BEN AFFLECK IN RIABILITAZIONE PER ABUSO DI ALCOL. STORIA DI UN (IN)SUCCESSO

DI COSTANZA OGNIBENI


Giovane, bello, ricco e con una splendida moglie. Sembra che gli ingredienti per la ricetta della felicità ci fossero tutti per il belloccio dalle origini californiane, e anche in dosi massicce. Certo, le cose in quel matrimonio con la seducente Jennifer Garner non erano andate proprio come si raccontano nelle favole, ma può bastare questo a motivare l’entrata, per la terza volta – la prima nel 2001, la seconda lo scorso dicembre – in un centro di riabilitazione per abuso di alcol?
La notizia risale a pochi giorni fa: l’attore è stato fotografato seduto sul sedile posteriore di un’auto diretta al centro di riabilitazione di Malibu, in California. Un’auto guidata da lei, la bella Jennifer, sempre vicina al marito nonostante il fallimento del loro matrimonio. Un matrimonio che gli aveva regalato due figlie, di 12 e 9 anni, e un figlio, di 6 anni. Un matrimonio scaturito da un probabile colpo di fulmine scoccato sul set di Pearl Harbor nel 2001, ma consacrato solo qualche anno dopo con una proposta accompagnata da un anello con un diamante di ben 4,5 carati di Harry Winston. Sembrano dettagli da gossip, ma ogni elemento può tornare utile per ricostruire il contesto idilliaco nel quale sembrava muoversi le giovane coppia. L’anello, dicevamo. Era il 2005 e Jennifer, già incinta della loro prima figlia, festeggiava, proprio quel giorno, il suo trentatreesimo compleanno. La cerimonia di lì a pochi mesi, rigorosamente privata, e in un’isola dello splendido arcipelago caraibico. Dunque i figli. E dunque il divorzio. Per la dipendenza del marito dalla bottiglia. Era il 2015. Eppure, nella sua vita professionale continuava a mettere in fila un successo dietro l’altro. Una carriera iniziata nel 1992 interpretando Chesty Smith, uno dei rampolli dell’esclusivo college di “Scuola d’Onore”, il film di Robert Mandel che aveva dato alla luce più di un talento, e proseguita accanto a Kevin Smith che lo aveva diretto in più pellicole. Poi l’esordio nel 1997 come sceneggiatore di “Will Hunting – Genio Ribelle”, un copione scritto a quattro mani con Matt Damon, suo amico d’infanzia, che gli valse l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Ma il culmine di un percorso iniziato certamente sotto i migliori auspici doveva ancora arrivare e quando uscì sui maxi schermi nel ruolo di un affascinante pilota del corpo militare statunitense che faceva capo a Pearl Harbor, la sua carriera ebbe un’impennata che non conobbe mai battuta d’arresto e, anzi, si arricchì ulteriormente quando si mise in gioco come regista. “Argo” il nome della pellicola che lo vide per la prima volta dietro la macchina da presa, con cui aveva voluto raccontare l’operazione Canadian Carper messa in atto da Stati Uniti e Canada per risolvere la crisi degli ostaggi americani in Iran dopo la rivoluzione iraniana del 1979. A questo punto la consacrazione come uno dei registi emergenti di maggior talento risulta quasi banale, ma pare che il suo curriculum vitae vanti anche questa voce.

E se lo osserviamo oggi su quell’auto con il volto provato e gli occhi segnati dal peso di qualcosa di probabilmente molto più inafferrabile di quanto compare sotto ai riflettori, ci rendiamo conto che quelle che ci hanno sempre venduto come “pillole della felicità” sono, in realtà, gocce di veleno che ci vengono quotidianamente somministrate anche attraverso questi testimonial che, in tutto e per tutto, hanno sempre incarnato l’ambito “sogno americano”.