giornali, occhi che contenevano tutto il terrore, tutta l’angoscia, tutti i momenti che diventerà complesso e faticoso dimenticare. Josefa è stata salvata da Open Arms, ed ora è al sicuro in Spagna o per lo meno dovrebbe essere così. Fa riflettere quanto si riesca a resistere per due giorni alle onde del mare, all’oscurità e quanto invece non ci si riesca a difendere dalle aggressioni a cui si viene sottoposti. Si perché Josefa oltre che una possibile vittima del mare è vittima di fake news che continuano a rincorrerla, come se tutta la sua sofferenza non sia già stata abbastanza. Ma procediamo con ordine, anche se da riordinare ci sarebbero i pensieri di chi alla disperazione aggiunge parole troppo facilmente, così, senza pensare, senza porsi domande, senza sprecarsi ad accogliere almeno con il silenzio ( se non si riesce a farlo in altro modo), chi rischia la vita pur di cercare di salvarla.

Un dettaglio notato in un fotogramma che ritrae Josefa a bordo di Open Arms, e andato in onda in un telegiornale mostra dello smalto sulle unghie della donna. Tanto è bastato per scatenare inenarrabili parole, commenti disgustosi, orditi ai danni di chi non è in grado di difendersi. Una catena di dubbi scaturiti da un particolare che ci vuole anche una bella fantasia per stare ad osservare, ma non solo lo smalto ha dato fiato a menti piccole ed a bocche grandi, perché scappare dalla guerra avendo le mani curate è impossibile, perché Josefa non è magrissima e quindi di sicuro deve aver recitato, non appare come una donna che fugge dalla fame, la pelle delle sue mani non presentava segni di permanenza in acqua. Ma non finisce qui ed aggiungono: ci sarebbe la questione della temperatura dell’acqua: troppo fredda per permettere a un essere umano di resistere per più di qualche ora. Insomma tutti esperti di navigazione, di aspetti psicologici, di interazioni personali, tutti si ma in modo prioritario tanto “clamore”, tanto inutile parlare e scrivere lo dobbiamo a Francesca Totolo, la collaboratrice-influencer di estrema destra che ha dato inizio alla fake news su Josefa. Francesca Totolo, ha 41 anni, si definisce una ”ricercatrice indipendente” che opera nel settore dell’informazione e dell’opinionismo di estrema destra. Come lei stessa dichiara, non fa nè giornalismo nè politica, il suo lavoro è quello di ”twittare”. Nel corso della sua carriera, ha collaborato con Il Primato Nazionale, una testata on line d’eccellenza per partiti e movimenti come CasaPound. Sembrerebbe essere molto legata anche a certi account anonimi e ad alcuni portavoce che appartengono all’universo sovranista, la maggioranza dei quali, tra l’altro, è nota per la diffusione di informazioni diffamanti nei confronti dei migranti e delle organizzazioni e associazioni che si occupano di questioni umanitarie. Stando all’autrice della bufala che sarebbe partita dal servizio del TG5 al suo sguardo non sarebbe sfuggito lo smalto rosso sulle unghie della naufraga, ed è stato così che ha deciso di riportare le sue perplessità sui social. L’ intenzione della Totolo non era quella di creare una vera e propria ‘bufala’, ma quella di insinuare il dubbio, proprio quel dubbio che spesso crea situazioni imbarazzanti con conseguenze pesanti, non tanto per chi se lo pone, oppure lo pone al mondo intero lanciandolo in rete, ma per chi forse in un momento come quello che ha appena vissuto e da cui sta tentando di riemergere, avrebbe bisogno di altre dimostrazioni di vicinanza. Nonostante la Totolo non abbia competenze certificate e si definisca ”un’autodidatta” che ha studiato il gergo del mare facendo vela e windsurf, ha deciso di reinventarsi a 40 anni con l’obiettivo di ”fare qualcosa per il proprio Paese”. Si descrive, come una ”patriota” che ha fatto di questo tipo di collaborazione un vero e proprio lavoro, leggendo e scrivendo in rete anche ”18 ore al giorno”. Così, mentre c’è chi ha parlato di “film per imbecilli buonisti” e chi è arrivato a sostenere a spada tratta che le persone visibili nelle immagini e nei video siano semplicemente dei manichini finti, c’è anche chi trascorrendo 18 ore in rete a scrivere, a twittare, a riempire il web sapendo quanto poco basti per scatenare ondate di odio tutto ciò, pare averlo velocemente dimenticato.

