IL RITORNO WALTER

DI ALBERTO EVANGELISTI

 

Il Governo potrebbe aver i giorni contati? Ormai iniziano ad esserne convinti in molti: basta leggere gli ultimi pezzi di Flavia Perina o il corsivo di Francesco Cancellato su Linkiesta, ma anche l’ultimo editoriale di Travaglio, non certo un forte oppositore della nascita di questo Governo. Un po’per l’inevitabile manifestarsi delle differenze fra i due movimenti, con il barometro che segna tempo in peggioramento per il futuro prossimo, allorquando piomberanno sul tavolo le questioni economiche, un po’ per la netta sensazione che Salvini più che a governare, sia interessato a far salire le proprie quotazioni in attesa di passare all’incasso, la sensazione che il Governo possa cadere realmente prima del previsto è ormai abbastanza diffusa.

“E allora il PD?”. Ok, qui stranamente la domanda ci sta bene. Perché quelle che paradossalmente avrebbero bisogno di un Governo che duri di più, sono proprio le opposizioni e, fra queste, il PD più di tutti.

Considerato però che questo tempo potrebbe non essere concesso, fra i dem è iniziato il rituale delle iniziative per riorganizzare il partito dopo la sonora sconfitta elettorale.

Si è scritto qualche giorno fa dell’iniziativa di Zingaretti e delle posizioni di Calenda; si è ora aggiunto a questi Walter Veltroni: ex sindaco di Roma, ex Direttore dell’Unità, il padre fondatore del PD ha lanciato la propria ricetta per la riscossa dalle righe di Repubblica.

Poco più di 2400 parole (già solo per questo indicative di quanto il messaggio non nasca per essere ascoltato dalle masse che a stento ne leggono circa 600-800), in cui Veltroni fa la propria analisi del momento politico, di ciò che la destra è, di ciò che, nella sua idea, il PD sarebbe dovuto essere; in cui si leggono citazioni, fra gli altri, di Ettore Scola, Luciano Gallino, Shakespeare, Papa Francesco, con autocitazioni dal “Festival delle idee di Repubblica” e richiami storici a Waimar, per spiegare come il PD si sia dimostrato distante dalle esigenze della categorie più deboli e come il temine “populismo” non vada usato perché è un favore fatto a quella che è banalmente destra.

Unico accenno di autocritica un obiter dictum verso la conclusione del pezzo in cui incidentalmente si lascia sfuggire che “quella idea -di partito- era forse troppo avanti”, lasciando peraltro intravvedere quanto sia distante lui dal concetto di autocritica.

A valle del lungo pensiero, ciò che rimane è la proposta di rilanciare un “nuovo partito, aperto, orizzontale e a vocazione maggioritaria”, ossia un nuovo PD, ma fatto meglio.

L’iniziativa sembra essere stata apprezzata da Zingaretti e Calenda che, primi fra gli impazienti di ripartire, hanno rispettivamente commentato: “Come ha detto Veltroni, dobbiamo sbrigarci a rimetterci in moto e a voltare pagina, imparando a discutere senza litigare. Dobbiamo ricollocare politicamente la sinistra” e “Ottimo e interessante. Uno dei primi veri contributi di pensiero alla discussione sul futuro dei progressisti”.

Molto più tiepida invece l’accoglienza dell’ala renziana di cui si fa portavoce Sandro Gozi: “Sui valori e sul ruolo dei progressisti e dei riformisti mi ritrovo molto” tuttavia “credo che oggi l’alternativa non passi attraverso le divisioni fra destra e sinistra e che dunque sia necessario costruire un’alternativa nuova che unisca tutti i riformisti, i liberali e quanti non si ritrovano nella destra di Salvini e Di Maio o che si sono pentiti delle scelte fatte”. Se si considera che in area dem, una netta contrapposizione con posizioni esposte da padri nobili come Veltroni o Prodi, verrebbe additata di lesa maestà, un “si ma..” è segno inequivocabile di una netta presa di distanza.

D’altronde anche all’interno dell’ala renziana si sta aprendo un dialogo, espressione solitamente usata al posto di scontro, che nasce proprio dalla Toscana: due candidati per la carica di segretario regionale, entrambi renziani d’antica origine, uno, Massimiliano Pescini, uomo indicato da Lotti (e quindi da Renzi), l’altro, Federico Gelli, ex deputato dem d’area e amico storico dell’ex Segretatio dai tempi degli scout, candidatosi in contrapposizione al primo nel tentativo di “ricostruire una comunità”che coinvolga di nuovo le altre esperienze della sinistra.

