UN’INSEGNANTE, LA VITA E IL CANCRO

 

DI CLAUDIA PEPE

Continuo a scrivere la mia storia che è iniziata nove mesi fa e penso non finirà mai. Quando entri in questi tunnel, la vita cambia, ogni cosa che vedi sul tuo corpo e che prima non facevi caso, adesso diventa subito un tumore, un dolore che ti coglie improvvisamente, lo associ subito alla morte. Si perché c’è poco da fare, anche se di cancro non si parla mai abbastanza, questi bastardi che inaspettatamente si insinuano nel tuo corpo, nella tua mente e nella tua vita, possono anche portarti alla morte. E se non ti portano alla morte ti cambiano l’esistenza, i pensieri, i sogni, i desideri. I progetti che prima rincorrevi, adesso li segui pigramente, senti le emozioni, ma subito tenti di spegnerli. Hai paura di soffrire, di subire, di patire, di sopportare. Il muro nero che ti accompagna non ti fa vedere che forse ci sono spiragli, che forse ce la puoi fare. Anche qui è tutto questione dei disegni del destino. E non puoi non assecondarli. No, perché sono la tua anima, il tuo respiro, la tua forza.  Era il cinque dicembre 2017 quando mi avevano dato cinque mesi di vita ed eravamo a gennaio. Ero stata ricoverata per fare la bio-tac polmonare. Sempre un tubo dove con delle siringhe prelevano una piccola parte del tumore per essere certi della malignità e di che cancro si trattasse. Due notti e tre giorni, ma la felicità di quando mi hanno detto che potevo andare a casa, ancora la ricordo tra le cose più belli da riporre nei cassetti dei sogni. Anche se era maligno. Anche se era bastardo. Anche se avevo pochi mesi di vita. Ritornare nella mia casa con mio marito e mio figlio, mangiare seduta e con il piatto sul tavolo, accendere lo stereo, ballare senza senso e con le lacrime agli occhi. Ballare senza senso tra le tue cose, accarezzarle, cantare a squarciagola, lambire i tuoi capelli lunghi e biondi sapendo che tra poco sarai calva, senza peli dappertutto. Guardarti allo specchio e sfiorarti lo spirito con un dito. Questa è la felicità, questa è la contentezza. Godere di essere al mondo. Per quella sera la persona più importante ero io. E basta. Apro gli occhi, albeggiava, sentivo mio marito vicino e per fortuna mio figlio era a Padova. Quella mattina ci sarebbe stata la riunione collegiale tra chirurghi, dottori, oncologi. Mi sono preparata, non avevo paura, non sapevo cosa mi aspettava. Arriviamo in Ospedale io e mio marito, e trovo già seduti con le spalle ricurve mio fratello, mia sorella e mio cognato. Guardo i loro visi, i loro occhi. Ascolto il silenzio che c’era tra noi, ascolto la disperazione che ci avvolge e si attorciglia dentro quella quiete che prelude la tempesta. Vediamo che tutti i dottori, primari, arrivano. Ci salutano e ci invitano ad entrare in uno studio. Era già tutto pronto. computer, slide, relazioni, spiegazione dell’operazione. Ma tutti avevano una faccia seria, troppo seria davanti a chi sta porgendo loro la propria vita. E dopo ho capito che era proprio per quello. La mia vita non si sapeva se si sarebbe salvata, un’operazione molto problematica. E con aria pragmatica tutti quei camici bianchi hanno incominciato ad illustrare con gli slide accompagnate dalla descrizione di una carissima Dott.ssa, la mia situazione molto grave. Sono rimasta muta per tutta l’ora della riunione, devo solo aver detto che io la broncoscopia non l’avrei mai più fatta, mio fratello ha chiesto se tutto questo poteva essere dovuta allo stress, ma il Primario di chirurgia con una cattiveria che poi si è rivelata solo dolcezza, ha risposto: “Non se ne parla neppure”. Quello stesso Primario che poi quando sono stata ricoverata, mi veniva a baciare la fronte la mattina per il buongiorno, e veniva per il bacino della sera per salutarmi. Siamo usciti, dalla stanza della morte, e sempre in silenzio ci siamo guardati. Il dolore era troppo forte. Ci avevano rappresentato una situazione che aveva poche estremità per risolversi facilmente. Poche, e nel frattempo avevo 4 mesi e 27 giorni. Avevano deciso di fare un’operazione estremamente difficile: in una giornata via i tumori al polmone e mastectomia del seno. Un’operazione da quattordici, sedici ore. Un’operazione in cui dovevo rimanere viva. Ci siamo guardati io, mio marito, i miei fratelli e mio cognato. Le voci non servivano, non avevano senso, le lacrime non scendevano.  Sentivo solo una cappa, un’oppressione, come un tabarro di morte che girava attorno a me. Il giorno dopo sarebbero iniziate tutte le analisi, gli accertamenti, le prove di anestesia, sarebbe iniziata la mia lotta contro quei fottutissimi bastardi che con un orologio in mano mi stavano contando i giorni e le ore. Quattro mesi, 27 giorni e poche ore. Siamo tornati a casa, e questo lo dovrò sempre a mio marito e a mio figlio, abbiamo trovato le parole per ridere, per non pensare, per rinviare tutto quello a cui andavamo incontro. Siamo andati a fare la spesa e abbiamo comprato di tutto. Avete presente una spesa convulsiva? Ecco quella cosa che abbatte i freni inibitori, e ti rende tutto accessibile perché diventi re della tua vita? Pensate ad una cosa, ed era nel nostro carrello. Giravamo nelle corsie come i bambini che per la prima volta possono comprare tutte le schifezze che comunque sono di un buono pazzesco. Vado a dormire e mi sveglio dopo una cena di oscenità e sento l’orologio meccanico dentro di me. Quattro mesi e 26 giorni. Dopo poco, già mi trovavo nell’ambulatorio dell’aiuto Primario insieme a mia sorella. Aveva lo sguardo serio, mi ha fatto accomodare e mi ha raccontato la mia operazione e quello che poteva succedere. Mi è scesa una lacrima e lui mi ha risposto:” Sensibile signora?” Io in silenzio l’ho ingoiata e ho continuato ad ascoltare mentre ero già in un altro tempo, in un altro pianeta. Pensavo alla mia Scuola, sì alla mia Scuola, ai miei allievi, al mio progetto che non avrei mai potuto fare, a tutta la gioia che ci avevo messo per portarlo a termine. E avevo vinto, ma adesso la mia vittoria era di altre persone, di altre sensibilità, di altre impressionabilità. Non era più mio, non era mio più nulla. Avevo solo un corpo che mi dava quattro mesi, ventisei giorni e poche ore.

Continua…