SI SPOSANO DOPO AVER VISTO LA VITA CROLLARE SU DI LORO

 

 

 

 

Natasha Yelina ucraina di 43 anni e il suo compagno Eugeniu Babin di 34, sono un segno, un messaggio di luce e di speranza di cui dobbiamo nutrirci durante questo periodo che ci sta travolgendo. Ci sono stati drammi che hanno sconvolto vite. Le hanno distrutte, annientante, cancellate. Il crollo del Ponte Morandi a Genova ha ucciso 43 vittime, con 9 feriti, 558 sfollati da case che saranno abbattute, ha spazzato via in tutti loro ma anche dentro di noi, una visione del futuro. Abbiamo capito che nulla è certo. Tranne l’istante che vivi. Quante persone che stavano vivendo la loro vita affollata di pensieri, di impegni, persone che stavano organizzando la loro esistenza, le loro aspirazioni, i loro sogni, le loro fantasie, improvvisamente si sono trovati a volare nel vuoto. In un vuoto che li ha sommersi di macerie che hanno tappato la loro bocca e i loro sogni.
Sono morti per colpa di qualcun altro, per l’epilessia del potere, per la malnutrizione del buon senso, per una coscienza macchiata di sangue. Natasha ed Eugeniu che vivevano da 13 anni insieme a Santa Maria Capua Vetere quel maledetto 14 agosto alle 11.36, erano su quel ponte. Stavano andando in vacanza. Avevano pensato alla Costa Azzurra, una terra di sole, divertimento e per loro miraggio che si stava avverando. Improvvisamente, mentre percorrevano il ponte Morandi, lo hanno visto alzare. Un attimo, un secondo della vita in cui o vivi o muori. Mentre il sole splendeva loro si tenevano per mano e non sapevano se avrebbero avuto altri momenti per guardarsi negli occhi, per pensare alla loro futura casetta, al primo bambino e al suo nome. Si sono tenuti per mano mentre quel sole trafiggeva le loro solitudini e si sono trovati intrappolati in cinquanta centimetri di spazio, al buio, sotto i piloni e le macerie. Da vivi a morti, in quel piccolo canale in cui o respiri o soffochi. Erano sotto le macerie, con pietre che gli bloccavano i movimenti e le schegge che entravano nella loro bocca. Non capivano più se fossero all’Inferno o in Paradiso. Stretti tra la vita e la morte. Ma il destino che disegna la sorte di tutti noi, aveva deciso che dopo la caduta rimanessero insieme. Mano nella mano. Mentre il sole pugnalava i profili di umanità distrutte. Hanno incominciato a suonare il clacson finché la batteria non si è esaurita, finché qualcuno li sentisse, perché il loro amore non finisse così come nelle favole. Dove il cattivo vince sempre. Hanno suonato, hanno suonato fino a morirne per farsi sentire. E qualcuno, non so chi, Il Dio di ognuno di noi, dopo 4 ore catturati in 50 centimetri di spazio, tra la morte e la voglia di vedere quel sole che stava trapassando tutte le solitudini, li ha trovati. Li hanno trovati i Vigili del Fuoco. I Santi dei nostri millenni. Hanno rivisto il sole, il cielo, i loro desideri e il loro incanto. Avevano ancora le mani intrecciate tra loro, gli occhi incollati e le bocche unite in un unico bacio. La morte annuncia la vita: il bello e il brutto, il male e la speranza. E noi dovremo prendere esempio da queste due splendide persone che dopo essere state ricoverate nell’Ospedale “San Martino “ di Genova e anche nella stessa stanza, hanno deciso di sposarsi. Le loro mani non si sono mai staccate mentre il sole penetrava nella solitudine dei familiari dei 43 morti del Ponte Morandi. 43 morti per aver creduto nelle Istituzioni. Natasha ed Eugeniu hanno deciso di sposarsi, di costruire una famiglia, di ringraziare il loro Dio per aver fatto capir loro cos’è la morte.
Non si può scegliere il modo di morire. E nemmeno il giorno. Si può soltanto decidere come vivere. Ora. E Natasha ed Eugeniu hanno deciso. Mentre il sole penetrava nei loro occhi. Ma quelli che li hanno visti hanno detto che si cercavano, e le loro mani si intrecciavano in un’unica carezza. Mentre il sole invadeva la loro meraviglia.