SUICIDI IN CARCERE, TROPPI SECONDO IL MINISTERO. APERTA UN’INDAGINE

DI MARINA POMANTE

Ancora un suicidio in carcere, a Poggioreale, si è tolto la vita un altro detenuto, il 24esimo dall’inizio dell’anno.
E’ proprio partendo dalla struttura di Poggioreale che il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha deciso di inviare gli ispettori per arrivare ad un quadro completo della situazione.

Come si legge nel rapporto del Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, il primo semestre del 2018, ha registrato 5.157 atti di autolesionismo nelle carceri di tutto il territorio italiano, oltre a 585 tentati suicidi e 24 suicidi.

Per l’ordinamento giuridico italiano è definito: carcere o istituto penitenziario, il luogo in cui sono detenuti i condannati ad una pena detentiva o coloro che sono sottoposti a misure cautelari personali coercitive (custodia cautelare in carcere) o chi è sottoposto a misure precautelari (arresto in flagranza di reato).

La prigione o carcere, è una struttura chiusa e sorvegliata, creata dagli uomini per recludere chi contravviene alle leggi o arreca danno ad altri ed è pensato per il fine del recupero di chi ha commesso errori, le alternative come l’esilio, la messa al bando o la condanna a morte, sono pratiche abbandonate dalle società civili che tendono appunto a recuperare il cittadino, prima che pensare ad una pena da infliggere come una punizione fine a se stessa.
Alcuni Paesi nel mondo, seppure considerati “società civili ed evolute”, adottano ancora la pena capitale (come ad esempio, alcuni Stati degli USA).

Il carcere, inteso quindi come luogo detentivo moderno, oltre ad essere un edificio dove all’interno sono ospitati coattivamente i criminali, è comunque il luogo dove sono garantiti i diritti dell’uomo, con tutte le implicazioni che tuttavia lo sottopongono a regime carcerario. Sono incentivate attività lavorative, letture, studi, incontri con lo psicologo, visite di parenti e altre forme di supporto all’individuo. Tutto questo, sempre nel rispetto della ragione per la quale esso si trova in prigione, la detenzione.

Contrariamente a quanto si possa percepire, numerosissimi sono i casi in cui degli ex detenuti, hanno saputo approfittare degli strumenti messi a disposizione durante la loro permanenza nel carcere ed hanno avviato un percorso di studio per il conseguimento di diplomi o lauree, altri ancora, sono riusciti ad imparare un lavoro e tutti questi, una volta scontata la pena, grazie all’aiuto di istituzioni di Stato, come ad esempio gli assisteni sociali od organizzazioni impegnate per il reinserimento nella società di ex reclusi, hanno potuto trovare collocazione nel mondo del lavoro, abbandonando le abitudini a delinquere riappropriandosi così della dignità e della volontà di comportarsi come qualunque altro cittadino rispettoso delle regole.

La Storia, è piena di clamorosi fallimenti in ambito carcerario, tanto da fornire materiale sovrabbondante per romanzi; infiniti sono gli episodi di rivolte dei detenuti, gestioni troppo disinvolte o troppo autoritarie, morti sospette, pestaggi (non solo per opera di detenuti), abusi, infiltrazioni mafiose, circolazione di droga, evasioni con la complicità delle guardie carcerarie, coercizioni, torture fisiche e psicologiche e la lista delle nefandezze è ancora lunga e “fantasiosa”. Segno evidente che non esiste a tutt’oggi una forma detentiva perfetta, incorruttibile e rispettosa degli uomini e delle Leggi.

