MI CHIAMO CLAUDIA, SONO UN’INSEGNANTE ED HO UN CANCRO. 2^ PARTE

DI CLAUDIA PEPE

Continuo la mia narrazione, la mia storia, il mio percorso, prima di tutto per me, ma subito dopo per voi. Dovete essere consapevoli che la vita deve essere vissuta sbranandola, azzannandola, divorandola. Perché oggi respiri, sorridi, progetti, sogni. E tutto ciò si può dissolvere in una telefonata. E dopo quella telefonata l’aria diventa rarefatta come se tu fossi a 6000 metri di altezza. Vedi il panorama del mondo, ma non riesci a respirare.  Il mio amato Primario di Medicina nucleare mi aveva trovato un altro cancro. A sintomatico, nessun disturbo, nessun dimagrimento, analisi perfette. Ho posato il telefono, ero sola in casa e sono rimasta in silenzio. Non una lacrima, non una parola, non un grido. Solo il mio cuore che sentivo nelle mani, negli occhi. Lo vedevo posato su quel tavolo della cucina, che sussultava senza far rumore, sanguinava senza sporcare. Non so quanto tempo è passato prima di telefonare a mio marito, e ai miei fratelli. Fratelli che mi sono stati sempre vicino. Soprattutto mia sorella Anna che ogni giorno: mattina, pomeriggio e sera mi è stata vicina come se quello che stava succedendo a me le stesse vivendo lei. Mai potrò ricompensarla di quello che ha fatto, mai potrò dirle quanto è stato importante per me vederla ad attendermi nelle sale d’aspetto di decine di ambulatori. Mai le sarò abbastanza grata di avermi aspettarmi china nelle spalle su delle sedie consunte da altre lacrime che avevano già provato quel dolore. Quel dolore che ti si impossessa come una marea che trascina sempre più lontano dalla spiaggia. E così anche mio marito, che nella sua silenziosa sofferenza mi ha aiutato ad essere forte, mi ha aiutato con la sua allegria. Ma poi un giorno uscendo l’ho visto. Piangeva come un pazzo chiuso in macchina, sbatteva i pugni per la disperazione e per la cattiveria che il destino aveva disegnato. Era un disegno che ci spiegava perché non saremmo mai stati felici. Era morto da 4 anni mio figlio Tommaso e non voglio neanche descrivere quello che si prova. È una disgrazia strana: più passa il tempo e più il dolore aumenta. Anche adesso non riusciamo a parlare più di tanto di lui. Le fitte, quelle che ti entrano nel costato, la salita al Golgota, le frustrate che senti sulla pelle, l’aceto che bevi ogni giorno, diventa il tuo pane quotidiano. Ingoi lacrime e sai che nessuno potrà farti rivivere quei giorni felici, le sue risate. Vedi il suo letto vuoto, il suo violino, i suoi abiti che vai ad annusare ogni giorno come se lo potessi ritrovare nel respiro, in un soffio, in un sospiro. Ma dovevo dire che avevo un altro cancro, e non solo a lui ma anche all’altro mio figlio. Mio figlio a cui l’esistenza gli ha fatto provare tutti i mali del mondo. Gli telefono, parlo e sento silenzio. Poi le urla si sono confuse come latrati di un cane ferito e abbandonato. Mio figlio, invece, si è messo a ridere: ”Dai mamma, e adesso dove te lo trovano?’”. Era la sua difesa anche se dentro di lui qualcosa stava morendo: la speranza, la speranza di trovarmi viva quando avesse aperto la porta di casa. Squilla il telefono, guardo il display. Iniziava con il 7. Questa volta l’ho preso con rabbia, con stizza. Ero pronta a tutto. “Pronto parlo con la Sig.ra Pepe?”, “Sì sono io”, “Sono la Dott.ssa…, abbiamo trovato con la PET qualcosa di molto sospetto”. Ho capito dopo un po’ che quando ti dicono “Molto sospetto”, stai tranquilla che hai il cancro e se tutto va bene non ti hanno trovato metastasi in giro. “Signora la aspetto oggi alle 17 per ago aspirato e biopsia”. “Va bene” rispondo io, e metto giù il telefono. Vado alle 17 e giuro, mentre mi facevano di tutto non ho provato un briciolo di dolore. Io ero nelle vette delle montagne più belle dove senti l’amore dentro di te, e la fame d’aria che ormai era mia compagna di viaggio, mi allargava la bellezza del mondo, il calore delle piccole cose, la gratitudine e l’obbligo a sfamarmi di tenerezza. Finito l’esame mi hanno detto che mi facevano sapere e sono ritornata a casa. È difficile aprire la porta di casa svestirsi dei cancri che hai dentro il corpo, e rivestirsi di serenità, di calma e tranquillità. Sì perché il cancro non ti prende solo gli organi, ma soprattutto la testa. È subdolo, sleale, ipocrita, ingannatore, viscido, ti sta uccidendo ma te lo dice all’ultimo momento. Passiamo un’altra serata tra telefonate dei pochi parenti che ho, ma non mi azzardo a dire nulla a mia mamma. Mia mamma una donna eccezionale morta il 6 aprile ha avuto sempre una predilezione per me: dovevo telefonarle ogni giorno almeno tre volte. La prima telefonata alle 6,30 prima di andare a Scuola, quando uscivo alle 14 e poi verso le 16. Bene: sono riuscita a non farle sapere nulla. Non volevo che morisse prima di quello che è successo, non volevo mi vedesse calva, non volevo sapesse che mi dovevo fare un’operazione così impegnativa che sarebbe durata almeno dodici ore. E ce l’ho fatta. Mi svegliavo alle 6 e le dicevo che stavo andando a Scuola, alle 14 che avevo finito e alle 16 dicendole che ero tanto stanca. Ma le mamme annusano. Annusano il tono della voce, l’intensità, l’altezza. Aveva capito che avevo qualcosa e chiedeva a tutti. Lei sapeva già. Ma non mi ha mai vista con drenaggi, flebo dappertutto, la disperazione delle chemio e le sentenze dei medici. È morta subito dopo la mia operazione, mi ha accompagnato finché è riuscita, poi mi ha lasciata sola. E ora mi mancano la sua voce, le sue telefonate, la sua sordità, il suo incessante sapere come stavo. Ma io non faccio mai le cose semplici. Io non ho un tumore, ne ho tre. Mia mamma non muore prima o dopo la mia malattia, ma durante.

Squilla il telefono non vi dico più con cosa iniziava, alzo la cornetta e sento:” Buongiorno Claudia”, “Buongiorno Dott.ssa, scommetto che delle cose belle da dirmi”. “No Claudia, purtroppo il sospetto era reale dobbiamo operarla subito e toglierle tutto”, “Come tutto?” “Sì perché il suo cancro è infiltrante e non possiamo rischiare. Le saprò dire tutto alla riunione collegiale che faremo con i chirurghi, gli oncologi domani alle 11 in Ospedale. Le illustreremo come vogliamo agire in concomitanza con i polmoni”. Giusto, il polmone era il più pericoloso, rischioso e critico. Il mio polmone che aveva un adenocarcinoma bastardo, posizionato vicino al cuore e bastardissimo. Avevo due bastardi nel corpo, e non sentivo nulla. Vedevo solo il mio cuore sanguinare sul tavolo senza sporcare nulla. In silenzio batteva. Allora l’ho preso e l’ho conficcato dentro di me. Perché adesso doveva starmi accanto. Per non morire. E per non morire avevo cinque mesi di vita. Continua…