TRA MERLETTI E RICAMI RITROVO UN PASSATO ANCORA VIVO NELLA MEMORIA

DI LIA DE FEO

L’altro ieri, alla tenera età di 56 anni, ho spacchettato per la prima volta tutto il mio corredo. Perché, sì, in effetti io ho un corredo, per quanto parziale. Sono una donna del Sud, si sa.
Era tutto in un borsone impolverato che si era confuso tra gli scatoloni dei miei libri (quelli che il mio caro fratello mi aveva poi sbattuto a Genova qualche mese fa) e poi tra gli scatoloni del trasloco, e negli anni precedenti chissà dove. L’ho aperto perché avevo il sostegno psicologico di una ragazza che a volte mi aiuta per le pulizie, ché sennò stava ancora là.

Erano le cose che la mia nonna paterna regalava per la Befana, o a Natale. Le stesse che hanno le mie cugine, ma meno. Perché c’è un buco di trent’anni, tra le prime e le ultime, tra il primo bigliettino che ho recuperato nei pacchetti e l’ultimo. Trent’anni di non regalo. Ma è che io sono stata la pecora nera della famiglia, e Nonna non era un tipo tenero.

Nonna era stata una ribelle, a modo suo, in tempi che non lo consentivano. Signorina di buona famiglia, era nata con uno spirito commerciale incongruente e subito soffocato dal suo contesto. Da ragazza avrebbe voluto aprire un negozio di moda in Piazzetta, a Capri, ma suo padre – il celebre Nonno Arturo, che andava in calesse a Roma dalle sue amanti attrici e si dice che annoverasse Joséphine Baker tra le sue conquiste, ma questa è un’altra storia – suo padre, dicevo, glielo impedì. Peccato, oggi varrebbe miliardi.
Sposò infine il suo precettore, mio Nonno, e diventò l’inflessibile perno attorno a cui ruotava l’intera famiglia, ma la passione per le stoffe la mantenne, e quando i tempi cambiarono mise su un piccolo commercio personale di cose ricamate.
Faceva fare le stoffe a Napoli, faceva i disegni con l’aiuto di un tale geometra che veniva a casa – li ricordo entrambi attorno al grande tavolo da pranzo, tra metri di carta velina, con le matite e i gessi – e poi andava a Firenze a comprare il filo e poi arrivava una macchina – Nonna non usciva se non con l’autista, e solo per cose importanti – e si andava in campagna dalle “operaie”. Le “operaie” erano le ricamatrici. Ricordo che ci si inerpicava su per le montagne irpine e si andava in luoghi dai nomi strani (Salsa Irpina, Atripalda, quei posti lì), e c’era odore di legna bruciata e case povere, buie, e donne vestite di nero a cui Nonna spiegava cosa fare in un turbinio di termini tecnici che formavano un linguaggio che capivano solo loro, mentre io, bambina, sgranavo gli occhi davanti alla differenza tra quelle case e la nostra e imparavo che esistevano le classi sociali.
Le sgridava, Nonna. Era dura, secca, precisissima, ma sentivo anche che le rispettava. E si interessava delle loro figlie, insisteva perché non fossero mandate a lavorare altrove, perché ereditassero questa sapienza, questa capacità che già allora si faceva sempre più rara. “E’ un mestiere che si perderà, chi vuole più imparare?”
E poi arrivava il risultato, mesi dopo. Lenzuola, asciugamani, tovaglie che però si chiamavano “mensali”. E lì interveniva Nonna a fare la cosa che faceva solo lei, personalmente: li “smerlava”. Tra stoffa e carta velina, con le forbicine piccolissime, ritagliava i bordi facendo sparire fino all’ultimo millimetro di filo rimasto alla fine del ricamo. Stava lì in poltrona, davanti al caminetto enorme, con questi metri di stoffa in grembo e queste forbicine minuscole, e smerlava e mi sgridava, smerlava e mi sgridava.
Infine, alcune di queste cose le vendeva all’interno di un piccolo circolo di signore della cittadina. Le altre, erano i nostri regali di Natale.
Nonna, col suo spirito commerciale, avrebbe meritato di nascere altrove e in altri tempi. Lì e in quei tempi, c’era in lei qualcosa di sovversivo e represso che io ho sempre avvertito benissimo, e forse sono stata l’unica a capirla davvero. E a contestarla duramente, dagli undici anni in poi. Da quando diedi il mio primo bacio a un tizio, tutta la cittadina lo venne a sapere e tutto un maschilismo che io manco sapevo che esistesse si abbattette su di me. E ci affrontammo, io e lei, in una guerra che non ebbe ritorno, in cui io misi di tutto. Pure la politica, le sue “operaie”, le due ragazze a servizio in casa che avevano 13 e 15 anni e venivano schiaffeggiate se sbagliavano, e le sue lenzuola ricamate, quel mondo vecchio che io, a 11 anni, decisi che avrebbe dovuto bruciare, col risultato che bruciai prima io.
E rimasi senza corredo. Quasi.
L’ho combattuta, mia Nonna, ma senza mai smettere di stimarla. Era tanta roba. Dura, arguta, ironica, di poche parole, piccolissima e magra ma di acciaio. Capace di rancori eterni. Capace di non parlare più a un suo fratello che io non ho mai visto, fino a che lui, 40 anni dopo, andò a baciarle la mano. Bisognava baciarle la mano, appunto.
Ma ricordo che una volta recuperai un disco che era in casa e lo misi sul giradischi: era un tango, La Cumparsita. Nonna alzò lo sguardo, posò di lato il lenzuolo o il mensale che aveva in grembo e si alzò. Senza dire una parola, mi tese la mano e ballammo. Nel salone vuoto, solo io e lei, questo tango attorno al grande tavolo. “Questa musica non era per gente perbene, Nonno Arturo non mi permise mai di ballarla. Ma io l’ho sempre amata”, mi disse. E io raccolsi il ballo e la confidenza come un tesoro, e li ho sempre custoditi entrambi. Di mia Nonna ho nel cuore quel tango, il resto è solo storia.

