MI CHIAMO CLAUDIA, SONO UN’INSEGNANTE E HO IL CANCRO

DI CLAUDIA PEPE

Era il 5 dicembre 2017. Quando dicono che a Scuola il sostegno è sempre più duro è vero, che non ci sono insegnanti specializzati è vero, che in una classe ci sono troppi ragazzi da seguire è vero, che le strutture, gli spazi e i materiali non sono sufficienti è vero. È tutto vero. Ma nel mio caso il sostegno mi ha salvato la vita. Incomincio un racconto che non è una favola, anche perché il finale ancora non lo conosco. Incomincio un racconto che spero possa aiutare persone ammalate come me, incomincio questo racconto perché mi pulsa in un cuore che per fortuna ancora batte, sente, vibra, si agita, si rivolta davanti alle ingiustizie di un mondo che mi assomiglia tanto. Sì perché la mia malattia ti cambia dentro e fuori. Intimamente ti porta lontano dai piccoli malanni giornalieri, dalle ripicche inutili. Ti porta invece, ad avere sempre il tuo più bel sorriso da indossare, conosci per la prima volta la gentilezza, la cordialità, gli abbracci, le lacrime, quelle lacrime che ti scaldano il viso riempiendoti la bocca di quell’amore che non avevi mai provato.

Era il 5 dicembre 2017 e da un po’ di mesi mi sentivo molto stanca. Quando mi svegliavo alle cinque del mattino per prepararmi non riuscivo ad essere felice di andare a scuola come è sempre successo dal 1 settembre 1981. Stanca, arrivavo stanca a scuola e sapevo che dovevo passare la mattina soprattutto con una ragazzina Sinti con una disabilità gravissima, oppositiva, contrastiva, aggressiva. Una ragazzina che non riusciva a parlare, ma solo urlare, sputare, prendere a botte, calpestarti se non in certi giorni in cui organizzavo lavori a casa che andavano distrutti dopo due minuti a scuola. Era il 5 dicembre la mia ragazzina alta 1,75 per 90 kg contro me che allora pesavo 48 kg. Lo scontro mi vedeva sempre stesa a terra e guai se le facevo vedere che stavo male. Poteva prendere tutto per gioco e per cui continuare sempre più pesantemente. Io che avevo passato l’anno prima tra musica e sostegno, facendo spettacoli meravigliosi, vincendo concorsi per gruppi musicali, suonando in tutte le occasioni. Ballando, cantando, suonando, coinvolgendo, andando in ospedale in neuro pediatria a fare la volontaria. Un periodo che nella mia vita ricorderò sempre. Avevo fatto diventare la musica la materia preferita della mia bellissima scuola. Una scuola che mi ha sempre coccolata, supportata, colleghi stupendi, una segreteria che mi ha sempre telefonata durante la mia degenza in Ospedale, un DSGA e una DS che auguro a tutti gli insegnanti del mondo.

Era il 5 dicembre poco prima della campanella finale, che la mia ragazzina per ridere e sicuramente inconsapevolmente, forse per giocare, ha pensato di prendere la rincorsa e abbattersi sopra di me. Sono finita sullo spigolo del nostro tavolo di lavoro, ma non ho sentito dolore. Solo dopo che lei ha continuato, e le mie lacrime scendevano perché non sapevo come fermarla, ho incominciato a sentire dei dolori nella parte bassa della schiena. Per inciso, la mia Scuola ha fatto di tutto per supportarmi: con OOSS, altri insegnanti levandomi sorveglianze, tutto quello che potevano fare per aiutarmi l’hanno fatto. La campanella ha suonato, ho preso le mie cose, con la disperazione che stava possedendo il mio corpo, sono andata a prendere il tram. Sono arrivata a casa e mi sono stesa a letto, pensando che fare l’insegnante di sostegno non era per me. Io sognavo i miei ragazzi, le mie lezioni, le nostre coreografie, i nostri progetti. Avevo appena vinto un Progetto PON che coinvolgeva i ragazzi disagiati in un insieme che ci vedeva protagonisti di uno spettacolo che trasversalmente coinvolgeva teatro, musica, italiano, matematica e non vedevo l’ora di incominciarlo. Tutti i ragazzi venivano da me e chiedevano:” Prof, quando iniziamo?”. “Presto” rispondevo io. Quel progetto non l’ho mai fatto perché quel 5 dicembre dopo essere arrivata a casa il dolore ha incominciato ad acuirsi. Alle 18 è arrivato mio marito e mi ha portato immediatamente al Pronto Soccorso. Radiografie. Non venivano più fuori. Davano la risposta a tutti ma a me no. Dopo una buona mezz’ora mi hanno dato il referto in mano. L’ho letto. Frattura di una costola sacrale. Poi uno spazio vuoto e due parole che mi hanno gelato il sangue. “Nodulo al polmone destro”. Non si può capire se non lo si ha provato, cosa succede nella nostra mente, quando leggi “Nodulo”. Può essere tutto o nulla. Ma io sentivo già che era tutto. Subito analisi del sangue che sono risultate perfette, visita dallo specialista e decisione di fare una TAC con contrasto. Era il 5 dicembre, siamo tornati a casa e bevendo una tazza di thè, io e mio marito ci siamo messi a ridere. “Ci mancherebbe anche questo” abbiamo detto. Mi danno l’appuntamento per la TAC il 19 dicembre. Naturalmente nel frattempo avevo letto tutto quello che potevo leggere su Internet. Mai farlo. Il 25 dicembre a mezzogiorno mi chiamano da quei numeri che ormai riconosco subito. O iniziano con il 7, oppure appare numero sconosciuto. C’era la pasta ripiena in forno, l’agnello e patate al forno come nelle radici calabresi. Rispondo. Sento una voce che mi dice di andare di corsa in Ospedale. Due tumori maligni nello stesso lobo e anche molto bastardi. Non ho capito più nulla, non sentivo odori, non sentivo le voci gioiose di mio figlio e mio marito. Non ero già più di questo mondo. Ero già entrata in quel tunnel dove la luce si vede solo dai vari tubi dove ti introducono per capire quanta vita ti rimane. Quanta vita ti rimane è quello che delle cellule impazzite decidono, la vita che ti rimane è quella che riesci a respirare, la vita che ti rimane la vedi riflessa negli occhi di tuo figlio che piangendo implora suo fratello morto 4 anni prima, di salvarmi. Siamo soli davanti alla morte, simo soli davanti alla vita che ti concedono e non siamo illuminati da un raggio di sole. Il sole non lo vedi più, l’Ospedale diventa la tua casa, i Dottori e gli infermieri ti portano a fare la PET, la biopsia polmonare, analisi. Ti conoscono più di quanto non hai mai capito tu. Arriva una telefonata incominciava con il 7. Tranquilla e fai un bel respiro Claudia, andrà tutto bene. Un Primario che ringrazierò a vita, mi comunica che avevano trovato un altro cancro. Ormai sono sotto scacco, la mia mammella è invasa. Chiudo il telefono e non piango. Devo reagire per me, ma soprattutto per gli occhi di mio figlio. Mi viene in mente una poesia di Alda Merini “Ma cosa sei tu in sostanza? Qualcosa che lacrima a volte, e a volte dà luce” Quel giorno ho deciso di dare luce.
Continua…

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