LIBIA: CHI SALVERA’ TRIPOLI? CHI SALVERA’ LA PACE? CHI SALVERA’ L’ ITALIA?

DI ALBERTO TAROZZI

Stato d’emergenza a Tripoli, proclamato dal premier Serraj, fragile alleato dell’Italia in Libia, in seguito a scontri tra le milizie, che hanno determinato una quarantina di morti e che vedono l’epicentro nei territori che vanno dalla zona sud della città all’aeroporto di Mitiga.

Formalmente, preoccupazione è stata espressa oltre che da Roma, anche dalle Nazioni Unite, dalla Francia, dagli Usa e dalla Gran Bretagna. Ma ciascuno gioca una partita differente.
Quel che è certo è che la nostra alleanza con Serraj ci costa parecchio. Le brigate che hanno proclamato l’attacco a Tripoli, per liberarla dalle milizie corrotte, alleate del premier, sono probabilmente quelle che ieri hanno mancato di poco l’ambasciata italiana con un colpo di mortaio.

Solo una bega interna tra milizie oppure, dietro il paravento dello scontro locale, si cela una guerra per procura delle potenze straniere? Quello che è certo è che riesce difficile raccapezzarcisi, tra i fedelissimi di Serraj, oppure quelli della lontana, ma non troppo, Cirenaica del governo Haftar a Bengasi; per non parlare del fatto che pare si siano messe in gioco pure le enigmatiche milizie di Misurata, potentissime militarmente, ma non sempre esplicite nella scelta dei loro alleati. Tanto è vero che lo stesso Macron fatica, o per lo meno ha faticato finora, nell’accaparrarsene i favori per il suo funambolico progetto di elezioni in tempo di guerra, che vorrebbe realizzare a dicembre.

Al momento, più che fornire risposte, proviamo quanto meno a formulare le domande che ci sembrano consentire di leggere meglio una realtà in continua evoluzione.
Chi salverà Tripoli?
Chi salverà la pace?
Chi salverà l’Italia?

Per Tripoli potrebbe essere questione di ore. Gli appelli in questi casi valgono poco se non sono sostenuti dalle armi e le armi che potrebbero salvare Serraj sono in mani statunitensi, con un premier che ha più volte ribadito una forte reticenza ad impegnarsi fuori casa. Al di là di Trump ci potrebbe essere, guarda caso, l’Italia, interessata a difendere il suo alleato più importante ancorché fragile. Ma più che le armi potrebbe salvare Tripoli una mediazione del Consiglio degli anziani, realtà imperscrutabile per un analista occidentale, che rimanda a poteri locali che hanno invece una influenza fortissima in situazioni prebelliche come quelle che stiamo vivendo.

Per quello che riguarda la pace, dovremmo dire che ci è invece abbastanza chiaro solo quello che ha determinato una recrudescenza bellica. Il tanto auspicato, da noi, ridursi del traffico dei profughi, ha allentato il giro del business locale e la circolazione di quella ricchezza che affievolisce gli spiriti guerrieri. Da qui le accuse degli uni agli altri di affamare la gente mentre taluni miliziani si sono arricchiti. Oppure, sempre a partire dal business che si riduce, l’aumento delle tariffe imposte agli aspiranti migranti, segregati per tempi sempre più lunghi nei lager, nell’attesa che le famiglie forniscano ai trafficanti un supplemento del prezzo del biglietto che compensi le difficoltà di un trasporto che trova minore consenso nella guardia costiera locale.

E veniamo ai nostri interessi come Italia. Ovvio che non ci può stare bene un conflitto che vede presa di mira la nostra ambasciata. Ma nel caso che si riesca a superare questa prima fase esplosiva e incontrollata, quali spazi abbiamo di contare ancora qualcosa, da quelle parti, sul piano economico, visto che qualcuno con la r moscia ha deciso di farci fuori? Tutto sta nella nostra capacità di costruire alleanze che ci permettano di recuperare buoni rapporti col leader di Bengasi, il filofrancese Haftar, o quanto meno di contenerne i successi sul campo. Qui, avendone il tempo, si potrebbero riaprire alcuni giochi. In primo luogo con l’Egitto, in ottimi rapporti politico militari con Bengasi e che sta vivendo un crescendo di maggiori convergenze di interessi con noi nel ramo petrolio e dintorni . Di qui con la Russia di Putin, in ottimi rapporti anch’essa col Cairo e con Bengasi e disposta forse ad accoglierci per spartire la torta, con una disponibilità superiore a quella di Macron. Ci sarebbero anche, prioritarie in quanto formalizzate, le nostre convergenze di vedute sia con Washington che con le Nazioni unite. Con loro qualche pacca sulla spalla ce la guadagneremo di sicuro. Ma in tempo di guerra la pacche sulla spalla ti portano poco lontano e rischiano pure di farti sbagliare la mira.

Comunque la si giri, è il tempo, un tempo che corre in fretta, la variabile che deciderà molte cose e si tratta di una variabile che non pare giochi troppo a nostro favore.