Ho aperto i pacchetti di carta velina che erano nel borsone e ne sono usciti lenzuolini per bambini, asciugamani di lino con la mia iniziale e quella di mia figlia, qualche lenzuolo, alcuni preziosi, impagabili mensali. Alcune cose avevano il bigliettino imbastito tra le pieghe della stiratura. In altre, più recenti, c’era il semplice biglietto con la busta. Le cose degli anni ’60 erano regali per la Befana, quelle degli anni ’90 erano per Natale. Le cose cambiano. Ed era tutto perfetto, come appena riposto. Pulito, profumato, perfettamente stirato, nuovo. Lenzuola messe lì nel 1963, 55 anni fa. Perfette. Poi c’erano due cose che invece avevo aperto chissà quando, usato e riposto. Nella plastica. E lì erano entrati dei moscerini. Il mio tocco, maledizione. L’abisso tra me e mia Nonna.
Ho aperto tutto, sto lavando tutto, ho questa ragazza albanese che mi ha assicurato che lei la sa stirare uguale, questa roba, ché ha imparato da piccola. In Albania ancora si impara, dice. Chi lo sa.
Dormire in quelle lenzuola è bello. Me lo ricordo. D’estate la senti, la differenza. E quelle tovaglie vanno usate, sono bellissime, sono mie, e so benissimo che si lavano in lavatrice e si può anche mettere la candeggina, sono eterne, e il filo dei ricami colorati lo si comprava apposta in quel negozio di Firenze perché durasse per sempre, non ho niente da temere se non la mia inettitudine.
Gli asciugamani, quelli no. Gli asciugamani di lino basta guardarli per stropicciarli, sono un lavoro assurdo e senza senso. Torneranno nella carta velina. Ammesso che io capisca dove diavolo si compra, la carta velina.
Io non lo so, se mia Nonna mi ha perdonato. Non so neanche se mi volesse più bene. Sono stata la prima nipote, e la prima femmina di casa dopo i suoi tre figli maschi. Diceva che ero la più bella e la più intelligente, prima. Poi diventai l’Innominabile.
Ma incazzarsi con la discendenza è inutile, ho imparato. Perché poi ci tocca morire e rimanere vivi nel ricordo che lasciamo. Nel fatto che io conosco i verbi imbastire e smerlare, che so vedere la perfezione di certi ricami, che la ricetta del dolce al caffè che mi tenne segreta (la diede solo alle mie cugine) io me la sono rubata, qualche anno fa, e adesso ce l’ho anche io, che le piaccia o no. E so che le piacerebbe. Che sorriderebbe, se sapesse che me la sono rubata.
La Nonna era sovversiva tanto quanto me. Se ne faccia una ragione. Solo che lei aveva troppo e doveva conservarlo. La mia generazione non aveva già più niente da conservare, bruciare per noi è stato tanto più facile.
Ma poi lo vedi, si invecchia pure noi. E conservare diventa di colpo importante. Conservare quattro pezze, ma bellissime.
Mie.