SONO CLAUDIA, HO UN CANCRO MA QUELLA MATTINA C’ERA SOLO TOMMASO

 

DI CLAUDIA PEPE

Ed ecco la quarta parte del mio racconto, perché più sono dentro questo tunnel, e più capisco che parliamo poco di cancro. Troppo poco. E il cancro l’abbiamo tutti, dobbiamo solo aspettare di scoprirlo. I reparti, sono intasati, non ci sono posti. Ma di questo ne parlerò più avanti, quando vi racconterò del mio arrivo al reparto d’oncologia. Quel reparto dove tutti hanno la morte dentro.  Quattro mesi, ventisei giorni e poche ore per rimanere viva. Mi alzo, telefono a mia mamma:” Ciao mamma vado a scuola, ti telefono io quando esco tu stai tranquilla. Hai la febbre? Dai chiama il dottore, chiama Anna. Ok mamma ci sentiamo dopo.” Metto giù il telefono e chiamo mia sorella:” Anna chiama il medico mamma sta male. Io devo andare il ospedale. Mia sorella che viveva la morte di mia madre e il mio vero dramma sempre insieme a me, è riuscita a dare un senso a quello che ci stava capitando. Mi ha adottato come una foglia che si sta staccando dall’albero, e subiva tutto quello che può succedere in una famiglia scompagnata. Lei è stato il perno d tutto. Ormai avevo quattro mesi venticinque giorni e poche ore. Sapevo che mia madre stava morendo lo sapevo, ma la vita è bastarda. Avevo gli occhi che abbaiavano a questa cazzo di vita, avevo i pugni stetti dai dolori passati, avevo gli occhi asciutti, inariditi, scarni. Mi sono lascata andare: non mi truccavo, doccia e vestiti bui come le giornate dove il sole albeggiava già macchiato dalle ombre della notte. Ok, vado in ospedale e la mia dott.ssa meravigliosa mi chiama, e mi porta nella sua stanza. Apre il computer, la vedo seria, la vedo che vorrebbe abbracciarmi, vedo che impone la compostezza. Apre il PC, mette un dischetto e incomincio a vedere il mio corpo e lei a parlare della mia morte. C’anche mio marito con me. Incomincia il film dei miei 4 mesi 25 giorni e poche ore. Il dischetto è tutto nero, poi poco alla volta si allarga e incomincio a vedere giallo. Dopo mi hanno detto che il giallo vuol dire “Attenzione qui ci puoi morire”. Il mio giallo incominciava piccolo e poi si allargava tanto, tanto, tanto, Il polmone, la mammella, vedevo solo giallo e la voce della dott.ssa che illustrava la mia morte e come avrebbero fatto a salvarmi. 4 mesi e 25 giorni. Come avrebbero fatto a salvarmi? Mio marito si è sentito male l’hanno dovuto accompagnare fuori. Siamo rimasti io e la mia dott.ssa bionda a guardarci negli occhi e a dirci la verità. Siamo rimaste composte, sono uscita e sono andata alla ricerca di mio marito. L’ho trovato, e ci siamo guardati. Non c’era nulla da dirci, ma solo da trasmettere. Il cancro si contagia alle persone che ti amano, lo vivono, lo sentono, lo odorano, lo fiutano, lo annusano. lo. Noi lo viviamo, loro i carigevir ci accompagnano nel cammino, superando i gradini, battendo alla porta della vita, sormontando il loro dolore per far che la speranza ci nutra, come la volontà e l determinazione. E per me sogni, sogni. Torno a casa squilla il telefono, inizia con il 7. Ok Claudia, ci siamo. “È lei Claudia Pepe data di nascita…, bene il ricovero è fissato per il 25 febbraio. La operano il 26 febbraio.  Ho sperato non fosse il 26. Il 26 è l’anniversario della morte di mio figlio, e non è un numero che mi piace.  Ok, ci siamo o io o la morte, o io o l’angoscia, o io o la mia famiglia orfana. Devo prendere pigiami, ciabatte, il borsone. Devo pendere tutto e ho 4 mesi e 23 giorni. Devo dire a mia madre che parto per un corso di aggiornamento a Bologna e non le posso telefonare. Le telefono, la sua voce è rassegnata, Lei sa già che le sto dicendo bugie. Ma nella saggezza della morte mi accompagna, mi rassicura e mi accarezza. Lei sa già. La sera la passiamo tranquilli, telefonate rassicuranti, parole al vento, preparazione della valigia e vado a letto. Mi sveglio tranquilla anche se i miei occhi abbiano al mondo, prendo la valigia e mi avvio verso l’Ospedale. Mi accolgono già sapendo che sta arrivando il caso strano, quello difficile, quello che non sa se riuscirà a vivere. Mi mettono in una stanza, c’è la televisione che dopo mi leveranno, un’altra Professoressa con problemi. Vengono a chiamarmi per depilarmi. Lo fa un uomo. Mi vergogno, ma dura poco. Mi dice che la mattina dopo alle 7 devo fare la doccia. Non mangio, mi prendo le gocce, ma nonostante tutto mi sveglio alle 4. Senza farmi sentire entro in bagno, mi lavo, efaccio la doccia. Arriva l’infermiere e mi dà quel telo che davanti e coperto, e dietroè tutto aperto. Lo metto. Sono calma. Arriva il paramedico per portarmi in sala operatoria. Sono calma. Non c’è nessuno con me. Solo Tommaso.

Continua…