DILAGA LA DESTRA FILONAZISTA IN GERMANIA: MAI COSI’ VIOLENTA, MA NON E’ UNA NOVITA’

DI ALBERTO TAROZZI

48 ore a Chemnitz che hanno sconvolto la Germania, tra sabato e lunedì. Qualcuno parla di una “tentata guerra civile”. Si è assistito a una vera e propria caccia al migrante portata aventi da hooligan, neonazisti e nazionalisti, militanti della nuova destra Afd, nel centro della città vecchia, una volta chiamata Karl-Marx-Stadt. Una caccia nel nome di una giustizia fai da te, condotta da poco meno di un migliaio di persone, seguita all’uccisione di un tedesco trentenne da parte di un irakeno e di un siriano.

I politici locali più stupiti che indignati. Condanne a livello nazionale, ma senza contromisure di qualche peso.
Pure da queste parti non si tratta di un fenomeno nuovo, anche se mai aveva raggiunto queste dimensioni. Non dimentichiamo che siamo nella ex Germania democratica (Ddr) dove, a dispetto di quanto dichiaravano ai tempi del socialismo reale i pedagogisti del regime, ben poco si è riuscito a realizzare per cancellare un’ideologia neonazista che ha lungamente covato sotto le ceneri per riaffiorare impetuosa, ai tempi della riunificazione, più ad oriente che all’occidente dell’Elba: vale a dire proprio là dove il potere politico aveva manifestato a parole di rinnegare senza mezzi termini l’epoca nazista.

Non sappiamo quanto di quel fuoco sotto le ceneri sia anche la conseguenza di uno dei bombardamenti più atroci compiuti nel corso dell’ultima guerra, da parte della aviazione soprattutto inglese (la Raf) contro la non lontana città di Dresda.

A prescindere dal numero dei morti, su cui vi è ancora una larga divergenza di vedute, ma comunque non inferiori alle 20mila unità, si trattò di una delle azioni più feroci condotte dagli alleati, che raggiunsero il culmine nella notte del 13 febbraio 1945, ma che avevano avuto inizio già nei primi mesi di guerra. Ricordano gli storici che fu preferito attaccare dopo giorni di tempo caldo e secco, in modo che le numerose e povere costruzioni di legno fossero più infiammabili. Poi sganciare bombe ad alto potenziale esplosivo che sfondassero i tetti delle case e rompessero le finestre e di lì passare a quelle incendiare, in modo che le case sventrate bruciassero più facilmente. Infine, le bombe a frammentazione a scoppio ritardato, che uccidevano pompieri e soccorritori, in modo da consentire agli incendi di espandersi.

Con questo non intendiamo né spiegare né tanto meno giustificare il sedimentarsi, da quelle parti, di significativi movimenti, di fatto neonazisti, alla caduta del muro. La ricostruzione ci serve però per interpretare un possibile meccanismo di coazione a ripetere, più forte in quell’area geografica che altrove. I figli di coloro che si erano sentiti presi di mira, come topi in trappola, dai bombardieri alleati, adesso si potrebbero essere trasformati da vittime in carnefici e altro non cercano che moventi per scatenarsi nei confronti delle minoranze, dei migranti e di chiunque, soggetto debole, sentano di avere in mano per sfogare su di lui la propria volontà di dominio e di annichilimento.

Un meccanismo che quella regione della ex Germania socialista (la Sassonia) aveva già visto dispiegarsi subito dopo la caduta del muro, ma che molti avevano ritenuto di classificare come forma di neonazismo residuale.
Oggi quella violenza è esplosa più forte che mai, in coincidenza con altri revival nazionalisti e xenofobi che percorrono l’intero continente.
E la nazione tedesca, ad est come ad ovest, si domanda se il processo di denazificazione intrapreso mezzo secolo fa non sia riuscito a stringere molto meno di quanto a suo tempo supposto.