IL RITIRO DI GINOBILI, PER TUTTI MANU, E’ UNA NOTIZIA CHE AFFONDA I CUORI

DI ROBERTO BECCANTINI

Salgo sul carro nel momento in cui scende il vincitore. Il ritiro di Emanuel David Ginobili Maccari, che ci ha portati per mano nel paese dei canestri fino a diventare semplicemente Manu, appartiene alle notizie che affondano i cuori. Con quel nasone un po’ così, alla Carlos Bilardo, e per questo «narigon» a furor di pueblo, è stato di tutti, e tutti ha appagato, non solo chi lo pagava.
Argentino di Bahia Blanca, uomo di sinistro (come Omar, come Diego e come Leo), è cresciuto a Reggio Calabria, sbocciato a Bologna ed esploso a San Antonio, là dove la leggenda di Alamo insegna a chiunque diventi sperone lo spirito di servizio e il servizio per lo spirito.
Il grande slam della Virtus, i quattro titoli NBA, l’oro olimpico di Atene. Numero venti: lo stress era il suo ombrello, non il suo diluvio. Non l’ho mai visto in azione dal vivo, se non ai Giochi del 2004, l’ho sempre seguito in tv, su Sky, con il metodo della sartina: un paio di quarti live, se la differenza del fuso coincideva con le mie pipì notturne; l’altro paio il pomeriggio del giorno dopo a risultato possibilmente «nascosto».
Mi ha dato spesso l’impressione di aver scalato il mondo, non già in virtù di una classe soprannaturale, ma grazie a una forza, a una visione e a una generosità capaci di innalzarne il livello di piano in piano fino all’attico del talento «rivoluzionario» (Ettore Messina). Riflessivo, non impulsivo. Leader senza megafono. Grande in attacco e importante in difesa, secondo Dan Peterson. E poi sua altezza un cavolo: «appena» 1,98.
L’ho incontrato una volta, una sola, all’aeroporto di Malpensa. Era il 2004, si tornava da Atene. Casualmente avevamo preso lo stesso volo. Aspettavamo i bagagli. Gli girai attorno felice e sorpreso. Mi presentai. Il tapis roulant cigolò. Le valigie, le valigie. Di solito facevo la ola. Non quel giorno.