DIRETTIVA SUL COPYRIGHT: LA GUERRA TRA LOBBY CHE STRITOLA GLI AUTORI

DI FRANCESCA CAPELLI

Un appello a favore del diritto d’autore, inviato da Sammy Ketz, responsabile dell’ufficio di Baghdad dell’agenzia France Press. La lettera è stata sottoscritta da 103 giornalisti europei tra cui molti italiani, soprattutto dipendenti del gruppo Gedi (quello della Stampa di Torino, del Secolo XIX di Genova e varie testate locali).
Il motivo è il voto sulla riforma del copyright europeo, previsto nelle prossime settimane all’Europarlamento. Nel mirino ci sono due articoli. L’articolo 11, che prevede che chiunque diffonda contenuti di informazione debba pagare un compenso all’editore che li ha pubblicati (che a sua volta dovrà poi pagare gli autori). Il diritto di autore si estenderebbe anche alle anteprime (titolo e foto) degli articoli generate quando li si posta su un social network. Le piattaforme sostengono che pubblicarle favorisca gli editori, dal momento che buona parte del traffico di questi ultimi deriverebbe in gran parte dalle anteprime diffuse dai social. Cosa vera solo in parte, perché molti lettori non approfondiscono e restano sulle piattaforme, tanto che ormai chi vuole uno spazio pubblicitario lo mette direttamente su Google o Facebook.
Secondo punto contestato: l’articolo 13, che imporrebbe alle piattaforme digitali un filtro automatico (lo usa già Youtube) che verifichi se un contenuto sia o meno coperto dal diritto d’autore, bloccandone – in questo caso – la diffusione.
Alla direttiva si oppongono le piattaforme di Internet, ma anche Tim Berners-Lee, il creatore del Web, e istituzioni scientifiche come il Max Planck Institute. Sostengono che se passa la riforma, come l’Europarlamento sembra orientato a fare, la Rete non sarà più il luogo in cui ci si può scambiare contenuti liberamente.
Chi le sostiene, cioè gli editori, afferma che gli utili delle piattaforme online sono tali che il pagamento di royalties inciderebbe marginalmente.
Chi ha ragione? Nessuno, perché il dibattito sul diritto d’autore si è trasformato in un braccio di ferro tra i grandi gruppi editoriali e i colossi di Internet. E a restare fuori sono proprio loro, coloro che la legge vorrebbe tutelare: gli autori e le autrici. E gli stessi quotidiani cartacei, ora tanto solerti nella difesa della libertà di stampa, non esitano a loro volta a violare i diritti altrui.
Due casi emblematici. Il primo riguarda il braccio di ferro, nel 2014, tra Amazon e Hachette per il prezzo di vendita degli e-book. Hachette aveva rifiutato di abbassarlo, come richiesto da Amazon, ma aveva poi accusato Amazon di boicottare i propri prodotti. In realtà si trattava di un conflitto nato molto prima, quando Hachette e gli altri Big Five (Penguin Random House, Macmillan, HarperCollins, e Simon&Schuster) avevano detto no all’operazione Kindle Unlimited, un servizio di lettura in streaming, basato sulla possibilità di accedere a oltre 600mila titoli per 9,99 dollari al mese. Una formula che lasciava aperte molte questioni, dal calcolo delle royalties agli autori (lo streaming non è una vendita tradizionale ma una specie di “affitto” temporaneo del libro, che resta online), al fatto che lo streaming avrebbe potuto cannibalizzare le vendite vere e proprie, trasformando Amazon in un concorrente degli editori. Alla fine si arrivò a un accordo che lasciava ad Hachette l’autonomia di fissare il prezzo. Tanto che per l’occasione Roxana Robinson, presidente della più antica società di autori degli Usa (Authors Guild), si congratulò con Hachette per la vittoria, invitando a quel punto la casa editrice ad alzare le royalties previste per i propri autori.
Il secondo caso riguarda l’Italia. Nel 2015, dopo l’attentato nella sede della rivista Charlie Hebdo a Parigi, il Corriere della Sera uscì con un instant book de 300 pagine (“Je suis Charlie. Matite in difesa della libertà di stampa”), che raccoglieva le vignette che molti illustratori italiani avevano prodotto e messo in Rete in segno di solidarietà verso i colleghi francesi. Peccato che nessuno avesse chiesto il permesso degli autori.
