L’AVEVO CONOSCIUTO SU FACEBOOK. POI MI HA MANGIATO IL CUORE

 

 

DI CLAUDIA PEPE

L’avevo conosciuto su Facebook: all’inizio brevi messaggi cortesi, poi poco alla volta questa penna che mi adulava, mi corteggiava, mi faceva sognare, mi ha conquistata. Io non ho nome, figuriamoci se trovo il mio nome quando non trovo più la mia anima, Chiamatemi Gelsomina come l’interprete del film di Fellini:” La strada”. Il mio Zampanò mi ha invitato a prendere un drink in centro a Parma. Io ho 21 anni la stagione dell’amore quello che non ho mai gustato: giusto le prime cotte da ragazzina, ma mai un amore vero. Lui, quello che mi ha ammazzato non fisicamente, ma nel cuore, è un pezzo grosso nella nostra città. È un imprenditore, ha 46 anni, una certa fama. Non mi sembrava vero, uno degli uomini più ricercati voleva me, voleva Gelsomina. Mi ha conquistata, con i suoi modi gentili, mi baciava la mano mi faceva sentire la principessa che ho sempre sognato da bambina durante le ore di antologia. Sognavo il mio principe, ma all’improvviso come la luna cambia posizione e chiarore, il mio principe si è trasformato in un Zampanò qualsiasi. Un Zampanò che non ha nulla da spartire con l’originale. Si chiama Federico Pesci e ha sempre avuto una reputazione intoccabile. Io, Gelsomina adulata, lusingata, meravigliata dopo quei fiori e quell’aperitivo ho detto sì. Ho detto sì ad invito a casa sua. Ho detto sì, ho creduto di iniziare una storia d’amore, la mia storia d’amore, la mia vita, il mio futuro. Dal momento che ho messo la mia scarpa da Cenerentola a casa sua, sono diventata non solo Gelsomina, ma anche un animale al macello. Zampanò ha cominciato a telefonare. Io non capivo nulla. Telefonava al suo compagno di mattatoio Wilson Ndu Anyem, pusher nigeriano 53enne chiamato da Zampanò per una dose di droga. Droga a fiumi, forse ne hanno dato anche a me, ma non ricordo nulla. Mi hanno violentata per 5 ore hanno usato strumenti e mentre introducevano nel mio corpo tutto quello che avevano già programmato, le mie gambe, le mie braccia, i miei occhi e il mio spirito si è spento poco a poco. Mi hanno preso come un animale, come una belva da domare. Zampanò mi ha atterrata da un colpo di frusta alla schiena e, immobilizzata, mi ha legata mani e polsi. Aveva in casa una vera attrezzatura per le pratiche fetish ed ha anche utilizzato un morso sferico, per impedirmi di gridare o chiedere aiuto. Per 5 ore sono stata martoriata, straziata e abusata da Pesci e dal pusher. Mentre continuava ad entrare droga in quella villa. Io, Gelsomina con il trucco che scendeva in una macchia di dolore, i miei vestiti indossati per incontrare il mio principe azzurro, trasformati in una pozzanghera di fango. Io, Gelsomina trasformata in una povera ragazza che non aveva neanche le lacrime per inghiottirle in silenzio. Dopo avermi introdotto di tutto nel mio corpo ormai diventato il tappeto di Zampanò, alle 7 del mattino mi ha congedato chiamando un taxi e rimandandomi a casa. Io e quello che restava del mio corpo e la mia morte. Sono arrivata a casa ma l’imbarazzo, il pudore, la paura non mi ha fatto più parlare. Non mi ha fatto più parlare, mangiare, abbracciare, cantare l’allegria, profumare di sogni e di fantasie. Zampanò aveva compiuto la sua missione. Uccidermi per abbandonarmi su una spiaggia di solitudine ad annegare nel mio dolore e nella mia ingenuità. Ma le madri annusano, sentono e vedono oltre i maglioni e oltre la finta normalità che reciti con i singulti che ti rimbombano dentro le ossa. Si è accorta dei lividi, della pelle bluastra, del mio sorriso che non alzava gli occhi, delle mie parole che singhiozzavano. Mi ha portato all’ospedale e le hanno detto quello che mi avevano fatto. Per una madre penso sia il dolore più grande dopo la morte della propria figlia. Ho 45 giorni di prognosi e una vita per dimenticare. Non so se ce la farò anche se la polizia ha arrestato Federico Pesci e il suo pusher Wilson Ndu Anyem. Loro ne avranno per poco, io, Gelsomina. Mi accascerò su una spiaggia dove sentirò il mare, e guardando il tramonto e il mio corpo piegato, penserò che solo un piccolo uomo usa violenza sulle donne per sentirsi grande ricordandomi che il colore dell’amore è rosso passione, non viola tumefatto. Ah, Zampanò ha detto che mi sono inventata tutto. Vorrei prendergli le mani e consegnargli il mio cuore nelle sue mani. Ma potrebbe anche mangiarselo.