STORIE DI VITA ORDINARIA

DI MARCO GIACOSA

Qualche sera fa a Torino in via Gianfrancesco Re una coppia vestita da sport stava litigando con una donna vestita da guardia giurata.
«Ti devi vergognare!», urlava la donna della coppia, pantaloncini corti e cannottiera, appena rientrati, c’era da supporre, da una camminata o una corsa.
Ho capito che la donna in divisa aveva parcheggiato occupando due posti anziché uno, la coppia deve averle chiesto di sistemare meglio l’auto e quella si è rifiutata.
«Io non le manco di rispetto con il tu, io le do del lei», rispondeva la guardia.
«Chissenefrega del tu o del lei, dovevi mettere meglio la macchina, che cazzo ti costava, maleducata che non sei altro! Quello sì che era rispetto»
«Oh, dopo otto ore di lavoro non c’ho voglia di sentire ‘ste cose, voglio solo andare a casa»
L’uomo, fino a quel momento meno acceso, si avvicina alla donna con la divisa, siccome è imponente ottiene il forse imprevisto effetto di procurare un immediato timore.
«Non t’avvicinare che ti rovino!», gli dice.
«Minacci?», risponde l’altra donna, «bello eh, minacciare con la pistola!».
«Non t’avvicinare che ti rovino», detto da una donna con la pistola, una sera con il caldo, con molte persone sui balconi ad ascoltare, questo sì che è saper attirare l’attenzione!
La scena si è risolta così: l’uomo non si è avvicinato, la donna in divisa non ha rovinato nessuno, è finita a insulti, «Meno male che c’è tutto il quartiere che ha visto», risalendo in auto, andando a cercare un altro parcheggio, ha detto la donna con la canottiera, mentre sbolliva.

Qualche giorno prima in via della Cittadella un uomo aveva insultato, con la rabbia come volesse ucciderle, tre donne ausiliarie del traffico, colpevoli a suo dire di vessare, con uno zelo estremo, i commercianti e i clienti di quella via.
L’uomo era a tal punto preso personalmente che all’inizio ho pensato conoscesse una delle tre signore e avesse con lei una questione privata.
Ha trovato il tempo di insultare la sindaca, «…a voi e a quella p. della sindaca!».
Ho pensato: le mena.
E mi sono avvicinato.
Non troppo, perché se non ha l’intenzione e mi vede, e si scalda, le mena davvero.
«Guardate qui!», ha urlato prendendo la multa, depositario della verità, «le 15.49! Le 15.49! ‘Ste puttane! ‘Ste troie! ‘Ste luride! Due!! Due minuti!! Per due minuti!!». Una donna, terrorizzata, ha trovato la forza di onorare il vero: «Le 14.49, non le 15.49». Essendo le 15.51, la multa era stata fatta perché il tempo era scaduto da un’ora e due minuti, e non da due minuti come l’uomo aveva dapprima creduto, eccitato per aver trovato la prova della sua tesi.
L’uomo è un signore che non fosse riempito di una rabbia cavernicola si direbbe curato, vestito bene, elegante, probabilmente titolare di un negozio da quelle parti, nel centro di Torino.
«La prossima volta che vi vedo prendo un bastone e vi spacco la testa», dice, con gelida lucidità, prima di sparire.
Le donne sono spaventatissime. Una chiama la Gtt e la sento dire: «No, col cappero, se fossi stata senza divisa col cappero che questo mi minacciava, certo che ha minacciato l’azienda, dovete fare qualcosa!».
Dopo qualche minuto arriva una pattuglia di vigili, si sparpagliano per le vie alla ricerca di quell’uomo.

Il mondo è filtrato dai nostri sensi, perciò questa non vuole essere la prova della violenza del mondo, pensata maggiore di un prima: è una violenza che mi fa male, perché è priva di senso, anzi di obiettivo: non è finalizzata a nulla.

Al bar, questa mattina, un signore ha commentato i morti (a quell’ora si pensava fossero due) dello scoppio di Bologna, e ha abbassato lo sguardo in segno di rispetto per Bologna tutta, poi ha ricordato i dodici morti del foggiano, poi ha onorato, nel suo ricordo semplice, un momento tra sconosciuti, al cappuccino, anche i due di Sanremo. Come dire: onorare i morti, tutti i morti, è un abbraccio che non ha limiti. I miei sensi hanno filtrato questo: era un pensiero buono, di questi tempi lo prendo e mi faccio accompagnare per tutto il giorno, lo metto nello stesso racconto di due rabbie violente, come un antidoto.