Pare, che non sia la prima volta che Francesca Totolo si occupi di riportare degli episodi inerenti al tema dell’immigrazione e delle Organizzazioni Non Governative. Due le ipotesi che si volevano mettere in rilievo secondo la Totolo,: Jasefa poteva avere già le unghie laccate di rosso quando è stata tratta in salvo, oppure il tutto poteva essere accaduto dopo, peccato che a diffondersi però sia stata solo la prima delle due.. Il dubbio che la Totolo voleva insinuare nei fagocitatori di tweet però, dato che è lecito (?) potrebbe venire anche a noi, che di tweet ne consumiamo pochi preferendo il non condizionamento mediatico, soprattutto quando non documentato, improvvisato e gestito male. Eh si, anche noi ci domandiamo come mai, ad avere così tanto credito sia stata soltanto la prima delle due ipotesi avanzate dalla Totolo.

Una prodezza? Una leggerezza?, L’aver sottovalutato cosa ne sarebbe scaturito, oppure qualcosa di voluto? Dubbi, si, dubbi che possono ferire e far star male, che possono mettere in discussione ciò che si è o ciò che si vuole rappresentare, ma andiamo avanti. La Totolo dichiara di non avere nessuna esperienza politica, anche se, i legami con gli ambienti di estrema destra ci sono e sono di carattere lavorativo: «Collaboro principalmente con il Primato Nazionale, anche se ho altri progetti che a settembre diventeranno pubblici con un editore italiano». Questo ha dichiarato in un’intervista rilasciata a La Stampa. Quando le viene chiesto: «Quindi il finanziamento della sua attività viene dal giornale di CasaPound».

La Totolo ha risposto secca: «Sì». Distante dalla politica ma finanziata dal giornale di CasaPound? Forse anche questo qualche dubbio lo fa sorgere, poiché pare davvero strano che un giornale finanzierebbe qualcuno che scrivesse sostenendo opinioni diametralmente opposte rispetto a quelle della linea editoriale tenuta da un giornale politico. Dubbi, leciti, dubbi che possono screditare, dubbi che portano a doversi informare, per cercare di capire. Quei dubbi che giungono ai lettori quando si sposta l’angolo di osservazione, quando al centro non c’è più Josefa ma chi ne dice male.. possibile che la Totolo, che si definisce una “ricercatrice” non abbia sentito l’esigenza di fermarsi e di porsi alcune domande? La “colpa” di Josefa sarebbe quella di aver avuto delle unghie curate e laccate. Sono bastate poche veloci verifiche per dimostrare che durante il salvataggio Josepa non solo non aveva lo smalto, ma era anche segnata dai giorni trascorsi stando immersa in acqua. Tutto questo era facilmente dimostrabile in quanto, ci sono video e foto, che potevano essere verificate, un importante passaggio che va sempre effettuato, soprattutto quando si scrive e si diventa responsabili di ciò che si scrive. Altri dubbi, altre mancanze per una professione che affascina ma che va svolta con accuratezza, e garbo, con curiosità ma mai con invadenza, con lucidità e non alla ricerca di fatui riflettori. Scrive la Totolo, scrive per il Primato Nazionale, e lo fa perchè questo per lei è il primo giornale che le ha dato la possibilità di scrivere tutto quello che scopre e che desideri si sappia. Aggiunge che ai suoi testi, non viene mai toccata neanche una virgola. Motivo per cui questa collaborazione andrà avanti per sempre.” Non sono una giornalista iscritta all’Albo “ dichiara, ” perché per farlo dovrei sottoscrivere la Carta di Roma, il codice deontologico sull’informazione circa l’immigrazione, voluta da Soros. Sarebbe assolutamente incoerente”. Dubbi anche qui, quelli tanto amati, quelli che vanno dipanati, non è una giornalista, sarà almeno pubblicista? Non viene ritoccata neanche una virgola quando solitamente anche gli editoriali scritti dai direttori dei giornali vengono passati e controllati e se c’è da correggere: corretti anche. Scrive e crea anche i titoli dei suoi pezzi? Oppure a quello pensano i titolisti? Quanti dubbi, quante curiosità a cui non giungeranno mai risposte, sarà mica che poi se si diventa giornalisti realmente alcune regole ed una linea editoriale vanno seguite? Sarà mica che dopo non sarebbe così facile diffondere bufale perché sarebbero delle “figure brutte” che screditerebbero anche la testata per cui si scrive? Sarà mica che quando si diventa giornalisti la prima cosa che si fa è quella di controllare l’attendibilità delle fonti?

