TRUMP CI OFFRE UN RUOLO CENTRALE IN LIBIA. DOVE POTREMMO INVECE INTERLOQUIRE CON PECHINO

DI ALBERTO TAROZZI

Incontro Trump/Conte a botta calda. Tanti diktat all’Italia. Missione in Afghanistan, più fondi alla Nato, revisione degli scambi commerciali a nostro danno, supporto, sempre per noi nocivo, al boicottaggio all’Iran e soprattutto all’amico/nemico di Donald, l’orso russo, con uno sgambetto anche a Berlino.

Che altro voleva dire Trump quando parlava di sanzioni e soprattutto quando perorava la realizzazione della Tap che poco garba a russi e tedeschi, che di gasdotto principe ne vorrebbero solo uno, il loro?

In compenso e a consolazione per il viaggio a Washington, Conte porta a casa il conferimento all’Italia di un ruolo centrale di mediazione. Più che nei rapporti Usa/Ue, sbandierato ma difficile, nella questione libica. All’Italia l’onore di una conferenza a settembre a dispetto dello scodinzolare del comune nemico Macron, più bravo ad agitarsi per una partita di football che a muoversi con intelligenza diplomatica tra Tripoli e Bengasi.

Ricordiamo che in Libia il conflitto è tra il governo di Haftar in Cirenaica, sostenuto da francesi, inglesi. egiziani, russi più altri ancora e quello di Serraj in Tripolitania, forte, si fa per dire, dell’appoggio delle Nazioni Unite (pacche sulla spalla), degli Usa (chi li ha visti da quelle parti?) e dell’Italia (che ci è invischiata fino al collo).

Benedetti saremmo dunque a Washington ma maledetti a sud del Mediterraneo? Certo un impegno gravoso e dall’esito incerto. In Libia si naviga sulle onde dell’imprevedibile. Forse però varrebbe la pena di operare uno scatto di fantasia e di tenere conto di un nuovo attore che si affaccia con sempre maggiore insistenza da quelle parti: proprio a settembre si svolgerà infatti l’annuale Forum sulla cooperazione Cina-Africa (acronimo inglese Focac) che si concentrerà sul consolidamento dei rapporti diplomatici ed economici tra la Repubblica popolare e i paesi africani. Esso segue il primo forum Cina-Africa per la difesa e la sicurezza che ha rappresentato un significativo passo in avanti nello sviluppo dei rapporti militari tra la Repubblica Popolare e il continente nero.

Come ha sottolineato recentemente Giorgio Cuscito su Limes online, i cinquanta paesi africani riunitisi a Pechino tra giugno e luglio “hanno discusso delle principali minacce alla stabilità del continente e approfondito la conoscenza dell’Esercito popolare di liberazione. La Repubblica Popolare ha offerto loro “supporto completo” in materia di pirateria e antiterrorismo, anche in termini di tecnologia, personale e consulenza strategica….Per l’Africa, la Repubblica Popolare è il primo partner per interscambio commerciale, investimenti e aiuti allo sviluppo. Qui Pechino è interessata in primo luogo all’approvvigionamento di risorse energetiche, minerarie, alla costruzione di infrastrutture (utili allo smaltimento della sovracapacità industriale) e all’esportazione di prodotti manifatturieri di bassa qualità.

Etiopia, Sudafrica, Kenya, Nigeria, Tanzania, Angola e Zambia sono tra i principali partner della Cina in Africa”.

Rapporti che vanno dal commercio, agli scambi culturali, alle missioni di peace-keeping per conto dell’Onu, fino alla presenza di un presidio militare a Gibuti.

Questo vuol dire che la Cina, nel suo intrufolarsi in ogni angolo del mondo ha sicuramente preso di mira l’Africa come target prioritario. Non si accontenta delle varie versioni della via della seta che le permettono di prendere contatto con l’est Europa e i Balcani (vedi in particolare i collegamenti tra Belgrado e Budapest). E d’altronde è chiaro che l’Asia le va stretta e che comporta problemi proporzionati alle opportunità fornite. Vedi l’area nippocoreana come quella indopakistana. Per non parlare di tensioni mai risolte con Taiwan né di rapporti non proprio idilliaci con Vietnam e Malaysia. O delle beghe interne coi tibetani e le minoranze musulmane.

Allargarsi verso l’Africa, all’insegna di forme cooperative datate nel tempo, è dunque diventato un imperativo categorico per Pechino.

Ma cosa c’entra tutto ciò con la Libia? E’ sempre Limes online a spiegarcelo.

“Durante l’ultima edizione del forum sino-arabo, il governo d’autorità nazionale libico di Fayez Serraj ha sottoscritto il memorandum d’intesa di adesione alle nuove vie della seta. Da qualche mese il Governo di unità nazionale e Pechino dialogano di una possibile soluzione alla crisi in corso, del contributo cinese alla ricostruzione del paese, il possibile ritorno delle aziende della Repubblica Popolare in Libia. Serraj è stato inoltre invitato al summit Focac di settembre, dove potrebbe confrontarsi direttamente con Xi Jinping”.

Settembre si presenta dunque come un possibile mese cruciale per la questione libica, col leader di Tripoli che potrebbe passare da un colloquio coi leader italiani ad uno coi leader cinesi.

Forse tutto questo Donald non lo sa, ma sarebbe il caso che vi facesse attenzione il nostro premier. Pechino potrebbe diventare nostro interlocutore in Libia. Tenerselo buono, visto che da quelle parti di alleati e simpatizzanti ne abbiamo pochini, non ci farebbe sicuramente male.