UNA FIGLIA MUORE. LA MADRE SI BUTTA DALLA FINESTRA. SPERIAMO NON CI SIANO MOLTI PETTEGOLEZZI

 

DI CLAUDIA PEPE

Una madre ha trovato la figlia senza vita nel letto della sua stanza. Si è uccisa lanciandosi dal balcone del terzo piano. È accaduto a Pagani (Salerno). Le due donne avevano 68 e 27 anni. Gli investigatori ipotizzano che si tratti di un duplice suicidio.

“La famiglia – spiega il sindaco di Pagani, Salvatore Bottone, tra i primi a raggiungere il luogo della tragedia – era già seguita dai servizi sociali del Comune e la ragazza anche dal centro di salute mentale. Erano persone perbene, quanto accaduto ci lascia sgomenti. È una tragedia che addolora l’intera città di Pagani”
È una storia di ordinaria follia che accade sempre più spesso tra le mura domestiche, in una camera dove ormai le finestre non servono più per far entrare il sole, ma per accogliere grida disperate che dichiarano il fallimento di fronte all’incapacità di capire, all’inadeguatezza delle strutture, di fronte ai problemi immani che una madre trova nel provare ad aiutare una figlia. Una figlia fragile. Sappiamo tutti quanto costa oggi curarsi, sappiamo quanto sono lunghe le liste d’attesa, quanto denaro serva per parlare con un psicologo, o uno psichiatra. Sembra che questa figlia sia morta per un’overdose: una morte inutile, un assassinio. Sì perché se fosse così, chi le ha dato la dose, sapeva che era tagliata male e la stavo dando ad una ragazza che non aveva più armi per difendersi. Chissà tesoro mio, quante ne hai passate tu e tua madre tra una vita che vi ha sbarrato le ali, ve le ha legate perché non farvi mai vedere il cielo e il mondo da un’altra finestra. Quella era la vostra vita. Decisa da una società intollerante alla diversità, insofferente a stendere un braccio per aiutare delle persone indifese. Chissà quante volte avete sognato il futuro radioso, la vostra resurrezione, una nuova epifania, una nuova spiaggia dove approdare e lasciare le vostre impronte sotto un sole che vi regalava sorrisi mai sbocciati e germogliati nella vostra casetta di Pagani. Non so il tuo nome tesoro, ma entri anche tu nel club dei 27, come grandi artisti, come illustri geni e come mio figlio. Anche io ho trovato mio figlio riverso su una sedia ma credevo si fosse addormentato. Quando l’ho sollevato era gelato e nero. È lì che decidi se vivere o morire, è lì che decidi di portare la croce o dimenticarti di tutto e volare, librarti nell’aria e lasciarti finalmente andare, finalmente felice di addormentarti e non pensare più a nulla. Il mistero della bellezza, della gioia si scontra con il mistero del dolore, dell’assurdo: forse unendo questi misteri con la “buona novella” (il bello e il bene non muoiono mai…), si può pensare, sperare, di ridare per noi vita a queste due donne. Sai tesoro io non penso tu ti volessi suicidare, no non potevi arrivare a tanto, nessuno si suicida con la droga. È sempre un epilogo drammatico, uno sbaglio, un momento in cui quella stella nera che si contrappone sempre alla luce della luna, si impossessa del tuo destino, del tuo avvenire e del tuo futuro. È un attimo e ti accasci. Speriamo senza dolore, e alla tua mamma a cui dedico la mia preghiera, dico che probabilmente l’avrei seguita come una cometa che raggiunge l’attimo perfetto e illumina quelle notti che non hanno un nome. Io avevo un altro figlio, per questo non ho aperto la finestra. Quella mattina ha dato lui i vestiti migliori a chi ha messo Tommaso in un sacco della spazzatura portandolo via dalla mia casa, ma mai da me. Io vi capisco e anche se non mi potete leggere, sicuramente mi potete ascoltare. Quello che non capisco è questa porca vita, questa misera vita, questa vita di merda. Questa vita di merda che uccide due persone per poi riderne e coprirti con i suoi teli intessuti di voci, chiacchiere e dicerie. Donne mie amate vi dedico questa poesia che io amo e ho letto migliaia di volte. Voi sono sicura che la ascolterete perché adesso ve la recito a voce alta
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi di Cesare Pavese 
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

E speriamo non facciano troppi pettegolezzi.