E’ MORTO SILVANO CAMPEGGI, UN DOLORE PER TUTTO IL MONDO DEL CINEMA

DI GIOVANNI BOGANI

Silvano Campeggi è stato uno dei più grandi pittori di manifesti cinematografici d’Italia: uno a cui la Metro Goldwyn Meyer affidava tutti i suoi film importanti, uno che, per dire, Liz Taylor voleva solo essere ritratta da lui, da lui e da nessun altro. Uno che venne chiamato a Los Angeles per dipingere Marilyn; e Marilyn, proprio lei, gli disse “Mi devo spogliare, Maestro?”.

Poi Marilyn non si spogliò, probabilmente. Ma quello fa parte del segreto di quell’ora nello studio del pittore Campeggi. Quello che è certo, è che lui ha ritratto Marilyn riuscendo a sintetizzarne in pochissimi tratti la forza, la bellezza, la potenza di icona assoluta. E quel ritratto di Marilyn aveva saputo, poi, renderlo ancora più sintetico, ancora più evidente, negli ultimi anni, quando gli chiedevano di schizzare “una Marilyn”. Gli veniva sempre cosi’ bene. Anche negli ultimi tempi, quando di anni ne aveva più di novanta.

Era allegro, era sereno. Con la moglie Elena, il suo amore di tutta una vita. Da quando era andato a Roma, nell’immediato dopoguerra, come tanti altri ragazzi che sapevano disegnare, o scrivere sceneggiature, o fotografare. Lui aveva studiato disegno con Ottone Rosai, che gli diceva di “mettere più merda” nelle figure che disegnava, di farle più crude, più vere.

E Silvano, con due soldi, una matita e poco altro, se ne è andato a Roma. A dipingere un bozzetto dopo l’altro: si è costruito una vita, una casa, una sicurezza con quei bozzetti. Dipinse anche il giorno del matrimonio, perché le Major americane non aspettavano. e perché lavorare bisogna, sempre, quando lavoro ce n’è. Ha usato il rosso, in maniera fantastica: il rosso che viene fuori da tutti i suoi manifesti, quel rosso che è come un “alt!” per l’occhio. E ha sintetizzato in poche figure, pochi tratti, quello che altri pittori di manifesti avrebbero tratteggiato in mille dettagli.

Era essenziale. Basta vedere come si inventò il manifesto di “Ben Hur”, solo quattro cavalli bianchi su fondo rosso. C’erano mille cose, in quel film di tre ore. Per lui, furono solo quattro cavalli. E la gente, mentre andava in bicicletta, mentre andava in tram, alzava gli occhi sui muri delle citta’, e li vedeva. E poi andava al cinema, anche grazie a lui.

Era allegro, anche negli ultimi tempi, gli piaceva avere dei giovani vicino, rideva, scherzava, era galante con le ragazze, e disegnava al volo per loro un ritratto, magari su un tovagliolo di ristorante.

Non gli ho mai chiesto un disegno, e quindi non ne ho, di suoi. Però ho tanti ricordi di un amico, di una persona che amava molto la vita, e il fatto che ci si potesse giocare, non importa a quale eta’. E avrò il ricordo di un artista, capace di portare la tradizione artigiana della grande pittura realistica dentro il cinema, dentro l’arte più moderna del suo tempo. Mentre la pittura “colta” diventava sempre più astratta, lui dipingeva volti riconoscibili, bocche sensuali, grandi occhi, per tutti quelli che immaginavano i film che magari non avrebbero visto mai.

Lui, fratello e amico di quei grandissimi talenti fiorentini che hanno innervato il cinema e i suoi lavori artigiani: Anna Anni la costumista, Franco Zeffirelli regista, Piero Tosi costumista,o Paolo Poli, attore fine e ironico. Tutti cresciuti in quegli anni, per poi ritrovarsi a vivere il grande sogno del cinema.

Te ne sei andato, Nano. Dovevo venire a pranzo da voi, uno di questi giorni. Mi dispiace tanto di non averlo fatto prima, di non averti dato un abbraccio di più.