USA, CARCERI PRIVATIZZATE RECORD DI PRIGIONIERI

DI PAOLO DI MIZIO

Gli Stati Uniti formano il 5% della popolazione mondiale, ma hanno il 25% della popolazione carceraria mondiale. In altre parole, un quarto di tutti gli incarcerati del nostro pianeta si trova nelle prigioni degli Stati Uniti.

È un record mondiale ineguagliato. Neppure la Cina, con un miliardo e 200 milioni di abitanti e una disciplina sociale rigidissima, ha una percentuale così alta di detenuti. Le spaventose cifre dell’America di oggi superano di gran lunga quelle dell’URSS di Stalin e dei gulag. Forse l’unico parallelo, in scala percentuale, può essere fatto con la Cambogia sotto la dittatura di Pol Pot, che tuttavia aveva meno di otto milioni di abitanti.

Per renderci conto delle dimensioni del fenomeno americano, ecco alcune cifre basate sui dati del 2016. Negli Stati Uniti erano in carcere 693 persone ogni centomila abitanti. In Gran Bretagna 147 ogni centomila abitanti, in Spagna 133, in Francia 99, in Italia 88, in Germania 72.

In dati assoluti gli Stati Uniti hanno 3 volte la popolazione carceraria degli altri 42 Paesi sviluppati nel mondo messi insieme. In dati percentuali la cifra è ancora più mostruosa e va almeno triplicata, considerando che l’America ha una popolazione di circa 350 milioni di abitanti mentre gli altri 42 Paesi sommati arrivano a un miliardo di abitanti.

Secondo l’US Bureau of Justice Statistics nel 2013 si trovavano in galera 2.223.200 americani, mentre altri 4.751.400 ci erano stati almeno qualche giorno ma si trovavano ora agli arresti domiciliari o in libertà vigilata.

Ma perché succede questo? Succede perché in America le prigioni sono state in gran parte privatizzate e lo Stato paga mediamente 100 mila dollari l’anno per ogni carcerato, ossia 273 dollari al giorno a persona, che finiscono nelle tasche di società private alle quali è affidata la gestione delle prigioni.

È un business enorme. Qualche anno fa, sotto l’amministrazione Obama, quando si parlò (senza risultato) di depenalizzare l’uso delle droghe leggere, ad opporsi più duramente fu la lobby dei gestori dei penitenziari, che non fece mistero delle sue motivazioni. “Una legge del genere” disse il presidente dell’associazione di categoria “priverebbe la gestione carceraria di una grande e irragionevole fetta dei suoi guadagni”.

Avete letto bene: ha detto che sarebbe ‘irragionevole’. Nessuna osservazione di merito sulla legge, solo il dato economico secondo cui privare le prigioni di tante sue facili prede sarebbe un affronto per coloro che traggono guadagni milionari dalla disperazione di vite bruciate.

Adesso si capisce bene perché la polizia in America arresti così facilmente, pescando naturalmente tra gli strati sociali più disagiati: afroamericani, latinos, immigrati, disoccupati.

Si calcola che 1,5 americani su due (il 75% della popolazione) abbia maneggiato droghe leggere o pesanti, una volta o l’altra. La droga è di gran lunga la maggiore causa di imprigionamento. Ma se sei di pelle bianca, abiti nella zona giusta della città e vesti in giacca e cravatta, hai scarse probabilità di finire in prigione.

Se invece sei nero, ispanico, disoccupato e abiti nelle case popolari o nei quartieri degradati, hai altissime probabilità di conoscere le patrie prigioni. Sei un’ottima preda per l’industria carceraria: frutterai un mucchio di soldi e la tua sordida vita avrà finalmente un senso: non per te ma per gli industriali delle prigioni.

Non mi stupirei se si scoprisse che agenti e ufficiali di polizia ricevono informalmente regalie, di un valore proporzionale al numero di arresti eseguiti. Business is business.

È così che in America sulla droga si arricchiscono contemporaneamente i drug lords e i prison lords, i signori della droga e i signori delle prigioni