LE COSE CHE AVREI VOLUTO DIRTI. A MIA MADRE CON AMORE

DI CLAUDIA PEPE

Eri bellissima. Una giovinetta come te cresciuta in una famiglia dove dovevi baciare la mano di tuo padre quando arrivava a casa, studiare ed aiutare la nonna in casa. Avevi tre fratelli, ma tu eri l’unica con i capelli d’oro e gli occhi di un azzurro da far invidia al cielo. Ti sei innamorata di mio padre, uno scugnizzo con una famiglia disperata, nero, magro, un ragazzo che viveva nel mare, che a pranzo mangiava quello che pescava e, a sera, quello che una madre che non ha mai avuto gli faceva trovare. Eppure tu, che a quei tempi potevi sposare chiunque, hai scelto lui. Tuo padre lo ha obbligato a diplomarsi e lui da scugnizzo si è comprato i libri e con la volontà che non l’ha mai abbandonato, si è diplomato. Vi siete sposati di nascosto, e il giorno dopo papà partiva per la guerra. Tu avevi 19 anni e già eri una vedova bianca, prima accolta nelle varie case dei parenti e poi sfollata in Sicilia. Ogni volta che papà tornava a casa per una licenza facevate un figlio. A 23 anni ne avevi tre, sola con il sole che ti illuminava quel sorriso e quel volto che poche volte si incontrano nella vita. Poi dopo dieci anni Carlo, e poi l’emigrazione. E sono nata io. Avevi quarant’anni ed eri bella come il sole. La nostra famiglia ha subito tutto quello che l’emigrazione del’60 portava. L’abbiamo patita e sofferta, accolta e superata. Tutti noi ci siamo realizzati nel Veneto che non amava i meridionali. Ma tu avevi due fissazioni. Me e mio fratello Pino. Quando è morto Pino tutta l’ansia, l’affanno, l’agitazione, la preoccupazione, il timore, l’angoscia, l’apprensione e la trepidazione l’hai scaricata su una bambina leggermente obesa. Bionda come la mamma e conscia fino alla fine che tu mi avresti rovinato la vita. Mamma mia bella quante me ne hai fatte, e quanto ne hai fatte a mia sorella. Quante lacrime ho ingoiato nel nome del tuo bene. Finché è rimasto vivo papà ti guidava, quando non c’è stato più, tu hai voluto come sempre prendere la guida delle nostre vite. Ma non di tutte. Quella mia era quella che tu dovevi vivere. E l’hai vissuta fino in fondo. Hai cresciuto i miei figli, Tommaso è stato quello che aveva rimpiazzato Pino, ma nello stesso mese e alla stessa età è morto come lui. Avevi la casa tappezzata delle sue foto, lo hai amato più di noi figli e della tua vita stessa. Abbiamo vissuto anche insieme ed è stato un inferno. Ci siamo odiate, amate sopportate, detestate, adorate e desiderate. Ma i tempi sono stati sempre sbagliati. La tua ossessione per me ha rovinato la mia vita, ma ora che ti sei addormentata senza fare rumore, parlandomi fino alla fine, accarezzando i tuoi capelli biondi fino alla fine mentre tu sognavi, mentre tu eri già con Tommaso, papà, Pino e tutti i tuoi cari ti ho amato come nessuno mai. Cara madre mia che fino alla fine hai deciso della mia vita, ne hai passate tante anche tu, ma la tua testa non ti ha mai abbandonato. Avevi capito che ero ammalata, ma alla fine sei diventata bambina. Finalmente la mia mamma dolce, buona, che aveva capito che non poteva morire prima della sua figlia prediletta. Ne aveva già viste molte di morti, ma la mia non l’avresti retta. Hai deciso di non prendersi più medicine, e in una settimana i tuoi occhi si sono chiusi. Mi manchi mamma, mi manchi tanto, aspetto ogni giorno una telefonata che non arriva mai. Avevi con me quel rapporto che hanno le mamme con le figlie deboli, quelle che vedono disperate, quelle del Vangelo nella parola del “Figliol prodigo”.

Tu mi venivi a cercare perché avevi annusato che la mia vita è stata una vita ingiusta. E non sapevi come scusarti di avermi messo al mondo. E non sapevi come scusarti per avermi fatto vivere una vita che assomigliava alla sua. Bionda, bella con la morte come alfiere mascherato. Me le hai fatte pagare tutte, ma hai amato me come nessuno mai, come la luna ama le stelle e l’aurora ama l’alba. Mi manchi mamma, telefona cazzo! Quante volte ti ho sgridato per le troppe telefonate, arrivavi anche a ventitré squilli se non mi sentivi. Altrimenti chiamavi la scuola, l’ospedale, i miei figli, mio marito, tutti. Tu dovevi sentire la mia vice, e, adesso solo io ti capisco. Vorrei sentire quella voce che urlava perché non ci sentiva, vorrei sentire quella voce che mi diceva che se stavo male lei c’era, vorrei sentire quella voce che mi chiedeva con paura, come stavo. E io, sempre cattiva. Ma non sapevo come fare. Non sapevo che saresti morta durante la mia malattia, non sapevo che la mia vita mi aveva preservato anche questo, non sapevo di essere nata sotto una cattiva stella. Cara mamma ti ricordi i nostri magici Natali, finché qualcosa ha infranto i nostri sentimenti, finché l’egoismo ha preso il sopravvento sull’amore, finché si è potuto infierire su chi ha costruito una famiglia da ammirare. Ma sono arrivate, e tu e papà ne avete sofferto. Troppo. I nostri figli non aspettavano che vederti in cucina inseguita da papà che puliva dove tu sporcavi. E adesso vorrei dirtelo ma non ci sei. Sì, mi hai rovinato la vita, ma hai anche dato il meglio che una mamma come te poteva fare. Hai dato amore, affetto, tenerezza, calore, protezione. Hai dato quello che potevi. Hai dato. Tanto. Nel bene e nel male. Ma hai sempre dato. Ho qui il telefono con me, tra dieci minuti avresti telefonato. Ti prego se ci sei fallo, ti devo spiegare tante cose. Ti voglio bene mamma mia adorata, telefonami.