BUCAREST, GLI EMIGRATI RUMENI TORNANO IN PATRIA A MANIFESTARE CONTRO IL GOVERNO

DI ALBERTO TAROZZI

Non rappresentano una novità le proteste contro la corruzione dei politici al governo, dalle parti di Bucarest. Si può anzi dire che già nella caduta di Ceausescu aveva pesato una certa indignazione riferita ai comportamenti del conducator ritenuti a dir poco disinvolti sul piano giuridico-amministrativo.

Negli ultimi anni poi, ad ogni evento elettorale, non erano mancate accuse e manifestazioni che non si erano sopite in fase post elettorale.
Di fatto, in epoca più recente, si è assistito a uno scontro aperto tra ceto politico socialdemocratico al potere dal dicembre 2016 e Magistratura che si è vista reiteratamente bocciare proposte volte a colpire il malcostume locale.
A inizio anno si era poi registrata una recrudescenza dello scontro politico dovuto ai tentativi dell’esecutivo di emendare la riforma della giustizia. Emendamenti che proibirebbero l’utilizzo di materiale video nelle indagini, imporrebbero la presenza degli indagati durante l’audizione delle vittime innanzi alla corte, escluderebbero la custodia cautelare per i sospettati di corruzione. In quei giorni si arrivò a parlare di 150mila persone in piazza a Bucarest.

Le opposizioni e i loro sostenitori chiedono ora le dimissioni del governo. Scontri nel febbraio del 2017 e scontri non più tardi di ieri, con lancio di lagrimogeni da parte della polizia.
In cosa consiste però la novità? Questa volta in prima fila, nelle contestazioni di piazza, anche violente, chiedono le dimissioni del governo migliaia di romeni di cui la maggior parte risultano emigrati all’estero, tornati appositamente in patria da Spagna e Italia per partecipare alla manifestazione.
Sul numero le fonti non concordano e vanno dai sette ai cinquantamila. Il numero più affidabile è comunque quello dei rumeni immigrati, intorno ai 4 milioni su una popolazione di 22 milioni di abitanti. Se questa massa di persone ritorna in parte in patria per manifestare la cosa rappresenta sicuramente qualcosa di nuovo.

Le acque si stanno movendo. Da una parte il governo socialdemocratico, vale a dire l’esecutivo guidato dalla prima donna romena premier, Viorica Dancila, promossa dal controverso capo del partito socialdemocratico Liviu Dragnea. Dall’altra la Magistratura, finora perdente con l’altra donna forte del Paese, Laura Kovesi, magistrato capo del Dipartimento anti-corruzione la quale, infine, ha dovuto abbassare la testa e abbandonare il suo incarico come chiesto da Dragnea:che l’ha di fatto licenziata. Dalla sua parte il presidente della Repubblica, Klaus Iohannis, leader del partito nazionale liberale.

Solamente un fuoco di paglia o il fuoco che covava sotto la cenere sta per divampare?
Da notare che la Romania è stata recentemente oggetto di interessate simpatie dell’occidente, nel tentativo di influire sul ruolo che la Russia sta esercitando sulla vicina Moldavia. Da Bucarest si propone infatti ai moldavi di lingua rumena un doppio passaporto simile a quello disegnato dal leader austriaco Kurz per i “nostri” altoatesini.
Probabile quindi che, quale sia il tipo di fuoco col quale i rumeni hanno oggi a che fare, ci sia qualcuno, dall’esterno, interessato a soffiarci sopra.