Poco importa che l’editore avesse dichiarato la sua disponibilità a riconoscere il dovuto agli aventi diritto o che la finalità dell’iniziativa fosse la beneficenza alle famiglie delle vittime. Resta il fatto che quello d’autore è un diritto non solo patrimoniale, ma anche morale – irrinunciabile, inalienabile e imprescrittibile. Il problema, insomma, non era solo il riconoscimento economico legato allo sfruttamento commerciale dell’immagine, ma anche il diritto dell’autore di negare il permesso di pubblicare la propria opera.
Cos’hanno in comune questi due casi? Innanzitutto il fatto che i grandi esclusi dalla discussione sul diritto d’autore siano proprio gli autori. Che spesso ricevono compensi ridicoli rispetto ai profitti delle grandi imprese, per non parlare dei compensi ancora più bassi di chi lavora per i grandi gruppi di internet: redattori, grafici, giornalisti, illustratori. Un esercito malpagato e sfruttato, che fa pensare alla proletarizzazione dei colletti bianchi nella Germania dei primi anni ’30, descritta da Siegfried Kracauer in un libro che in Italia è pubblicato da Einaudi con il titolo “Gli impiegati”.
Eppure, pochi di loro si rendono conto di essere parte del solito conflitto: capitale e lavoro che si contendono il plusvalore. Sembrano invece affetti, come dice la ricercatrice dell’Universidad de Buenos Aires Beatriz Busaniche, da una sorta di sindrome di Stoccolma, che li spinge a identificarsi con il capitale e a far coincidere i propri interessi con quest’ultimo, che magari paga in ritardo e imbroglia sulle copie vendute.
Ma il nemico numero 1 diventa il pubblico, spostando il conflitto su un altro asse: il diritto d’autore contrapposto al diritto ad accedere all’informazione e all’educazione. Per esempio, la possibilità che uno studente che vive in un paese dove è molto costoso fare arrivare copie di determinati libri, li fotocopi senza incorrere in violazioni della legge.
Peccato che in questo conflitto a essere tutelati non siano il lavoro, le energie, la creatività e gli sforzi degli autori, ma i profitti delle grandi corporation.
A complicare ulteriormente la situazione, il passaggio dal supporto cartaceo al digitale, che apre nuove questioni. Prima tra tutte, la scarsa propensione del lettore a pagare per accedere i contenuti che trova in Rete. I motivi? Visto che già paga per la connessione a Internet, sarà poco disposto a sottoscrivere un abbonamento a un giornale, perché avrà la sensazione di pagare due volte lo stesso servizio (è come dire che, se pagasse un biglietto per entrare in libreria, si sentirebbe autorizzato a portarsi via qualche volume gratis).
Il punto è che il digitale separa il contenuto dal supporto. Chi compra un e-book compra un bene immateriale, diventa utilizzatore di un certo file, ma non proprietario, tanto che gli editori proteggono l’e-book con un sistema di criptazione e ne rendono impossibile o molto difficoltosa la duplicazione, cosa che non avviene con il libro cartaceo. Così, se nessuno mi può impedire di prestare un volume della mia biblioteca, non posso però passare ad altri il file di un e-book comprato online. Se il digitale, in teoria, separa contenuto e supporto, dall’altra vincola quel contenuto a un singolo supporto (un pc, un lettore kindle o un tablet). Se volessi prestare il libro, dovrei prestare all’altra persona anche il mio computer o il mio lettore. In altre parole: non solo compro un contenuto anziché un oggetto, ma di questo contenuto non posso disporre liberamente.
Di certo siamo in una fase di cambiamento profondo. “E le leggi attuali e le pratiche di tutela del diritto d’autore non riescono più a soddisfare la loro funzione”, dice Antonino Attanasio, avvocato, PhD in Economia e direzione delle imprese pubbliche e magister in Diritto, economia e tecnologie informatiche. “Sono norme vecchie per un settore in continua evoluzione, non sono in grado di regolare media che superano i confini nazionali e non contemplano tutte le situazioni che possono verificarsi. Immaginiamo per esempio che qualcuno diffonda in Rete il mio libro e che migliaia di persone lo scarichino. Come posso quantificare il danno? Devo dimostrare che il libro sarebbe stato letto dallo stesso numero di persone, anche se non fosse stato gratis”.
Le leggi sono molto rigide e standardizzate. “Non è pensabile”, dice Attanasio, “tutelare nello stesso modo chi scrive o edita un best seller e chi un’antologia di poesie, un saggio filosofico, o un manuale di informatica, che dopo un anno è già obsoleto. Anche le violazioni dei lettori non sono tutte equivalenti. Un pirata informatico che viola il copyright per ottenere un vantaggio economico non è uguale a un disabile che modifica un file per riuscire a utilizzarlo meglio”.