MI CHIAMO PAOLA E SONO MORTA PERCHE’ A GENOVA UN PONTE MI HA INGHIOTTITA

DI CLAUDIA PEPE

Devo fare in fretta. Ho appena finito il turno a lavoro e devo correre a casa dove c’è la baby sitter che sta con le mie due figlie. Sara e Isabella. Mio marito è a lavoro e io devo fare ancora la spesa. Domani è ferragosto, e vogliamo andare nei nostri bellissimi colli liguri a fare una scampagnata. Sara e Isabella cinque e tre anni, si stanno organizzando gli zaini con giochi, scherzi, carta per disegnare, pastelli, adesivi. Tutto quello che a loro piace. Dalla mensola della cucina hanno scoperto dove nascondo le caramelle. Se le sono nascoste nelle tasche dei jeans. Sono troppo furbe. Ah sì, scusate non mi sono presentata, mi chiamo Paola, faccio l’infermiera e la mia vita è tutta una grande giostra. Ho un marito che amo più della mia vita. Si chiama Gabriele e lavora in uno studio di architettura. Ci siamo conosciuti ad una festa, e già i nostri occhi si baciavano. Quando ci siamo parlati non è esistito più nulla. Solo le nostre dita che si incrociavano, il nostro respiro sulle spalle, e i nostri sguardi che annullavano la notte. Ci siamo sposati dopo poco, dopo aver fatto l’amore, dopo esserci accarezzati sotto le coperte, dopo aver fatto la spesa insieme, e dopo aver litigato. Ci siamo sposati dopo aver preso la pioggia perché avevamo dimenticato la chiave di casa in macchina, ci siamo sposati perché ad un concerto di musica antica, dopo esserci guardati, piano piano, siamo corsi via a berci un mohito, ci siamo sposati perché al mare aspettavamo l’onda più alta per entrarci dentro e godere della bellezza e della natura. Ed ora sono qui. Sono sul ponte sull’autostrada A10 a Genova, manca poco a mezzogiorno, e ho tanta fretta. Questo ponte lo ho attraversato migliaia di volte, un ponte che mi traghetta tra l’Ospedale e il sorriso dei miei figli. “Dai, dai che ce la faccio a fare la spesa, prendere tutto quello che mi serve.” E poi, finalmente, abbracciare le mie bambine leccandole come dei ghiaccioli, riempiendole di baci. Poi, insieme prepareremo il pranzo, aspetteremo papà e organizzeremo quel pic-nic, anche se oggi piove tanto. Hanno detto che domani sarà fantastico. Ho sentito le previsioni e tutto si calmerà. Anche io mi calmerò, anche se ho un lavoro che mi distrugge. Se dovessero pagarmi i chilometri che faccio ogni giorno, prenderei più del mio Primario. Ci calmeremo tutti domani, ne abbiamo bisogno. Si calmerà Gabriele che sente la responsabilità della nostra famiglia troppo pesante. Dovrebbe capire che stiamo vivendo gli anni più belli della nostra vita. Abbiamo una casa, due figlie meravigliose, due lavori. Siamo persone fortunate. E domani pic-.nic. Cosa si può chiedere alla vita di più. Sono su questo ponte Morandi, che corre sulla A10 a Genova, nella zona di Sampierdarena. Saremo tra le 30 e le 35 auto, oltre a tre mezzi pesanti. C’è troppa pioggia, sembra un nubifragio, cerco di telefonare alla baby- sitter, per dirle che arriverò in ritardo, Piove sempre di più, mi fa paura, ho paura. Non vedo nulla, solo un lampo che improvvisamente illumina la mia vita. Lo voglio ricacciare, lo voglio respingere, ma lui mi prende per la gola. Sento la terra tremare, sento la mia vita crollare, sento le voci delle mie bambine e di mio marito, ma non riesco a rispondere. Il ponte sta franando, e io sto concedendo la vita a persone che non hanno controllato le criticità di questo ponte. Un ponte tra me e la vita, tra me e la mia famiglia, tra me e le caramelle che avevo nascosto. Sto cadendo, sto cadendo, aiutami Dio, ho una famiglia, una vita, sorrisi a cui rispondere, manine da esplorare, carezze da assaporare. Aiutatemi, sto morendo, e insieme a me morirà la mia famiglia, i miei sogni, le mie speranze, il mio futuro. Provo a prendere il cellulare ma sbatto da tutte le parte, sto precipitando, sto cadendo, sto morendo. E non è giusto, morire così, perché qualcuno ha fatto dei lavori non bene. Sono sbattuta con la macchina e sono morta. Non ho più il tempo per fare la spesa, per preparare il pic-nic, per leccare le mie bambine, per dire a mio marito che lo amo. Sono un’infermiera morta stupidamente lasciando orfane le mie figlie e vedovo mio marito. Una morte stupida ma quel lampo, quella luce assordante ha reso luminosa la mia morte. E negli ultimi minuti del mio tragico volo, mi sei venuta in mente tu Alda, tu con quella poesia che stranamente avevo imparato a memoria.

Elogio alla morte, di Alda Merini

“Se la morte fosse un vivere quieto,
un bel lasciarsi andare,
un’acqua purissima e delicata
o deliberazione di un ventre,
io mi sarei già uccisa.
Ma poiché la morte è muraglia,
dolore, ostinazione violenta,
io magicamente resisto.
Che tu mi copra di insulti,
di pedate, di baci, di abbandoni,
che tu mi lasci e poi ritorni senza un perché
o senza variare di senso
nel largo delle mie ginocchia,
a me non importa perché tu mi fai vivere,
perché mi ripari da quel gorgo
di inaudita dolcezza,
da quel miele tumefatto e impreciso
che è la morte di ogni poeta.”

Dite alla mia famiglia che l’ho amata più della mia vita stessa.
Ciao a tutti. Paola