Dietro lei c’è una rete di utenti Twitter specializzati nella propaganda contro migrazioni e salvataggi umanitari. C’è l’account anonimo «I’m James the Bond». C’è un lituano, esperto in materie navali, che si nasconde dietro un alias, JB. Loro preparano i dossier – rintracciabili in rete, sui drive di Google o su siti specializzati nell’archiviazione di documenti – mentre l’attivista Totolo formatta, divulga, lancia vere e proprie campagne che diventano virali.

L’intensa attività sulla rete, interamente direzionata contro migranti, Ong e associazioni è partita un anno e mezzo fa.
La fortuna è stata quella che Annalisa Camilli, la giornalista di Internazionale si trovava a bordo della nave, ed ha risposto su Twitter: “Josefa ha le unghie laccate perché nei quattro giorni di navigazione per raggiungere la Spagna le volontarie di Open Arms le hanno messo lo smalto per distrarla e farla parlare. Non aveva smalto quando è stata soccorsa. Serve dirlo?”. La giornalista che ha prontamente smontato la bufala di seguito, ha postato anche la fotografia originale del salvataggio. Josefa non aveva le unghie dipinte di rosso (e in caso contrario, non ci sarebbe stato nulla di male). Ad avvalorare le parole di Annalisa Camilli, anche Veronica Alfonsi, dell’Ufficio stampa italiano di Open Arms che ha dichiarato al Corriere della Sera “Lo smalto sulle mani di Josefa è stato messo dal alcune volontarie a bordo della Open Arms, nei giorni dopo il salvataggio, per aiutare Josefa a rilassarsi, distrarsi e provare a dimenticare per qualche istante il dramma vissuto, raccontando quanto le era successo”. “Le immagini che ritraggono la donna in acqua con lo smalto sono state ritoccate – ha aggiunto – e sono chiaramente false, come il video che sta girando in questi giorni e che denunceremo.

Insomma, slogan velati, ma nemmeno troppo, a favore di alcune correnti politiche, diffusione di notizie che vogliono gettare dietro ad ogni salvataggio l’inganno, il vedere dietro ad ogni gesto di umanità il lato cinico, dimenticando di essere persone, donne, uomini che sono uguali a chi cerca la salvezza laddove viene dispensata solo la diffidenza e l’odio razziale da cui siamo ancora avvolti. Il confondere la cura ricevuta con una cura per il proprio corpo ( che se anche ci fosse stata non avrebbe rappresentato nulla di così sconveniente) . Tutte le donne cercano di migliorarsi, anche se in questo caso quello smalto rosso, voleva solo essere un riacquisire il rapporto con la realtà, la sintonia con l’ambiente che la circonda, l’esaltazione della femminilità, un momento di condivisione per riuscire a giungere in quella ferita ancora troppo profonda da poter essere narrata.
Dettagli insignificanti che creano distorsione del senso comune, ogni qualvolta vengono diffusi, un razzismo sempre più sbandierato e diffuso sulle vittime che non hanno alcuna colpa e che nonostante tutto si fidano di noi.