“A SUD DEL CONFINE, A OVEST DEL SOLE” DOVE S’INCONTRANO I RICORDI

DI CLAUDIA SABA

Io me la ricordo ancora la
mia vacanza estiva.
Si partiva a fine giugno, dopo la chiusura delle scuole, per tornare a casa appena dopo il 15 di agosto.
Il 30 Giugno eravamo già in marcia con la nostra ‘600 piena di tutto.
Valigie, scatoloni, buste della spesa colme, panini per il pranzo e bottiglie d’acqua perché “non si Sa mai, cosa può succedere durante il viaggio”.
Lo stereo in auto non c’era. Si cantava pero’.
A squarciagola, a finestrini spalancati.
Il climatizzatore era solo un miraggio.
Vestiti leggeri che in macchina non stavano mai fermi e le gambe sudate, si appiccicavano ai sedili di pelle.
Non andavamo tanto lontano.
Due ore di macchina, verso il paesino più sperduto del sud.
Ma era quello di mamma e papà.
Dei loro luoghi d’infanzia, dei giochi, dei genitori che aspettano con ansia i propri figli, di rientro dalla città.
Si perché una volta si andava via dal paesino per trovare lavoro fuori, un lavoro “statale” a tempo indeterminato, l’unico che permetteva alle famiglie, di esistere.
Al Paese ci aspettavano con ansia.
Il letto per mamma e papà, già pronto con le lenzuola fresche appena lavate mentre la stanza di noi “piccole” era a casa di uno zio vicino.
Si faceva così un tempo, si accoglieva chi tornava e si faceva festa insieme.
Le case erano una attaccata all’altra.
Mio zio da una parte, mia zia dall’altra e i nonni al centro.
Un lungo corridoio centrale riuniva tutti.
Un grande tavolo in mezzo ci raccoglieva intorno per il pranzo e la cena.
Cose di una volta.
Volti di una volta ma soprattutto, mani di una volta.
Le mani operose dei contadini, di mia nonna che prima di dormire impastava la farina e la mattina all’alba infornava il pane.
Lo trovavo caldo per la colazione e m’inebriavo del suo profumo mentre lo tuffavo dentro il caffellatte.
Lei era già in campagna a quell’ora. Andava presto perché poi “arrivava il sole”.
A pranzo di nuovo insieme e magicamente scoprivo che mia nonna aveva trovato il tempo di preparare anche il pollo con le patate al forno. Lo spaghetto al pomodoro fresco non mancava mai.
Preparato all’ultimo momento con una fogliolina di basilico appena raccolto.
Si respirava la calma e la serenità, il sapore delle cose fatte senza fretta.
I sorrisi e quelle piccole attenzioni che oggi mancano così spesso.
Quando si tornava a casa, in città, le buste quasi non entravano in macchina.
Colme dell’odore dei campi, dei pomodori appena raccolti, dell’olio buono, del formaggio fresco fatto in casa e tanta malinconia per la partenza.
Baci, abbracci e lacrime per il distacco.
E amore, un ingrediente sempre più raro nella velocità della vita di oggi.
Un amore che durava tutto il viaggio cantato a squarciagola nel vento caldo, smarrito tra finestrini aperti.
Un altro anno, altri mesi ad aspettare l’estate, ricordando con nostalgia l’estate appena trascorsa.
Il calore umano, quello che ti scalda tutto l’anno e che non passa più.
Che non si spegne nemmeno sotto la neve, che resiste al tempo.
Per tutte le stagioni della vita.