L’episodio è interessante per due motivi fondamentali: il primo è che fino ad oggi la corrente renziana si era dimostrata granitica, accettando talvolta anche l’imposizione di uomini distanti dal territorio e utili esclusivamente alle logiche di palazzo, evidenziando peraltro un acume politico abbastanza limitato di parte del “giglio magico” nella ricerca dei voti. La proposta di Gelli, sotto questo punto di vista, sembra proprio l’essersi resi conti che la massa critica di consensi derivanti dal vecchio PC, anche in Toscana, non esiste più e che occorre quindi tornare a presentare candidature di uomini che, in primo luogo, sappiano stare nel territorio a cercare voti.

Il secondo aspetto è invece quello che ripropone anche in chiave renziana e locale il dibattito che, più in generale percorre il PD, fra due differenti visioni strategiche: una che vuole una nuova unione di tutto l’elettorato progressista, una sorta di ulivo 2.0 e l’altra che invece, reticente a confrontarsi sulle classiche categorie della politica destra/sinistra, cerca di unire i moderati, riformisti e liberali, sul modello di En Marche tentando di approfittare delle masse di elettorato moderato che oggi si sentono scarsamente rappresentate.

In realtà l’intervento di Veltroni evidenzia anche aspetti interessanti ed offre spunti per avviare un nuovo discorso nel campo del centro-sinistra, senza tuttavia, a parere di chi scrive, superare nessuno dei limiti storici che tenta di indicare: ad esempio, evidenziare che attualmente la scena politica sia governata da un meccanismo fondato sull’ incremento delle paure e che un partito riformista debba invece proporre un “sogno” può anche essere corretto. Quel sogno però diventa poi una promessa e se quella promessa rimane inevasa crea un danno enorme nella fiducia degli elettori.

In realtà, i grossi limiti, non solo dell’intervento di Veltroni, ma di tutta questa fase di congresso permanete a mezzo stampa del PD, non sono tanto le singole posizioni; non è tanto il capire se sia meglio ricostituire una sorta di ulivo o cercare voti fra gli orfani dell’elettorato moderato; non è nemmeno lo scontro fra chi vorrebbe sottrarre i 5 Stelle all’alleanza con la Lega e chi li ritiene incompatibili con la cultura politica democratica. Il vero limite è che tutto questo appassiona ed interessa agli elettori quanto un “film cecoslovacco…ma con sottotitoli in tedesco!”.

Non sono i temi, è l’impossibilità di allontanare quella sensazione di sottofondo che tutti questi ragionamenti, anche di spessore a volte, siano semplicemente un tentativo di posizionamento per ricavare spazi di questo o di quel politico; è l’idea che alla base del dibattito l’elettore non veda assolutamente la tutela dai propri interessi. Peggio, che spesso dietro ci sia solo la volontà di sistemare questioni personali fra dirigenti che, umanamente prima ancora che politicamente, non si sopportano più da tempo.

Un po’ come nella vicenda LeU, sulla quale nessuno mai mi toglierà dalla testa che l’unico reale motivo fosse il profondo e reciproco starsi sulle scatole di D’Alema (plus guests) e Renzi; un po’ come la vicenda dei due fratelli Dassler che, tanto non si sopportavano più, da decidere di dividere la società di famiglia che produceva scarpe sportive in due distinte aziende concorrenti, con la differenza non da poco che i due fondarono due marchi entrambi di successo (Adiddas e Puma), PD e LeU invece hanno messo in atto una ineccepibile trattativa lose to lose.

Viene in mente uno stupendo Guzzanti mentre, interpretando Bertinotti, diceva “invece di essere uniti nonostante le diversità, dividiamoci anche se la pensiamo tutto sommato allo stesso modo”.

Lo ripeto, non sono le idee, tutte di per sé valutabili e interessanti, è la completa assenza di fiducia in questi uomini, visti per troppo tempo più abili nell’esporre tesi politiche che nel risolvere problemi. A volte a ragione, altre a causa di campagne mediatiche, peraltro non di rado tutte interne al partito, ma tant’è. una volta smarrita la fiducia è difficile che venga recuperata.

Veltroni pone giustamente un tema: il Partito Democratico non deve vergognarsi delle proprie battaglie e le deve rivendicare; deve ad esempio sostenere con forza l’europeismo e l’accoglienza. Ma se chi porta il messaggio non è credibile sarà impossibile farlo attecchire, convincere l’elettorato che quei valori sono proposti realmente per il suo interesse ed in sua tutela. Walter e molti altri big del partito dovrebbero forse valutare l’ipotesi che, se realmente sono convinti del valore delle proprie idee, del fatto che siano utili al paese, non possano essere loro i volti che le facciano entrare nelle teste degli italiani.

Zingaretti ha detto che al PD serve una classe dirigente completamente rinnovata. Forse su questo ha ragione, qualcuno che quando avanza una proposta non si senta rispondere “hai governato fino a ieri, perché non lo hai fatto?”.  Chissà se nel ragionamento includeva anche la sua persona.