PERCHE’ LA LEGA DI SALVINI NON E’ PIU’ QUELLA DI BOSSI (ED E’ MOLTO PIU’ PERICOLOSA)

DI ALBERTO EVANGELISTI

Nei mesi, per certi versi drammatici, per altri tragicomici, intercorsi fra le elezioni e la formazione del Governo, quando emergeva la possibilità di un accordo Lega 5 Stelle, ci siamo interrogati, anche con una certa curiosità, su che tipo di esecutivo ne sarebbe potuto uscire. Leggendo editoriali, ascoltando commentatori in televisione, ci siamo tutti fatti tranquillizzare da un concetto, ripetuto in ogni salsa da chiunque, anche da quei giornalisti, quelli bravi, molto bravi alla Chicco Mentana, che vedono sempre oltre: la Lega non rappresenta certo un pericolo, in fondo la abbiamo già vista al Governo per anni insieme al Centrodestra e la vediamo tutt’ora nelle amministrazioni locali di mezza Italia. Tranquilli, nonostante i proclami, la Lega di Salvini non sarà troppo differente da quella che abbiamo imparato a conoscere con Bossi, molto folclore ma tutto sommato un certo buonsenso nel governare.

Temo che ci (mi ci metto anch’io) siamo sbagliati notevolmente: la Lega di Salvini non c’entra quasi nulla con la Lega di Bossi, ed è molto più pericolosa.

Quella che conoscevamo era nel complesso una lega certo non bella, ma rassicurante: aveva ambizioni meramente regionali; politicamente stava comoda nel proprio ruolo di spalla berlusconiana con cui aveva instaurato un equilibrio abbastanza stabile, in cui alcuni toni sopra le righe e certe sparate erano meramente funzionali a tranquillizzare un ala minoritaria di elettorato da un lato e ottenere qualche tornaconto politico dagli alleati dall’altro. Di fatto la Lega rivoluzionaria e secessionista è, nella sostanza anche se non nei proclami, sparita non appena ha saggiato la comodità delle poltrone di Governo.

Con Salvini, pur se non esclusivamente per merito suo, ci troviamo di fronte ad una Lega profondamente cambiata al proprio interno, inserita in un quadro politico nazionale ed internazionale altrettanto stravolto e molto più permeabile ai movimenti radicali.

Movimenti come quello leghista per esistere hanno perennemente bisogno dello scontro, questa non è certo una novità. Nel dibattito ragionato, quello fatto di fonti attendibili e confutazioni, le tesi portate avanti da questi soggetti politici vengono regolarmente demolite, non a caso tanto dal punto di vista sociologico che da quello economico, esiste una produzione di letteratura scientifica e decisamente marginale che le supporta.

Di contro quando si urla, quando conta il titolo perché si cerca la famosa “pancia” delle persone, forti del fatto che nessuno si interesserà di smentite di sorta, la comunicazione leghista è difficilmente battibile. Salvini questo lo sa bene ed ha impostato su questa base essenziale le proprie fondamenta: non serve avere dalla propria le elite culturali, basta conquistare le masse e una volta preso il potere una parte dell’ establishment usualmente si aggrega.

Prima di tutto ha spostato l’asse del male geograficamente di qualche chilometro: se dare le colpe dei problemi del Nord ai “Terroni” funzionava, perché non allontanare il problema, spostandolo oltre confine e dare così un nemico unico agli italiani? Ed ecco che l’Europa a Nord e i fenomeni migratori a Sud diventano il collante per una nazione in cerca di colpevoli.

Se solo mi avessero detto qualche tempo fa che a Napoli avrebbero votato, in un numero considerevole di persone, un personaggio ripreso mentre cantava “senti che puzza…”, avrei fatto francamente fatica a crederci. Avrei sbagliato visto che, a pensarci bene, non è una cosa così strana, funziona anche in piccolo: quando per esempio il bullo che a scuola ci rendeva oggetto di scherno diventava improvvisamente amico per avere il compito in classe, di solito ci sentivamo stranamente lusingati, in fondo non essere più l’oggetto delle offese, passate ad altro mal capitato, dava una bella sensazione.

Il tutto è reso possibile dalla oggettiva bravura che la Lega e Salvini in particolare, ha dimostrato nell’uso della comunicazione sui social. Ok, anche ai tempi di Bossi è stata spesso presa come esempio nella comunicazione: tutti  ricordiamo ad esempio il famoso manifesto con gli indiani.

