L’UOMO DAI CAPELLI DA RAGAZZO

DI GIOVANNI BOGANI

Zagabria, piazza della Cattedrale. Sto andando veloce verso una panchina, l’unica all’ombra, per mangiare una fetta di pane, bere un sorso di quel succo d’arancia superindustriale che si chiama “To”, e che costa 90 centesimi. “Ehi, italiano, ma perché corri tanto? Le chiese non si muovono mica!”.

Ha una voce allegra, e sembra disinvolto, con i suoi pantaloni larghi, la camminata un po’ da dandy. Come ha fatto a capire da un’occhiata che sono italiano? Cerco sempre di non farlo vedere troppo. Non me ne vergogno, no; ma ho sempre pensato di essere europeo, di non pensare solo in piccolo, ho sempre mangiato quello che c’era nei paesi dove sono stato, non ho mai cercato gli spaghetti, ho sempre parlato le lingue che potevo, senza cercare di parlare solo italiano. E invece no. Si vede da un’occhiata.

Mi chiedo chi sia. Una guida non ufficiale, qualcuno che vuole affittarmi una camera? Uno che con la scusa di parlare si avvicina, e quando va via il portafogli non lo trovo più?

“Italiano! Di dove? Roma, Bologna, Milano?”. Io: “Toscana”, e lo saluto, mentre sta dicendo: “aaah, la Toscana…”.

Me ne sono andato, siedo sulla panchina. Dopo qualche secondo, è davanti a me. “La sai la storia di questo orologio? È una storia triste”. E solo in quel momento vedo, davanti a me, sul muro di pietra, un grande orologio di ferro. “Questo orologio stava sulla torre, sulla torre della cattedrale che c’era prima. Una torre altissima, e molto bella. Poi c’è stato il terremoto del 1890”, o un’altra data, intorno alla fine dell’Ottocento. “E’ crollato tutto. Da allora, hanno tenuto il quadrante dell’orologio, qui a terra, per ricordare il terremoto. Fermo all’ora del crollo: le sette, 3 minuti e 3 secondi”.

Penso alla gente che è morta in quel terremoto. Del quale, fino a un minuto prima, non sapevo niente. Penso a quell’ora, alle sette di mattina di quel giorno. A quell’ora che per anni nessuno ha dimenticato, qui.
L’uomo ha i capelli da ragazzo, grigi ma lunghetti, divisi da una riga nel mezzo. “Ah, la Toscana: Firenze, Pisa, Siena, Arezzo città dell’oro”, dice, come se fosse felice di mostrare che conosce queste città, e le loro caratteristiche. E poi esagera: “Campi Bisenzio, Prato, Scandicci, Imruneta, Grosseto”, e aggiunge: “Firenze, lo stadio si chiama Artemio Franchi, come quello di Siena…”.

Perché mi sta parlando? Che cosa vuole veramente?

Dice: “Ho vissuto otto anni in Italia, a Roma, bellissima Roma, e a Eboli, sì, come ‘Cristo si è fermato a Eboli’, Carlo Levi. Adesso sono mendicante”. Lo dice con eleganza, come se raccontasse di una professione come un’altra. “Soffro di schizofrenia e di attacchi di panico, ma adesso va meglio, molto meglio: prima prendevo otto medicine al giorno, adesso soltanto due”. Schizofrenia.

Non so molto sulla schizofrenia. Si tratta di psicosi, di allucinazioni, di uno stato alterato della mente. Non è, come si pensava prima, uno sdoppiamento della personalità: non significa essere due persone in una. È un’altra cosa, che non so bene che cosa sia. Certo, dà un certo disagio sapere che la persona che ti sta parlando soffre di schizofrenia. Pensi che potrebbe innervosirsi, vedere in te un drago e decidere che deve liberare il mondo dalla tua presenza malefica. Pensi delle cose che probabilmente non sono vere.

“Così, adesso sono mendicante”, dice l’uomo dai capelli da ragazzo. “Ma va bene, molto bene. Parlo con tutti, e le persone sono molto gentili con me. Prima vendevo ricami, merletti, li cucivo a mano io, ero molto bravo: giravo tutta l’Italia. Fino a quando è arrivata la malattia. Ce l’ha anche mia figlia, che ha vent’anni, la malattia”, dice. E dice tutto in italiano corretto, quasi non ha accento. “Parlo con te, perché ho visto subito che sei una brava persona”. Sorride, e ha gli incisivi distanti fra loro, con un grande spazio in mezzo. Come Giovanna, una cantante di tanti anni fa.

