CINQUANT’ANNI FA IN CECOSLOVACCHIA MORIVA IL SOGNO DI DEMOCRAZIA

DI CECILIA CHIAVISTELLI

Un’alba triste, il 21 agosto 1968, attendeva il popolo cecoslovacco che per mesi aveva sperato nel cambiamento e aveva creduto nella possibilità che ciò si avverasse. Durante la notte tra il 20 e il 21 agosto il lugubre rimbombo degli aerei con i tank russi fendeva il silenzio del sonno. Così i sovietici con gli alleati del Patto di Varsavia, Bulgaria, Polonia, Ungheria e Germania dell’Est, invasero il paese, bloccando il tentativo del governo cecoslovacco di realizzare il socialismo dal volto umano.
Vítězslav Sommer, ricercatore presso l’Istituto di storia contemporanea di Praga, dove si interessa della storia del comunismo risponde ad alcune domande. Sommer fa parte del gruppo di lavoro sulla storia del post-socialismo, che si occupa della trasformazione politica, sociale e culturale della società ceca e cecoslovacca negli ultimi trenta anni, attraversando il confine immaginario del 1989, che separa la storia del socialismo dai giorni nostri.

La notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 i russi e le truppe del Patto di Varsavia entrarono a Praga. Professor Sommer, vorrei sapere da lei le motivazioni per cui fu presa questa decisione. 
L’invasione è stata l’esito della reazione della superpotenza sovietica a come si evolveva la situazione nella Cecoslovacchia di allora. L’obiettivo dell’invasione era sopprimere la riforma che dal governo sovietico era percepita non solo come concezione diversa del socialismo, ma anche come potenziamento dell’autonomia della Cecoslovacchia nel contesto internazionale.

La popolazione ceca, dopo le dimissioni di Novotny a gennaio 1968 e l’entrata in scena del nuovo segretario Dubcek, crede veramente in un cambiamento. Come fu la reazione del popolo? 
I primi giorni seguenti l’invasione si verificarono massive proteste spontanee contro gli eserciti invasori. Tale resistenza popolare, aperta e prevalentemente pacifica, gradualmente cessò con l’inizio della “normalizzazione”, con la soppressione graduale della riforma. Il promotore della resistenza divennero il movimento studentesco e i piccoli gruppi degli intellettuali. Le loro attività sfociarono nella manifestazione studentesca dell’autunno 1968 o nei tentativi di costituire delle organizzazioni di opposizione come per esempio il movimento di gioventù rivoluzionaria, Hnutí revoluční mládeže, un movimento di estrema sinistra, oppure i socialisti di Brno radunati intorno a Jaroslav Šabata. Le ultime proteste pubbliche furono le manifestazioni dell’agosto 1969, in occasione del primo anniversario dell’invasione, che furono soppresse con forza dai corpi di sicurezza pubblica.

E la repressione fu come quella dopo il colpo di Stato del ’48 o più dura?
Le repressioni che seguirono ebbero un carattere diverso da quello che si praticava negli anni ‘50. Lo stato non utilizzava più la repressione di massa, bensì la orientava contro gli attivisti concreti e gruppi di attivisti di opposizione. Comunque la repressione “a tappeto” colpì i membri del partito comunista. Ciò significò non solo l’espulsione dal partito comunista, ma anche una forte penalizzazione nella vita professionale, licenziamenti immediati dal lavoro, crescita professionale bloccata. Gli intellettuali spesso erano retrocessi in posizioni di lavoro inferiori o addirittura erano costretti a fare i manovali. I figli delle persone punite non potevano accedere agli studi universitari.

Come si viveva in Cecoslovacchia in quel periodo, sia dal punto di vista sociale che politico?
Lo Stato Cecoslovacco si concentrava sulla costruzione del socialismo di consumo di cui faceva parte una politica sociale molto generosa orientata soprattutto ad avviare un “baby-boom” all’inizio degli anni 70. Un fenomeno rilevante che si verificò dopo il 1969 fu una significativa depoliticizzazione della società e la prevalente conformità politica e culturale.

C’era stata la Rivoluzione ungherese del 1956, duramente repressa dalla Russia, ma era stata una vera insurrezione popolare. Nel 1968, a Praga la situazione era diversa. Poteva essere gestita in modo diverso da Mosca?
La soluzione militare del 1968 fu una perdita per l’Unione Sovietica a livello di reputazione internazionale. Inoltre l’invasione sovietica ha discreditato definitivamente il socialismo sovietico agli occhi della sinistra internazionale, compresi i partiti comunisti in alcuni paesi dell’Europa occidentale. L’argomento tutt’ora aperto è il tentativo dei leader riformisti del partito comunista ceco di frenare alcune modifiche a livello sociale e politico. Ad esempio il rinnovo del partito social-democratico, la liberalizzazione nella sfera pubblica e di riportare in modo autentico quello che accadeva nella società sotto il controllo del partito comunista. I documenti dell’epoca mostrano in particolar modo che i funzionari regionali del partito comunista da una parte sostenevano la riforma, dall’altra però temevano le tendenze anticomuniste nella società, le manifestazioni di riforma radicale e le richieste degli intellettuali cechi. Quindi, una certa forma di “normalizzazione” oppure una moderazione della riforma stessa sarebbe avvenuta anche senza l’intervento militare, gestita comunque dal partito comunista.

Dubček, ha fatto qualche sbaglio, tattico, diplomatico, politico?
Dopo l’invasione Dubček si trovava sotto un enorme pressione, generata dai leader sovietici da una parte e la pressione dovuta alle aspettative del popolo cecoslovacco che gli esprimeva un forte sostegno dall’altra parte. È quindi difficile dire quando e come avrebbe potuto comportarsi. Poteva per esempio rifiutare di firmare il Protocollo di Mosca come František Kriegl? L’errore più grande di Dubček fu però il suo contributo alla graduale “consolidazione” della situazione dopo l’agosto 1968, quando, in veste del presidente dell’Assemblea Federale, il parlamento federale cecoslovacco, sottoscrisse il cosiddetto provvedimento di legge su alcune misure temporanee da applicare per rafforzare e proteggere l’ordine pubblico del 22 agosto 1969. Tale provvedimento fu anche sopranominato “legge del manganello”. Ufficialmente estendeva le competenze alle forze di sicurezza di agire nei confronti dei partecipanti alle manifestazioni di proteste. In questo caso Dubček partecipava direttamente alla politica di soppressione della resistenza contro l’invasione e alla politica di “normalizzazione” nascente.

Cosa avrebbe potuto cambiare il corso della storia?
È difficile rispondere a questa domanda. La Primavera di Praga, e come è andata a finire, intendo l’invasione sovietica, faceva parte, in generale, del 1968, che si evolveva in modo particolare sia a Est che a Ovest. Anche se l’invasione non fosse avvenuta, la Cecoslovacchia sarebbe comunque rimasta un paese socialista e forse avrebbe preso una strada simile a quella dell’Ungheria o Jugoslavia. Non si può pensare che il paese avrebbe potuto uscire dalla sfera di influenza sovietica o addirittura avrebbe potuto rinunciare al socialismo, come politica di stato, passando al capitalismo. Comunque se non ci fosse stata la soppressione militare della riforma in corso e non fosse stata applicata la “normalizzazione”, molto rigida, la Cecoslovacchia probabilmente sarebbe riuscita a mantenere maggiore continuità con lo sviluppo intellettuale e culturale vissuto negli anni 60. E probabilmente, non si sarebbe verificato l’isolamento,, così profondo del paese rispetto a quanto succedeva oltre la cortina di ferro.