C’ERA UNA VOLTA IL GENIO CIVILE CHE COSTRUIVA E CONTROLLAVA LE OPERE PUBBLICHE

DI GUIDO MELIS

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C’era una volta il Genio civile. Dopo l’unità, nell’Ottocento, fece letteralmente l’Italia, costruendo strade, ponti, edifici pubblici. Li progettava, li realizzava, li manuteneva. Aveva il corpo di ingegneri civili più prestigioso d’Italia. Poi lo Stato si espanse. Le opere si fecero più numerose e costose. Allora si fece ricorso alle imprese private. Si stipularono contratti d’appalto. Il Genio civile, amministrazione dello Stato, adesso per lo più vigilava. Il verbo vigilare è un verbo ambiguo. Allora significava conoscere i progetti delle imprese, seguirne l’esecuzione, controllarne nel tempo la manutenzione. L’occhio dello Stato funzionava. Corpi scelti di ispettori, dotati di elevate capacità tecniche, vedevano e provvedevano. Era così con Giolitti e fu così col fascismo. Un ingegnere del Genio in provincia era un’autorità. E così il capo dell’ufficio tecnico erariale, l’intendente di finanza, il prefetto. Ogni autorità nel suo settore agiva con ampi poteri di vigilanza. Nel secondo dopoguerra questo sistema saltò. I concorsi per le carriere pubbliche discriminarono i tecnici. Selezionarono bravi “legisti” (laureati in giurusprudenza) e mortificarono le carriere tecniche. Ai Lavori pubblici la cultura del fare è anche quella del vigilare si persero, sostituite dalla cultura del controllo formale successivo. SI diceva che Confindustria fosse il relazionificio dello Stato, cioè che il concessionario attestasse da solo le sue prestazioni a un’amministrazione ignara di quel che accadeva. Fine del Genio civile e fine degli ingegneri. Fine delle culture tecniche. Lo Stato senza occhi per vedere e antenne per sentire.

Anche a Genova le eventuali colpe del concessionario non assolvono lo Stato. Che avrebbe dovuto controllare e non accettare ciecamente le relazioni tecniche dell’appaltatore. Storia dell’amministrazione e dei suoi vizi. Tragica storia di questi giorni.

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