CONTRO LA RETORICA DEL DOLORE E DEI FUNERALI DI STATO

DI PAOLO BUTTURINI

Ho sempre odiato i funerali, in particolare quelli di Stato. La società consumistica ha degradato a merce l’esistenza stessa, per il capitale siamo venuti al mondo per consumare (cibo, vestiti, automobili, telefonini ecc.), quindi la morte va rimossa perché è limite e l’utilizzo non può essere arginato, ne va del meccanismo dell’accumulazione. Un mondo di “consumatori finali” che non si chiedono nemmeno più perché e a che cosa serva.

E qualcuno recita ancora la commedia del lutto: come se davvero ci importasse di quelle vite spente in uno scontro in autostrada o sotto le macerie di un ponte crollato. Se davvero ci tenessimo a quelle anime, alle nostre esistenze, dovremmo prendere atto del fallimento di una collettività. Bisognerebbe constatare che non abbiamo più uno scopo comune, un modello condiviso nel quale, pur differenziandoci sui rimedi, sentirsi un corpo solo che vive, lotta e respira con uno o più fini: la felicità, la giustizia, l’uguaglianza, la limitazione del dolore, appunto, ai casi in cui cediamo alla forza della natura.

Ma se nemmeno i funerali privati sono più celebrazione, ricordo, condivisione, vicinanza, come possono esserlo quelli di Stato? E che senso ha che uno Stato, che non esiste più se non come simulacro di una collettività che non vi si riconosce nemmeno per contestarlo, si arroghi il diritto di officiare il dolore di chi ha perso un affetto? I funerali di Stato dovrebbero limitarsi ai personaggi della Storia, a chi ha svolto un ruolo pubblico meritando un riconoscimento generale o per lo meno maggioritario.

Non soltanto comprendo e rispetto, ma sostengo la scelta dei familiari delle vittime di Genova che si sono sottratti a un rito inutile, anzi, beffardo. Quello Stato che non ha saputo proteggere i propri cittadini (e per cortesia non si confondano Stato e Governo, il primo resta il secondo no), che li ha esposti alla morte per inettitudine o peggio complicità con il totem del consumo, ora inscena la macabra liturgia dello stringiamoci a coorte senza, per altro, essere pronti alla morte, ma appaltandola agli altri.

Dove voglio andare a parare? Da nessuna parte, mi limito a dar voce a un’inquietudine che dentro di me sale costantemente. Pazienza, anzi meglio se rimarrà deluso chi, al riparo dello schermo di un profilo social (quanta povertà di spirito in queste piazze virtuali) si aspettava un affondo contro questo o quello, per rifugiarsi nella certezza dei propri cliché mentali e culturali. Il dolore e la morte non hanno colore o appartenenza, o meglio, appartengono all’umanità, proprio quel patrimonio che stiamo perdendo.