5 SETTEMBRE 1938, IL FASCISMO VARÒ LE LEGGI RAZZIALI. CHI SCRISSE IL MANIFESTO DELLA RAZZA?

DI RAFFAELE VESCERA

Virginio Gayda fece carriera alla corte del duce. Diventato direttore del Giornale d’Italia, organo del regime, ricoprì il ruolo di portavoce in ombra di Mussolini. Un decennio dopo, avrebbe scritto il manifesto della razza in appoggio alle leggi razziali. Caduto il fascismo nel ’43, si sarebbe rifugiato nell’ambasciata giapponese a Roma. Sarebbe morto un anno dopo, nel crollo della sua casa bombardata dagli alleati, mentre prendeva lezioni d’inglese da un’anziana signora. Il convinto nazionalista imparava la lingua per trattare il suo futuro, preparandosi a passare nel campo avverso, per riciclarsi come democratico. Così avrebbero fatto molti fascisti, mossi da una sfrenata ambizione di potere, da soddisfare gabbando il prossimo, accompagnata dal carattere tipico del piccolo borghese che invoca guerre e aggressioni di Stato, la vigliaccheria, mascherata dal verbo violento. Dopotutto, a detta di Platone, si vuole ciò che non si ha e si ama ciò che non si è.