Ogni Paese, adotta, in base alla propria giurisdizione, regole e norme che gestiscono e regolamentano la vita carceraria. Spesso col mutare dei Governi, vengono attuate delle riforme carcerarie che vanno a modificare o in taluni casi, a stravolgere “pezzi” di regolamento e molto spesso accade anche che con l’avvicendamento di un nuovo direttore, concessioni o dinieghi che riguardavano specifici detenuti, vengono rivalutati…
Ci sono alcuni Stati europei dove la vita in carcere, non è quasi vivibile e i carcerati, sono sottoposti quotidianamente a vessazioni e punizioni decisamente sproporzionate o ingiustificate o dove le punizioni corporali, sono all’ordine del giorno. In altri Paesi d’Europa, come nel nostro caso, la permanenza nelle prigioni, pur non essendo piacevole, ha comunque delle connotazioni di correttezza verso il detenuto e fatti salvi i casi di sovraffollamento o di costrizione a far convivere più ospiti incompatibili tra loro, al recluso nelle prigioni italiane, sono garantiti i principali diritti.
Negli anni 70 una delle battaglie contro il sovraffolamento carcerario e la conseguente condizione dei reclusi, fu portata avanti da Marco Pannella, leader del Partito radicale. Questi ritenevano a ragione, che tale situazione rendesse la permanenza in carcere più difficoltosa a causa degli spazi fisici ridotti che i detenuti potevano godere, si innescavano così con maggiore facilità incomprensioni e nervosismi che sfociavano in risse. Anche la condizione emotiva ne risentiva proprio per le stesse ragioni e “l’ospite” forzato non era padrone di un ambiente, sia pure la cella, dove poter semplicemente alloggiare le sue poche cose.
Dall’ultimo pre-rapporto 2018 dell’associazione Antigone, emerge che le presenze di detenuti nelle carceri sono in calo. Siamo passati da 25.144 nel primo semetre del 2017 a 24.380 nei primi mesi del 2018.
La situazione delle presenze nelle carceri è comunque di sovraffollamento, infatti la capienza regolamentare è superata da 8127 unità. L’associazione Antigone, spiega anche che, non c’è un’emergenza connessa agli stranieri, la loro detenzione in Italia è diminuita di oltre 2 volte negli ultimi 10 anni, la percentuale dei detenuti stranieri è pari allo 0,33% del globale. Una delle ragioni di questa tendenza al ribasso della criminalità degli stranieri, secondo l’associazione, può essere spiegabile con il Patto Inclusione. La regolarizazione e l’integrazione degli stranieri nella società, porta ad una riduzione della criminalità. Un esempio è quello dei Rumeni che negli ultimi 5 anni vedono la loro presenza nelle carceri ridotta di oltre 1000 unità, mentre la presenza nel nostro Paese è aumentata.
L’associazione Antigone, in risposta a chi avanza proposte di costruire nuove carceri, evidenzia che costruire una prigione idonea ad ospitare 250 detenuti, costerebbe circa 35 milioni di euro.
Attualmente in Italia i detenuti sono 28 mila 621.

La Corte Costituzionale ha dichiarato che è incostituzionale la negazione dei benefici ad alcune categorie di condannati all’ergastolo.
Si legge nella sentenza: “la Corte ha censurato il rigido automatismo stabilito dalla legge penitenziaria, che impediva al giudice di valutare i progressi compiuti da ciascun condannato, sacrificando così del tutto la funzione rieducativa della pena sull’altare di altre, pur legittime, funzioni“.

I problemi del sistema carcerario sono davvero quindi innumerevoli e col tempo se ne aggiungono di nuovi ma quello che desta maggiore preoccupazione, è secondo una nota del ministero, il crescente numero di suicidi che si consumano all’interno delle prigioni e questo fenomeno deve imporre una riflessione completa sulle cause e le origini che sono alla base di questi gesti estremi.

Il Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, di concerto col ministro Bonafede, hanno avviato una attività di ispezione atta a raccogliere elementi indispensabili relativi ai suicidi avvenuti all’interno delle mura carcerarie.
Ad iniziare dal primo caso del 2018, fino via, via, ad arrivare all’ultimo suicida di Poggioreale, si dovranno valutare cause, dinamiche e modalità dei fatti e si dovrà anche esaminare la condizione dei detenuti.

Al ministero di via Arenula, spetterà quindi il lavoro non semplice di capire se sussistano le condizioni che possano indurre in qualche modo i detenuti a pensare ad un gesto irreversibile come il suicidio ed eventualmente, semmai si prendesse atto della sussistenza di queste condizioni, applicare dei correttivi al sistema carcerario o adottare contromisure specifiche alle rispettive strutture carcerarie.

L’assunto che la vita è sacra, non deve trovare deroga all’interno di una prigione, si deve prescindere dai preconcetti, perchè quando un cittadino sbaglia e si trova a pagare la sua colpa, questi deve comunque trovare garanzia che la pena non sia oltremodo pesante ed insopportabile a quanto comminato in Giudizio.
Criminali intollerabili per la società, si trovano in galera con la formula “fine pena mai” e malgrado il sentimento di repulsione che essi sono stati capaci di infondere, non spetta a nessuno esasperare la loro condizione o spingerli al suicidio, altrimenti varrebbe la fatica, di rimettere in discussione la possibilità di adottare la pena di morte.
Nessun uomo deve giudicare, applicare giustizia sommaria, far leva per costringere altri al suicidio, operare azioni di tortura fisica o psicologica, nessun uomo può sostituirsi alle decisioni del tribunale e della giustizia italiana, nessuno veramente può toccare Caino.