SUORINE E PENNIVENDOLI CONTRO I GIORNALISTI

DI AMEDEO RICUCCI

Siamo alle solite. Tutte le volte che un giornalista si azzarda a mettere in discussione la narrativa di regime sul conflitto in Siria – e peggio ancora quando ne svela, dopo aver lavorato sul campo, le clamorose bugie – c’è subito un’orda feroce di troll che entra in azione, con una sapiente regia, per zittire e mettere alla gogna il malcapitato, reo solo di aver fatto il proprio lavoro di inviato. Che consiste – non e’ male ricordarlo – nell’andare in giro, consumare le suole delle scarpe e raccontare poi quel che ha visto, naturalmente dopo aver verificato le impressioni riportate e le notizie di cui è entrato in possesso.

E’ toccato stavolta alla collega Sara Lucaroni, di ritorno dalla Siria, con una serie di reportage per L’Avvenire. Nel primo, già uscito, la collega si è permessa di mettere in discussione l’aria di normalità che si respirerebbe secondo i cantori del regime nella regione di Damasco, raccontando invece, con dovizia di testimonianze, le paure e le difficoltà vissute dalla popolazione civile: le bombe russe sulla Ghoutha, gli abusi del regime, le brutalità dei gruppi jihadisti, senza fare sconti né agli uni né agli altri.

Apriti cielo, però. L’esercito delle suore e dei pennivendoli di regime che da sette anni fanno da collante alla narrativa di regime sul conflitto in atto hanno subito gridato al “tradimento”, accusando la Lucaroni delle peggiori cose, solo perché l’immagine della Siria che la collega si è permessa di veicolare non era quella in cui avevano sperato nel momento in cui le avevano concesso prontamente il visto e l’avevano poi accolta.

Va da sé che ognuno può avere le proprie opinioni sul conflitto in Siria. Chiunque può ritenere cioè che il regime di Damasco sia il “male minore” e che la sua vittoria sull’opposizione armata sia auspicabile. Non mi scandalizzo, lo ritengo anzi legittimo, anche se io – come si sa – sono di diverso avviso. Ma una cosa sono le opinioni e un’altra i fatti. Che non possono essere deformati e stravolti al solo fine di farli combaciare con una verità costruita a tavolino, quella della propaganda. Dio ci liberi da chi spaccia “veline” di qualsivoglia governo, esercito, ente o associazione: l’esercizio del dubbio è infatti un dovere imprescindibile di ogni giornalista che voglia onorare il suo personale patto di fiducia con l’opinione pubblica, unico suo referente a cui dar conto.

E’ proprio questo che si nasconde dietro i fumogeni della disinformazione con cui si sta provando a demolire il lavoro di Sara Lucaroni, Lei è una collega onesta, non è al servizio di nessuna causa e ha solo esercitato il suo diritto-dovere di informare. Basta leggere i suoi reportage. E confrontarli con gli scritti di chi la accusa: nei report delle varie suorine e pennivendoli arruolati non c’è mai una nota stonata, mai una critica al regime, sembra di star dentro a un racconto epico, in cui i buoni sono tutti da una parte (la loro) e i cattivi dall’altra.

Chiudo con un ricordo personale, del mio ultimo viaggio a Damasco, nel 2012. Da’ l’idea di cosa vuol dire lavorare come giornalisti sotto la sorveglianza del regime di Bachar al Assad. Eravamo a fine maggio e c’era stato un grosso attentato davanti una sede dei Servizi di Sicurezza. Ma a morire erano stati solo dei civili – 58, fra cui molti bambini, che stavano andando a scuola – e la versione ufficiale del regime, che ovviamente accusava i “terroristi” armati dal Qatar, destava in noi della stampa internazionale non pochi dubbi. Ad avvalorarli c’era il fatto che ai funerali di stato non c’erano le famiglie delle vittime, che avevano preferito i funerali privati, ma poche decine di supporter del regime, con tanto di ritratti del presidente, e diverse centinaia di agenti in assetto anti-sommossa, per paura di disordini. A differenza di altri colleghi – i quali non intendevano evidentemente rinunciare alla possibilità di avere nuovi visti di ingresso in Siria – io mi rifiutai di celebrare quella sceneggiata e litigai pesantemente con l’interprete che il regime mi aveva affibbiato.
Fu l’ultima volta che mi lasciarono entrare in Siria con un visto ufficiale. Ho continuato a seguire gli avvenimenti entrando nel Paese clandestinamente nelle zone liberate e, ca va sans dire, sono finito sulla black-list di Bachar al Assad.