Salvini è però andato molto oltre: quando in Italia arrivavano le notizie sulla prima elezione di Obama fu da subito chiaro che i social network avrebbero avuto un ruolo fondamentale da quel momento in avanti. Anche Renzi ed il PD hanno iniziato a sbandierare in giro le proprie attività sui social. Tuttavia, a differenza della Lega, il PD si è gettato nella mischia social senza mai realmente comprendere lo strumento e capirne le potenzialità, con l’atteggiamento di chi, all’inizio, usava i PC come una macchina da scrivere un po più costosa.

Salvini viceversa ha capito due cose fondamentali: la prima è che la diffusione dei messaggi social è estremamente più veloce che in ogni altro mezzo fin qui utilizzato; la seconda è che l’effetto che un messaggio lanciato tramite social ha sulla opinione pubblico è completamente svincolato dall’autorevolezza della fonte o dalla veridicità del messaggio stesso, ma dipende quasi esclusivamente dalla “viralità” che raggiunge.

Questa consapevolezza ha permesso alla Lega di introdurre nel dibattito politico tesi via via sempre più radicali, senza assumersi un onere di sostegno scientifico alle stesse, trasformandole da “inconcepibili” a plausibili: messaggi corti che, per essere confutati, necessiterebbero di spiegazioni lunghe e complesse, che nessuno avrà mai voglia di ascoltare, costruiti peraltro su misura per soddisfare le esigenze di una audience conservatrice desiderosa di essere rincuorata dai cambiamenti del mondo.

Il tutto fornendo sempre ai propri adepti una giustificazione morale a cui attaccarsi: non siete razzisti, lo fate per tutelare le vite in mare e combattere i trafficanti di uomini; non vogliamo distruggere l’Europa, vogliamo una Europa migliore che si preoccupi più dei popoli, e così via.

Ovviamente tutti i meriti comunicativi della Lega e di Salvini non sarebbero stati tanto efficaci in un quadro politico ed ecomomico più stabile.

Da un lato, l’assenza di una alternativa credibile nel panorama del centrodestra, oltre che di una figura dotata di carisma quale è stato per quell’elettorato Berlusconi, ha lasciato alla Lega enormi praterie in cui fare incetta di consensi, spingendola anche in platee un tempo moderate, ora rimaste orfane di una figura di riferimento.

Dall’altro l’attuale inconsistenza dell’alleato di Governo, apparentemente del tutto succube dell’agenda politica salviniana, incapace di opporre, sia fisicamente che mediaticamente, una alternativa credibile, simile ad un azionista che vede le proprie azioni in discesa preoccupante e non sa se vender e capitalizzare la perdita o sperare in un futuro recupero, consente alla Lega, con il 17% alle elezioni, nei fatti il pieno governo del Paese.

Se poi a questo si aggiungono la groupie esterna alla maggioranza, Giorgia Meloni, che non vede l’ora di tornare alle elezioni e fare un Governo Lega-FdI, e il dissesto totale del panorama centrosinistra, in perenne autoanalisi e sulla soglia del disfacimento, il quadro politico nazionale è quanto di più comodo per permettere alle posizioni leghiste di sfondare.

C’è inoltre da considerare il quadro internazionale: Bossi ha per lo più operato in un momento storico in cui certe tesi più radicali erano strettamente minoritarie e appannaggio di qualche gruppetto di poco conto. Oggi la principale democrazia al mondo, gli Stati Uniti, ha come presidente Trump; in Europa esiste un blocco di paesi fondamentalmente sovranisti e negli altri Stati i movimenti simili alla Lega stanno acquistando consensi, diventando soggetti politici di rilievo. Si può dire che psicologicamente non esista elemento aggregativo migliore che la sensazione di far parte di una “squadra vincente”.

Ciascuno di questi Paesi ha una storia a sé, tuttavia in comune c’è sempre almeno un elemento: l’allontanamento della politica tradizionale dai cittadini unito ad una totale sottovalutazione del rischio rappresentato dal populismo.

Ora, la Lega non ha già vinto. Quei commentatori che, spinti da euforia, indicano in Salvini il nuovo messia politico, dovrebbero considerare che si parla ancora di un Governo neonato e che in nessun posto come in Italia si attaglia il detto latino sic transit gloria mundi. Peraltro uno dei punti di forza della Lega, il suo essere in cerca di una rivoluzione perenne, rischia di esserne anche il limite, costringendo il partito ad una costante creazione di scontri.

Tuttavia l’errore più ripetuto nella storia è senza dubbio quello di non ascoltare i messaggi lanciati dai politici, per poi sorprendersi che questi mettano in atto ciò che avevano anticipato.

La Lega e Salvini vanno ascoltati attentamente, senza considerare certe posizioni come folcloristiche, perché rappresentano esattamente cosa farebbero se ne avessero la possibilità e, se continueremo a sottovalutare il fenomeno e a non offrire alternative, questa possibilità la avranno.