ARGENTINA IN PIENA CRISI, TRA RISCHIO DEFAULT E SPIRALE GRECA

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

La pioggia scrosciante, caduta su Buenos Aires per tutto il pomeriggio, non ha impedito una partecipazione di massa alla marcia contro i tagli all’università pubblica. Docenti, ricercatori, borsisti, ma anche studenti e cittadini comuni sono intervenuti per difendere posti di lavoro e il diritto all’educazione gratuita e di qualità. Una manifestazione pacifica nella quale solo alla fine si sono infiltrati alcuni provocatori, che hanno agito indisturbati, mentre la polizia in Plaza de Mayo caricava con gli idranti – in una giornata gelida invernale – proprio i manifestanti che avevano cercato di isolare i violenti. Questi ultimi, incappucciati, hanno lanciato indisturbati pietre e bottiglie per una buona mezz’ora.
Il tutto, alla fine di una giornata difficilissima per l’economia. Il peso, in caduta accelerata, ha chiuso a quasi quota 40 contro il dollaro, con una perdita di circa 6 punti in poche ore. Contro l’euro, si scambia addirittura a 46. Tanto che si sospetta che il governo punti a un’ulteriore svalutazione, per renderlo meno sensibile ai rialzi della moneta americana e più competitivo per le esportazioni, sempre che in Argentina resti qualcosa a esportare.
Intanto il rischio paese è salito da 700 a 870 in poche ore.
Mentre il governo insiste nel parlare di una situazione congiunturale legata ai mercati e assicura che la rotta seguita è l’unica possibile, gli argentini si chiedono se tale rotta porti diretta a un nuovo default o a una “spirale greca”: una serie di prestiti seguita da tagli alla spesa pubblica e un aumento delle tasse che non fanno altro che impoverire la popolazione e quindi diminuire il gettito fiscale.
“La migliore squadra economica degli ultimi 70 anni” – così il presidente Mauricio Macri aveva definito il suo governo alla fine del 2015, appena eletto – non ne ha azzeccata una. Da quel provvedimento di liberalizzazione totale dei cambi (fino a 5 milioni di dollari al giorno) che, all’indomani dell’insediamento del nuovo presidente, provocò il primo shock (il dollaro schizzò subito da 13 a 15 pesos, cosa che oggi ci fa quasi tenerezza) e fece perdere alla banca centrale miliardi di dollari in un’operazione di future fissata mesi prima, in uno scenario totalmente diverso.
Mauricio Macri, perso l’appoggio finora incondizionato dei mercati, parla di rinegoziare gli accordi con il Fmi, senza fornire dettagli e generando così ulteriori incertezze. Il Fondo chiede più austerità, ma non chiede l’unica cosa che dovrebbe: il ripristino delle tasse sulle esportazioni agricole. Perché è stato proprio per finanziare questo taglio, che oggi l’Argentina è tornata a essere il paese più indebitato del mondo. Al quale si chiede una riduzione del disavanzo primario (a colpi di lacrime e sangue) per pagare un deficit finanziario.
Del prestito accordato dal Fmi, 50mila milioni di dollari, 15mila sono già stati versati, 3mila lo saranno a settembre e altrettanti a ottobre, per un totale di 21mila milioni. Il versamento dei 29mila restanti è stato anticipato al 2019. Macri ha preso accordi anche con gli Usa per un pacchetto di aiuti tra 8mila e 15mila milioni di dollari. Da pagare con gli interessi e un cambio al 40 per cento (che potrà sempre peggiorare). Da qui si capisce che vera preoccupazione del presidente è arrivare liquido alla fine del 2019, per le elezioni, dopodiché non sarà più un problema suo. Lavoro, povertà zero, controllo dell’inflazione. Questo era il programma con cui Macri è stato eletto e che, a distanza di due anni, appare più evanescente e lontano di un miraggio.