SHARK – IL PRIMO SQUALO. I PERCHÉ DI UN SUCCESSO

DI COSTANZA OGNIBENI

Cifre a sei zeri per l’uscita di “Shark – il primo squalo”, la pellicola con Jason Statham che sbanca i botteghini statunitensi senza risparmiare quelli italiani, in un trionfo delle sale da circa 4.000 euro per proiezione, in barba a chi dice che il cinema non è un passatempo estivo.
Oceano Pacifico, Fossa delle Marianne. Un sommergibile, nel pieno svolgimento di un programma di osservazione sottomarina, viene attaccato da una enorme creatura che si credeva estinta: uno squalo preistorico di circa 23 metri di lunghezza per svariate tonnellate di peso, meglio conosciuto come Megalodon. Sa quasi di cliché la scelta di conferire l’incarico di soccorrere la squadra di ricercatori proprio all’esperto di salvataggi subacquei Jonas Taylor (Jason Statham), che guarda caso solo qualche anno prima si era ritrovato faccia a faccia con la terribile creatura; a tutto il resto ci penseranno gli effetti speciali.
Intitolato originariamente “The Meg”, il film è tratto dall’omonima saga di Steven Alten, il cui capostipite risale al 1997, ove “Meg” stava proprio per Megalodon, un antenato dello squalo bianco vissuto più di due milioni di anni fa e di cui l’incontenibile fantasia dello scrittore ha fatto conservare un ultimo esemplare imprigionato nell’angolo più profondo della terra, la Fossa delle Marianne. Quello che può succedere a un’equipe di ricercatori che si aggira per quelle acque è quasi scontato, eppure a giudicare dai risultati ai box office, avere a che fare con storie di squali continua ad appassionare il genere umano come se ogni volta fosse la prima.
Era il 1974 quando un certo Peter Benchley decise che gli squali dovevano diventare i nemici numero uno degli uomini, con un romanzo da cui Steven Spielberg solo un anno dopo trasse la sua pellicola. Le idee sulla presunta aggressività di questi pesci divennero pensiero comune, e se è vero che trovarsi davanti un esemplare non deve essere certo piacevole, è vero anche che gran parte della violenza che viene loro attribuita è frutto di un immaginario diffuso più o meno consapevolmente. Fu lo stesso Benchley a dichiarare in seguito che se avesse saputo come si comportano realmente gli squali, non avrebbe scritto quel romanzo. Ma senza nulla togliere alla capacità di libri e film di “fare cultura”, c’è da aggiungere che l’idea che il più spaventoso di tutti i mostri possa venire dalle profondità del mare trova terreno fertile nel pensiero occidentale, già fondato sull’idea che nelle parti più recondite di ognuno di noi dimori una bestia pronta a scatenarsi e fare una carneficina da un momento all’altro; una creatura che solo l’uomo armato della sua intelligenza può distruggere. E chissà che il successo di questo susseguirsi di storie di squali non sia dovuto proprio a questa corrispondenza.
Forse è un andare troppo oltre, e in realtà quelle cifre a sei zeri sono dovute solo all’effetto suspance che con l’aiuto della tecnologia rende sempre più veritiero quello squalo insieme all’impressione che stia per divorarci.
È sicuramente un’analisi troppo profonda rispetto a un blockbuster che attira spettatori da ogni dove, ma chissà se saremmo stati attirati dallo stesso tipo di storie se nella nostra cultura si fosse sedimentato un pensiero diverso. E se avremmo comunque avuto bisogno di cercare emozioni in uno sbalzo sulla poltrona.