ITALIANI GONFI D’APPARENZA MA POCO CONCRETI

DI GIOVANNI BOGANI

Andare verso l’aeroporto comincia con qualcosa di molto piccolo, di molto semplice. Andare a piedi verso la stazione secondaria dei treni, vicino a casa mia. Passa da lì il treno locale che va a Pisa. E da quello si passa a quella navetta tutta nuova, che è una specie di tram, di treno, di metropolitana, di nastro trasportatore per umani col trolley, che si chiama Pisa Mover. E che è una bella furbata, una innovazione inutile: prima, per andare all’aeroporto di Pisa, c’era il treno diretto, non cambiavi niente, rimanevi su, cinque minuti ed eri arrivato. E la ferrovia arrivava proprio alla porta di ingresso dell’aeroporto. I treni partivano uno ogni ora, diretti proprio a Pisa Aeroporto, da Santa Maria Novella.

Hanno smantellato la ferrovia vecchia, ne hanno fatta un’altra, e intanto devi scendere scale con le valigie, risalire su, prendere un altro trenino per cinque minuti. Ma una compagnia privata beneficia del tuo biglietto, se non sbaglio.

E vabbè, pazienza. Entro anche io nel “Pisa Mover”, mi prendo questa fettina di modernità, tutta futuribile, nel giorno in cui in Italia un ponte è andato giù, trascinandosi via decine di vite e molte certezze sul fatto di essere un paese civile. Siamo un paese dove tutti hanno lo smartphone, dove molti hanno l’auto supertecnologica che parcheggia quasi da sola, dove ti guardano come un povero pezzente se hai un Samsung da pochi euro che fa solo le telefonate, e se per andare in giro in una città straniera vai ancora con le cartine.

Siamo un paese dove negli aeroporti ci sono decine di negozi di lusso, dove sembra che siamo tutti a comprare trolley da duecento euro, e magliette della Aeronautica Militare, profumi costosi, tutto superlusso. E poi un ponte crolla, mostrando la sua miseria di briciole, di ferrovecchio. L’Italia mi sembra una vecchia piena di trucco, con gli zigomi tirati, con i capelli appena fatti dalla parrucchiera, con il botox. Ma che dentro è usurata, marcia.

Ma sono sul Pisa Mover, e sto andando verso il mio frammento di giorni liberi, verso le mie schegge di spensieratezza, forse. Sto uscendo dalle porte automatiche, do un’occhiata al video che sta scorrendo sui monitor.

E mi sembra di conoscerla, quella donna che sta nel video.

Sta camminando, tranquilla, come un’attrice di Hollywood degli anni ’50, come Audrey Hepburn. Ha i capelli di un castano rosso che mi sembra di riconoscere. E poi mentre le porte automatiche si stanno chiudendo, si volta, mi guarda e mi sorride. Cioè, sorride a tutti quelli che guardano il video in questo momento. Cioè me, perché tutti gli altri sono già in marcia con i loro trolley verso altre porte automatiche, verso altri check in, altri gate. Quindi, questo sorriso è tutto mio.

Ed è quello di Eleonora, l’attrice che mi ha accompagnato in tanti progetti più o meno sensati, in tante letture dei miei libri, al Teatro del Sale o in uno sperduto teatrino di provincia. Eleonora che sorride sempre alle persone, e che cerca di dare gioia, se appena può. Eleonora che ha provato mille strade, per recitare ed essere libera. E che adesso ha trovato la strada più importante, quasi per caso, che insieme la renderà libera e un po’ prigioniera. Ma che probabilmente la renderà più felice.

E insomma, sono contento che sei la mia amica, quella che è venuta a casa mia, otto anni fa, a leggere per la prima volta in video una pagina del mio libro, e che poi ha incrociato le mani con Stefano, con Caterina e con me, la prima volta che siamo andati al Teatro del Sale, e tutte le altre volte che abbiamo fatto qualche piccolo spettacolino.

E sono contento che mi guardi, e che mi dici buon viaggio.