CONTRO IL CAPORALATO DI MAIO BATTA UN COLPO

DI NICOLA FRATOIANNI

L’ironia della sorte ha voluto che il furgone in cui sono rimasti schiacciati 12 braccianti si sia scontrato proprio con un tir che trasportava pomodori. A dire in maniera chiara e netta che il caporalato uccide.

Oggi buona parte della politica oggi interviene sul caso e promette pugno duro: “aumenteremo gli ispettori, aumenteremo i controlli” e altri buoni propositi, che si pronunciano di fronte a una tragedia di questo tipo.
Ma questa situazione è lì a incancrenirsi da tempo, nel silenzio generale mentre c’è un sistema che non guarda in faccia a nessuno e fagocita i neri, come i bianchi, i rumeni come i bulgari e gli albanesi.

E allora raccontiamo qualche verità.
Il caporalato funziona così: ci sono organizzazioni criminali che radunano lavoratori, spesso nelle piazze dei comuni, di notte. Il caporale soppesa il lavoratore, lo valuta, lo ingaggia (il curriculum sono la forza, la destrezza, lo stato di salute). Tutti su un furgone collettivo, trasportati come bestiame sul luogo di lavoro. Arrivati lì inizia la fatica, dura. Per qualche soldo. Da quella paga i lavoratori devono stornare il costo del trasporto, una parte per il caporale che l’ha ingaggiato, una parte per l’acqua che beve e se ha bisogno di un alloggio fatto da lamiere e cartoni, paga anche quello.

Insomma, il caporale si occupa di intermediare fra domanda e offerta, si occupa del trasporto, si occupa dell’alloggio.
Se si vuole battere il caporalato bisogna incidere con forza e determinazione su questi elementi, senza più indugiare, perché il fenomeno è diffuso, tanto al sud quanto al nord.
Lo scorso anno, dopo l’incendio nel ghetto di Rignano, proprio in provincia di Foggia, sono stato lì.
E da lì, da quel luogo che conosco molto bene, per averci portato assistenza sanitaria e acqua gratuita quando ero assessore in Puglia, ho lanciato delle proposte al precedente governo:
Innanzitutto, l’intermediazione non può avvenire in forma “privata”. Spesso i caporali e le mafie si nascondono dietro finte agenzie interinali, in una forma di caporalato legalizzato. Bisogna prevedere che sia il sistema pubblico in via esclusiva, almeno in agricoltura, a garantire l’accesso al lavoro da parte del lavoratore e l’intermediario unico per la richiesta di lavoratori da parte dell’azienda. Bisogna anche organizzare il trasporto verso i luoghi di lavoro, affidandolo alle compagnie di trasporto pubblico locale, così come bisogna che lo Stato e gli enti locali organizzano i luoghi di soggiorno per i braccianti dei campi, di modo che non nascano ghetti.
Inoltre, per evitare che migliaia di immigrati finiscano nelle maglie del lavoro nero e nel ricatto della clandestinità, è necessario procedere con il rinnovo del permesso di soggiorno a chi abbia lavorato per almeno tre anni anche discontinuamente, a prescindere dall’intervenuta estinzione dei rapporti di lavoro, per una durata equivalente agli anni solari nei quali risulti il versamento di contributi previdenziali per lavoro a tempo determinato in agricoltura.
Bisogna anche punire le imprese che abbiano violato le regole su contratti e lavoro, escludendole dalla “Rete del lavoro agricolo di qualità”. Perché anche i consumatori possano fare la loro parte nel premiare chi rispetta diritti e regole.
Infine, è necessario un controllo serrato su tutta la filiera agroalimentare, perché molto spesso la grande distribuzione e la trasformazione intervengono sui prezzi alla pianta, strozzando il piccolo produttore, che si rivale sul lavoratore, in questa lunga catena dello sfruttamento.
Le stesse proposte le ho formulate al nuovo governo e al Ministro Di Maio, dopo l’assassinio del giovane bracciante sindacalista Sacko, in Calabria, a maggio scorso.
Non ho ricevuto risposta da nessuno dei due governi.

La classe dirigente di questo paese sente l’obbligo di interessarsi delle vicende solo dopo che succedono le tragedie e sotto la spinta dell’opinione pubblica (un po’ come accade per i terremoti e la cura dei territori).
Ma mi auguro che si intervenga per davvero e che si possa aprire una discussione seria su uno dei fenomeni più odiosi che abbiamo in Italia, perché riduce in schiavitù le persone. Altro che pacchia…
Io le mie proposte le ho avanzate e sono pronto a discuterne.
Ministro Di Maio, adesso tocca a lei. Batta un colpo.