SE INTEGRARE E’ POSSIBILE: IL MODELLO RIACE

DI ALBERTO EVANGELISTI

 

Di migrazione si continua a parlare. Se ne parlava in campagna elettorale e poco o nulla è cambiato nei primi mesi di Governo. Se ne è parlato soprattutto in questi ultimi giorni per via del caso “Diciotti” e, da ultimo, per l’intervista rilasciata dal Papa sul volo che lo stava riportando in Italia dopo la visita pastorale in Irlanda.

Quest’ultima in particolare, ha fatto abbastanza scalpore ed è stata copiosamente diffusa dalla fronda sovranista perché in essa Papa Francesco ha espresso una preoccupazione: un Paese che accoglie deve farlo integrando, altrimenti meglio non accogliere.

Certo, la risposta data da Francesco ad apposita domanda è in realtà più articolata e specifica quanto sia importante tentarla questa integrazione: “Io ho visto, ne ho un filmato clandestino, cosa succede a coloro che sono mandati indietro e sono ripresi dai trafficanti: è orribile, le cose che fanno agli uomini, alle donne e ai bambini…, li vendono, ma agli uomini fanno le torture più sofisticate. C’era uno lì che è stato capace, una spia, di fare quel filmato, che ho inviato ai miei due sottosegretari delle migrazioni. Per questo, a mandarli indietro ci si deve pensare bene, bene, bene…”.

In effetti va riconosciuto che, se dal lato dei salvataggi, della prima accoglienza, degli hot spot, l’Italia si è dimostrata negli anni realmente efficiente, la parte più difficoltosa, che peraltro ha maggiori ricadute sull’opinione pubblica, rimane l’inserimento e l’integrazione.

L’esperienza di Riace, piccolo borgo calabrese di circa 1.800 abitanti, offre un modello completamente differente di integrazione, in cui il migrante non viene meramente “ospitato” a rimborso, ma viene inserito nel tessuto sociale del paese in maniera attiva.

Riace, come per molti piccoli comuni del meridione, prima ancora che essere una esperienza di immigrazione, ne è stata una di emigrazione, che ha visto un progressivo svuotamento del territorio, colpito da profonda povertà e difficoltà occupazionali e, per questo, abbandonato dagli abitanti, diretti in cerca di maggiori fortune verso il nord Italia o verso l’estero.

Si può parlare di fenomeno immigrazione, invece, dalla fine degli anni 90, con l’arrivo dei primi esuli curdi, ben prima quindi che il fenomeno fosse sotto i riflettori mediatici di questi ultimi tempi.

L’intuizione di Riace e di Domenico Lucano, sindaco di inizio millennio, è stata proprio quella di sfruttare la presenza del fenomeno migratorio per ricostruire un tessuto sociale ormai quasi completamente assente a causa dell’abbandono del territorio, avviando così un processo di riqualificazione complessiva del borgo.

Il primo punto per riqualificare è stato ovviamente la questione abitativa: le case degli emigrati sono quindi state prese in comodato d’uso dal Comune per destinarle all’accoglienza.

Si è quindi pensato al rilancio economico, sviluppando un sistema che inglobasse gli apporti dei nuovi arrivati, coinvolgendoli nelle attività preesistenti, nella ripresa del primario, dell’agro-alimentare e delle attività artigianali.

Principali attori della ripresa di queste nuove attività sono stati proprio i migranti, inseriti grazie all’introduzione di due strumenti: i bonus d’acquisto e le borse di lavoro.

I bonus d’acquisto sono in sostanza uno stratagemma per ovviare ai forti ritardi con cui il Ministero versa i rimborsi: di fatto sono una moneta locale, utilizzata per gli acquisti, il cui valore deriva dalla prospettiva futura che tali bonus siano coperti dai fondi per l’integrazione versati dal Ministero, con l’evidente vantaggio che il contributo (i famosi e tanto vituperati 35 €) vengono utilizzati per creare lavoro e restituire dignità, invece che essere un mero rimborso.

Le borse lavoro sono invece funzionali alla ripresa dei laboratori artigianali, in cui sono impiegati una persona del luogo e un borsista straniero. Questo percepisce circa 600 euro al mese, indipendentemente dai ricavi e dalle vendite, che servono per comprare le materie prime e intercettare il turismo scolastico che sta crescendo moltissimo grazie alla sensibilità di molti insegnanti che si sono avvicinati al nostro progetto.

Il valore del modello Riace è proprio questo: aver intuito che l’integrazione non deriva dalla mera volontà o tolleranza di chi accoglie. Perché queste saranno sempre e comunque percepite da entrambe le parti come una sorta di concessione unidirezionale. A Riace l’integrazione nasce dalla compartecipazione alla vita del paese, dal lavorare fianco a fianco e dalla conoscenza reciproca.

Tuttavia Riace non è “l’uovo di Colombo” e il modello ha mostrato anche difficoltà e limiti.

Le difficoltà sono derivate dalla necessità di integrare questo modello con un quadro legislativo ed amministrativo complesso e difficilmente adeguabile a configurazioni differenti da quelle “usuali”: la necessità di garantire rimborsi per un periodo di tempo maggiore, visto che non vengono utilizzati quali meri rimborsi spese ma per creare socialità, le difficoltà nella contabilizzazione delle spese così sostenute, oltre alla necessità di concepire in maniera completamente differente, anche da un punto di vista temporale, l’assegnazione dei migranti ad un territorio, non hanno certo risparmiato problemi di attuazione. Senza parlare della diffidenza intrinseca che suscita una gestione dei soldi pubblici tanto autonoma.

I limiti sono invece dovuti alla difficoltà di immaginare l’espansione del modello, strutturalmente peculiare ed attagliato alla realtà di un piccolissimo comune della Calabria, sul piano nazionale.

Queste criticità sono anche la causa della fragilità del modello: scarsamente sostenuto dalle autorità centrali e locali, rischia di essere smantellato per carenza di fondi. In molti si stanno mobilitando per salvare questo esempio definito come un modello unico di integrazione. Fra questi anche Saviano ha deciso di essere presente nel paese calabro per esprimere la propria vicinanza e rilanciare l’appello per  una campagna di raccolta fondi in favore del progetto.

Indipendentemente dalla sorte che avrà Riace, questo esperimento sociale manterrà il pregio di aver indicato che una via alternativa di integrazione, in cui il verbo “mantenere” viene sostituito da quello “ricostruire”esiste, alla faccia di ogni “non si può integrare”.