Frugo nel portafogli, ho solo poche kuna, le monete croate. Gli do quelle che ho, mi scuso per non averne molte. E gli porgo il mio cartoccio del succo d’arancia. Non riesco a spiegargli che il succo d’arancia è la mia coperta di Linus, che è qualcosa che mi protegge, l’illusione di bere qualcosa di sano, mentre è solo un coacervo di coloranti e polverine, di composti chimici e acqua.

Lui parla a raffica. E mi balena in mente dove ho visto quella eccitazione, quel lampo continuo degli occhi: eccesso di dopamina, come i malati di alcune malattie neurologiche quando hanno appena preso i farmaci, e hanno la dopamina alta. Lui ce l’ha di suo. Come i pazienti di “Risvegli”, il film tratto dai casi clinici del dottor Sacks, quando si sono riaperti alla vita, e sono frenetici, ipereccitati, maniacali, ripetitivi.

L’uomo chiede se può sedersi accanto. E parla come se non potesse farne a meno. È caricato a pallettoni. “Il giorno in cui sono diventato mendicante è il 12 giugno del 2008”. C’è un giorno preciso in cui cambiano le cose, una mattina diversa dalle altre. Un istante in cui le cose cambiano. Come le 7 e 3 minuti e 3 secondi di quel giorno dell’Ottocento.

“A casa non c’era più niente da mangiare. Avevamo fatto il pane senza, come si chiama quella cosa che lo fa diventare morbido? Il lievito, ecco, senza il lievito. Quel pane, ecco, si poteva tirare sul tavolo e spezzare il tavolo. Non avevo niente da dare da mangiare a mia figlia. Allora ho deciso di fare il mendicante. Ma da allora va sempre meglio. Tutti mi vogliono bene, i monaci del monastero qui vicino, le suore, la gente. Tutti”.

“Sei molto religioso”, gli dico, come se fosse una constatazione, non una domanda. “Sì”, dice lui. “E prego molto. Ma quasi mai per me. Prego per le persone che vedo soffrire, e sono tante. Ci sono tante persone che soffrono, che hanno handicap, che hanno difficoltà a vivere”. E non si mette nell’elenco.

Sembra uno dei fraticelli di Francesco d’Assisi, nel film di Rossellini. Sembra felice. E probabilmente lo è davvero. “Mia figlia adesso vive con sua madre”, dice. “Io vivo con i suoi nonni”. Non gli riesce dire che è tornato a vivere nella sua casa da bambino, con i suoi genitori, che avranno non meno di ottant’anni.

Penso al film che ha girato il mio amico, Corrado Franco. Quel film girato fra i senza fissa dimora di Torino. Quelle facce, quelle storie. Ogni storia, quasi ogni storia, un matrimonio finito, una perdita, la solitudine, la deriva. Spesso sono uomini, quelli che si ritrovano più sbandati.

Quanti anni hai?, gli chiedo. Ne ha cinquantatré. L’avevo capito, che era più giovane di me. Sarebbe stato sotto di due anni, alle elementari e alle medie. Che giochi avrà fatto? E dove? E quali canzoni avrà ascoltato?

Gli piace tanto il calcio, e mi snocciola come un rosario i nomi di tutti gli stadi italiani, ma non solo quelli famosi: anche il Dall’Ara di Bologna, anche la Favorita a Palermo, persino il Renato Curi a Bologna. “Era un giocatore, mi sembra che è morto”, dice. E non è italiano. Come fa a sapere tante cose. In quale mondo avrà vissuto, da ragazzo.

Mi parla della Fiorentina, mi dice “Gabriel Omar Batistuta, Manuel Rui Costa, Vittorio Cecchi Gori”, come se fossero figure di una santissima trinità, e per me certo in qualche modo lo sono, sono la mia giovinezza e quella di tanti come me, sono il padre, il figlio e lo spirito santo, i sogni di gloria e la fine ingloriosa, la mitraglia e lo zafferano. Ma come fa a conoscere lui, da Zagabria, tutto questo?

