AL MUSEO DELLE RELAZIONI INTERROTTE, A ZAGABRIA

DI GIOVANNI BOGANI

E prima sono andato al Museo delle relazioni interrotte. Perché ne avevo sentito parlare da un’amica. Perché è l’unico museo il cui nome mi ha stupito, in tutta la mia vita. Perché non capivo come si potesse fare un museo, a partire dagli amori che finiscono. Che cosa si mostra? Che cosa si mette nelle didascalie?

E perché ci hanno pensato a Zagabria? Come in Svezia hanno creato il Museo del fallimento. Si può fare un museo di tutto: anche sui gabinetti, come hanno fatto in India. Ma il museo delle relazioni interrotte, sapevo che dentro c’era qualcosa che mi avrebbe toccato, che mi avrebbe commosso. E dentro ci sono centinaia di storie, e in fondo tutte le storie della nostra vita finiscono. Tutte hanno una fine.

E dentro ci sono racconti di amori che sono stati felici, di amori che sono stati sbagliati fin dall’inizio. O amori che si sonno ritrovati dopo una vita intera. Come quella ragazzina olandese che si innamorò di un ragazzino. Nel suo racconto, dopo aver descritto quel breve, piccolo amore, taglia quarant’anni di vita e nella frase dopo dice solo: “Facendo la prostituta decisi di fare le mie prime prove sadomaso. Frustavo un uomo e lo frustavo più forte perché aveva detto ‘mia signora e padrona’ e non ‘mia meravigliosa signora e padrona’. E fu solo dopo la terza frustata più forte che lo riconobbi: ‘Ma Frank!’…”.

E la lettera della madre che si suicida, e scrive alla figlia “in queste circostanze è difficile scrivere qualcosa, ma ti auguro ogni bene” e firma, con una grafia ferma, mentre pensava a perdere la vita. O la macchinina da bambini raccolta dalla spazzatura, e poi regalata a un compagno quarantenne che voleva tornare bambino. I quattro cd con la musica che sono tutto quel che resta di un amore tra una donna sessantenne e un trentacinquenne.

È questo il luogo che raccoglie nel mondo le sofferenze di tutti quelli che hanno visto crollare un sogno, una speranza, un’idea di futuro, e la hanno vista crollare miseramente. Nelle Filippine, o in Irlanda, o in Australia, dovunque. Restano solo un mazzo di chiavi, o tre volumi di Proust, letti insieme nell’entusiasmo di scoprire quel mondo che è un romanzo fiume, e di scoprire una vita. Poi le ultime duecento pagine del romanzo finiscono strappate, per rientrare nel peso della valigia di un volo, e le ultime duecento pagine di quell’amore finiscono strappate, per continuare il volo della vita.

Ce ne sono centinaia di storie, e alcune tagliano l’anima se le leggi. C’è la targa dell’auto dell’uomo che per fare una bravata ci finì dentro un lago, insieme a lei. Ma lei non lo lasciò quella volta. Ci sono sogni piccoli, come quel piccolo frammento di sasso con sopra disegnata una casetta: lei lo aveva trovato su una spiaggia siciliana, e sognava che quello fosse un augurio, che quella fosse la loro casetta. Anni dopo, non c’era più quell’amore, non c’era quella casa, e allora il sasso dipinto poteva essere mandato a quel museo, una specie di enorme ufficio degli oggetti smarriti dell’amore, un ufficio dei soggetti smarriti. Smarriti, mentre cercavano la felicità.