SONO MARIA FACCIO LA PROSTITUTA. MA IO VOLEVO ESSERE SOLO UNA DONNA

DI CLAUDIA PEPE

Ho letto un post di un mio grande amico, un poeta, un cuore gentile. Si chiama Sergio Spera, e parla di una storia che si è inventato guardando una prostituta. Ha immaginato da uomo, quello che prova ogni giorno questa donna dove lavora allo svincolo statale. Fa godere in pochi minuti uomini frettolosi. Omettiamo la città e il vero nome, tanto non cambia nulla. Parliamo di una prostituta. Quelle che vedete dal finestrino della macchina e il vostro viso si coniuga con lo schifo, con la miseria umana, con il disgusto. Anche io quando le vedo di notte praticamente nude, rimango esterrefatta. Penso al freddo che sentono, nelle loro vite. Penso alla loro gioventù vendute ad una vita maledetta. Penso ai maledetti mafiosi che se co non portano i soldi a casa, le gonfiano di botte. Ma io, invece ho una storia vera, una storia che mi ha segnato tantissimo perché non ho potuto fare nulla per salvare una donna che chiamerò Maria. Io anni fa, abitavo di fronte ad una palazzina vecchia, e sapevo che una donna si prostituiva. Un giorno, era estate, avevamo le finestre aperte e ho sentito urlare, ho sentito piangere, ho sentito dire:” Basta”. Ma quel basta non ha convinto quell’uomo dalle mani troppo grandi, a smettere di picchiarla. Io mi sono affacciata alla finestra e dopo poco, si è affacciata anche lei. Le ho chiesto se aveva bisogno di qualcosa. Lei mi ha risposto:” Fatti i cazzi tuoi”, con le lacrime che le disegnavano sul volto un dolore infinito. Io ho rispettato la sua sofferenza, ma poco dopo, l’ho sentita parlare dalla finestra. Parlava con me, e mi ha chiedeva se poteva venire a casa mia a prendere un caffè. Il suo pappone era uscito ed io ero sola. Mio marito e i miei due figli fuori. Ho detto sì, vieni ti apro il portone. È entrata in casa mia. Una bellezza sudamericana da levare il respiro, una voce calda come se tutto le fosse passato addosso. Una voce che poteva raccontare la morte come la vita, con il tono sempre uguale. I suoi gesti compassati e vigili, eleganti e garbati, educati e aristocratici. Era bellissima e mentre le preparavo il caffè mi ha minacciato di non parlare. Sarebbe stato peggio per me. Ok, ho pensato. Non avrei detto nulla. Ha incominciato a parlarmi della sua vita. Era brasiliana, le avevano promesso di portarla via dal suo Paese, per non dover vedere più topi nella sua baracca, per non dover pisciare nel casotto, per non bere più l’acqua dal pozzo comune. Le avevano promesso un lavoro, una vita, una dignità, un futuro. Alta, bella con gli occhi di un nero color dell’ebano e la pelle ambrata. Un corpo che solo loro hanno, un fascino che forse solo la disperazione ti dona. Ha incominciato a parlare. Maria, ha incominciato a dirmi che andava a vendere il suo corpo. Lo faceva vicino ad un centro sportivo. Per lei era facile. Uomini che godono a vedere una donna chinarsi e inginocchiarsi davanti a membri mentre i loro figli a fare sport. Facilissimo. Li lasciavano in palestra e poi andavano ad accarezzare la sua pelle, a sentire la sua voce. Chiedevano servizi veloce perché poi devono correre dalla moglie a cenare. Servizi veloci senza pensare al male, al dolore, alla sofferenza di una donna che aspettandoli rideva della loro vita. Una vita e uomini quaraquàquà. Ma solo Maria lo sapeva. Solo Maria sapeva che quando le chiedevano di soddisfare le proprie voglie le mogli non amavano appagare e accontentare i propri uomini. Maria sapeva che più di portare i figli a fare sport, dalla mattina, quando sono in ufficio, sognavano la sua bocca, la sua lingua, la sua saliva, le sue mani che elemosinavano solo 30 euro. Nulla, per essere felice e per far diventare una donna, una sagoma priva di emozioni e desideri. “Su succhia Maria, dai che dopo ti vai a fare una birra”. E facevano la fila per Maria, lei era veloce. Sapeva che se non portava i soldi a casa oltre al corpo bagnato, doveva sentire mani non sul suo corpo, ma nella sua anima. E non poteva fare nulla. Perché lei era una puttana ed esisteva per fare godere con la testa in giù. 30 euro come i trenta denari con cui Giuda vende Gesù. Ma io non sono Dio, dice Maria, io sono una puttana che in cinque minuti fa godere uomini. Io non sono più nulla, sono una bocca, due seni, un corpo. Continua a parlare Maria e io continuo a stare zitta, e penso come fare ad aiutarla. Mi dice di fare i cazzi miei, di non aiutarla, di non darle appigli per credere nell’amore, nei desideri, nelle emozioni e nei sogni. Lei è una puttana e lo sarà sempre. Avrà figli da sperma non conosciuti, avrà calci pugni e sberle, e si nasconderà sotto il tavolo, zitta e muta, sperando di non prendersi una coltellata e di poter ancora accarezzare i miei figli. Maria pensa spesso a quegli uomini che dopo averla scaricata si fanno una doccia e si dimenticano di lei. Lei che possiede i loro pensieri, i loro corpi, le loro emozioni, i loro gemiti. Solo per trenta euro. Sono una puttana, mi inginocchio davanti a corpi esanimi, senza pudori e senza rispetto, mi dice. Sono una puttana mi caricano in macchina mi violentano mi buttano i sodi in faccia e mi scaricano, mi dice. Sono una puttana ma torno a casa e accarezzo i miei bambini, li amo, piango della mia vita, e del mio destino.,
“Claudia ora devo andare a prepararmi, prova a dire qualcosa e ti uccido”.
Tranquilla Maria non farò mai male ad una donna che ha avuto solo la sfortuna di nascere in una parte del mondo che non conosce il rispetto, l’amore, la fantasia e l’immaginazione. Si è alzata nella sua maestosità, mi ha baciato ed è scomparsa. L’ho cercata dalla finestra, ma non l’ho più sentita. Maria una prostituta che il cuore l’ha messo nei sogni dei cassetti. Io non lo so, ma vorrei tanto che i suoi sogni siano diventati obiettivi e che nessuno mai le abbia posato le dita sporche e ignoranti sul suo bel viso. Maria cercami, trovami pensami. Sei una sorella sfortunata ed infelice, ma forse insieme potremo fare una bella passeggiata