DIVENTARE CITTADINI E’ UN MIRACOLO. MA NOI SIAMO INSEGNANTI

DI CLAUDIA PEPE

Devo averlo scritto molte volte, ma questa volta sono veramente arrabbiata. La Scuola italiana, leva Musica nella Scuola secondaria. Un peccato gravissimo oltre che per la cultura, ma anche per una crescita che si armonizza nella bellezza, nella creatività, nella preparazione ma soprattutto nella civiltà. Siamo abituati ai tagli, siamo abituati ad essere spenti come mozziconi di sigarette, siamo abituati ad esser proni ed a eseguire gli ordini dei grandi capi. Io e moltissimi docenti, abbiamo passato quasi tutte le riforme e sappiamo cosa vuol dire “dover” dire sì. Perché quella è la tua professione, quello è quello che vuoi fare, quella è la tua vita. E allora ribadisco che in questa Scuola italiana martoriata dall’ignoranza, dall’incompetenza, dall’incapacità e dall’analfabetismo, e guidata da persone che dell’Istituzione più importante del mondo ne hanno fatto un macello, noi docenti non ne possiamo più. Hanno trasformato la Scuola in un macello dove si è assistito ad una guerra tra deboli ed a un disastro che ha calpestato migliaia di esistenze, schiacciato sentimenti, buttato all’aria anni la Scuola che imitava il mondo. In questa Scuola, io Claudia Pepe, non voglio più vedere progetti, voglio didattica, basta UDA trasversali che trattano di vulcani, di acqua, o di qualsiasi altro argomento. Lo si può fare tranquillamente nelle proprie ore e forse anche in maniera meno dispersiva. Io voglio l’Educazione alla cittadinanza che comprende: l’educazione ambientale, alla sessualità, all’affettività, al bullismo, ai comportamenti alimentari. È inutile che i media appena succede qualcosa danno colpa alla scuola. Mi sono stancata. Le ore che potremo dedicare a lezioni che innalzano l’identità, la consapevolezza, la responsabilità, la riflessione dei ragazzi, ci sono state tolte per fare progetti. Progetti che valgono sulla carta ma nel reale, influiscono ben poco nella formazione dei nostri studenti. Domani se dovessi entrare in classe, vorrei parlare della trentanovesima donna ammazzata dall’inizio dell’anno, a pugni e a calci. Ormai il femminicidio è diventata una notizia che leggi sul giornale e poi vai direttamente all’ultima per vedere chi è morto. Domani se potessi andare a Scuola parlerei di Maila Beccarello uccisa a mani nude, uccisa e lapidata dal marito Natalino Boscolo Zemello già agli arresti domiciliari. Ma sono sicura cosa mi chiederebbero i miei alunni:” Prof, ma se arrestano un uomo perché non resta in prigione?” E non saprei dare una risposta.
Era mattina, chissà quale piccola parola, gesto, sguardo non è piaciuto a questo assassino da scatenare una forza omicida in un corpo fragile, esile, che veniva maltrattata giornalmente, ma che la paura di denunciare, l’ha pagato con la vita. Questo sicario spinto dalla malvagità e dal crimine, ha fatto chiudere gli occhi ad una donna che ha avuto un grande solo torto: non parlare, non querelare, non accusare, non diffidare questo mostro che già aveva commesso reati. Gli ha lasciato il diritto di ammazzarla. In silenzio, la sua morte è avvenuta nel silenzio di una palazzina di Cavarzere, nel silenzio di persone che forse conoscevano la realtà ma avranno pensato che non erano fatti loro. Su Facebook Maila aveva scritto “La vita ci dà brutte cose, ma si tira avanti”. No, noi donne non dobbiamo tirare avanti nemmeno se ci insultano, se ci sottomettono a violenze psicologiche, nemmeno se ci sfiorano con le loro mani che puzzano di morte. Maila ha cercato di scappare mentre i calci si conficcavano nel suo corpo, dicono i carabinieri, visto le estese macchie di sangue nella casa, ma nessuno ha sentito. Erano le sette del mattino e l’odore del caffè copriva la puzza del sangue. Poi, il delinquente ha chiamato il 118 dicendo che Maila stava male. Ma, quando sono arrivati l’hanno trovata morta con le lacrime che ancora le incorniciavano un viso da bambina. Una bambina mai cresciuta, chiusa in una gabbia dove non poteva cantare e guardare il sole al tramonto.
Ecco cos’è l’Educazione alla cittadinanza, all’affettività. Non è un’UDA, ma è la nostra vita. Per questo io la voglio nella nostra scuola. Per saper rispondere alle domande dei miei studenti.
Mi vengono in mente in mente le parole di Don Milani: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia.” Io mi aspetto che questo governo sortisca insieme a noi i problemi della Scuola italiana, che insieme a noi rispetti la parola “politica”, che insieme a noi costruisca una nuova era. Nel nome di tutte le persone oppresse, degli studenti, dei ragazzi che soffrono, e di questo mondo a cui di umano rimane solo l’aurora del mattino e il calar della notte.
E come diceva Pietro Calamandrei: “Trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere.”

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