Gli dico che negli ultimi anni nella Fiorentina ci sono stati diversi croati, e lui non mi fa nemmeno finire il discorso: “…Rebic, Kalinic, Badelj, ah, bravissimo Badelj, viene dalla Dinamo Zagabria”, e io sbagliando gli chiedo se anche Savic… “No, Savic è serbo”, e temo per un attimo di avere fatto una gaffe imperdonabile, con i ricordi di una guerra che è l’ultima combattuta sulla terra d’Europa. “Ma no, non fa niente”, dice lui, e lo fa senza nessuna venatura di odio nella voce. Non odia nessuno. E sembra aver chiaro che nascere in un luogo o in un altro non significa essere giusti o stronzi.

Gli chiedo come si chiama. “Saio”, dice. E aggiunge subito: “Come il saio dei frati”. È un nome che non ho mai sentito, non so neanche come si scriva. Gli chiedo come mai sia vestito elegante. Ha un’eleganza strana, la giacca non si accorda con i pantaloni, e questi con le scarpe. “Vedi dietro a quel muro? C’è un convento, e i frati sono molto gentili e generosi, mi danno sempre dei vestiti. A me piace essere pulito, mi piace vestire in ordine”, e in effetti è in ordine. Solo la giacca è un po’ troppo grande, i pantaloni di un altro taglio rispetto alla giacca, e quelle scarpe nere sono belle, ma un po’ fuori luogo.

“Ho solo due ore di tempo per vedere ancora qualcosa a Zagabria”, gli dico. “Pensavo di andare a quel grande parco…”. “Sì, vai al parco Maksimir. Sai che è stato eletto fra i cinque parchi più belli d’Europa? Il nome è facile da ricordare, la massima pace, no? E mi viene in mente adesso che ‘mir’ vuol dire pace. “Oppure vai al giardino botanico, vicino alla stazione”. Ma dal tono della voce, da qualcosa che non afferro chiaramente, capisco che lui non ci va da tanto tempo, in questi luoghi. Che la sua vita ruota qui, vicino alla cattedrale, in questa piazza che forse sente come casa, che forse non gli dà angoscia, paura. Che il suo orizzonte si è ristretto, fino a comprendere un giro piccolissimo di metri, di selciato, di panchine. Che questo, e solo questo, è il suo regno. Che forse anche lui ha paura, dell’ignoto, o di se stesso.

Gli chiedo se posso fargli una foto. “L’altro giorno me lo hanno chiesto tre signore bolognesi. Ho detto: va bene. Poi mi hanno chiesto se, oltre al viso, potevano farmi le foto alle mani. Io non capivo: mi hanno detto che ho delle mani belle, da pianista”. E se le guarda, come se non si capacitasse. Me le fa vedere. Le unghie sono pulite, tagliate. La pelle è scura, olivastra. “Altri mi hanno fatto una Polaroid, così mi hanno potuto dare la foto”. Ma non hai una mail dove mandartela? “No, non ho la mail, non ho niente. Ho questo telefono”, e mi fa vedere un samsung da diciannove euro, che in kune sarà ancora di meno. Dentro c’è solo una foto, quella della sua nipotina. “Ma non posso mandarla, non ho internet”, dice.

Passa un prete, lui lo saluta, il prete risponde al saluto, un po’ distratto, certo meno entusiasta di quanto lo sia lui. Devo andare, perché è tardi, perché fra poco ho il pullman che mi riporterà forse a casa, ma devo trovare la stazione dei pullman, e qui a Zagabria dove ho l’ostello, ironia della sorte, ci sono i lavori per la tramvia, così che dopo averli avuti per quattro anni sotto casa ce li ho anche in 3 giorni di vacanza.

Gli do quelle quattro monete che ho, lui ringrazia, e io sono bene che sono io che devo ringraziare lui. Mi ha fatto pensare che la vita è bella, delicata. Che vale la pena di amarci, di stringerci, perché la vita è cattiva. E che ogni incontro è un dono. O almeno, può esserlo.

Mi saluta, e mi dice una cosa che non mi sarei aspettato mai. Mi dice “Bog!”. Io lo guardo interdetto. Lui mi guarda e mi dice: “E’ un saluto usuale per noi. Bog, in croato, è il nome di Dio. E noi ci salutiamo così, nel modo più semplice, dicendo solo: bog”. Non ho la forza di dirgli che bog è il mio nome, e che non avrei mai immaginato di essere anche un saluto in croato. E insomma, la vita mi sembra davvero pazzesca, a ogni angolo, se la sai guardare, c’è una sorpresa. Così, lo saluto anche io con il mio nome: bog.