SVEZIA, AVANZERÀ LA DESTRA: TRA PAURA MIGRANTI E AUSTERITY SENZA RAGIONE

DI ALBERTO TAROZZI

Tempo di elezioni domenica, nella Svezia che si prevede socialdemocratica ancora per poco.
Sistema proporzionale con i sondaggi che prevedono un’impasse.

In breve: al 40% la coalizione di centro destra; al 30 % quella di centro sinistra; al 20% l’estrema destra; al 10% la parte della sinistra già oggi all’opposizione.
Gli sguardi degli osservatori puntati sull’estrema destra in ascesa (“Svezia democratica”), con un passato di contaminazioni filonaziste addolcito da qualche blanda apertura all’integrazione dei migranti per fare breccia nell’elettorato di centro.

I migranti come questione al centro del dibattito: problemi reali, pretesti, analisi superficiali o parziali.
D’altronde quante volte ci siamo sentiti dire, da una sinistra autolesionista, che i nostri problemi dell’accoglienza sono bazzecole rispetto a quelli degli svedesi, numeri alla mano? Ragionamenti logici in astratto, ma la realtà pone interrogativi più complessi. Facile la risposta delle destre: se un’accoglienza a braccia aperte ha fatto saltare i nervi a qualche svedese benestante cosa c’è da meravigliarsi se nella povera Italia il razzismo ha preso piede?
In realtà si tratta di questioni poste male e di risposte ancora peggiori.

Innanzitutto una differenza da chiarire: nella Svezia dagli spazi sconfinati e disabitati non dovrebbe esistere un problema della casa (e invece sussiste ed è antecedente l’arrivo in massa dei migranti). Peraltro, sulla carta, la Svezia, come oggetto del desiderio e punto di arrivo dei processi migratori avrebbe in teoria i requisiti per costituire un paese dove aspirazione del migrante e l’offerta di lavoro si incontrano meglio che altrove, a differenza dell’Italia, luogo di passaggio che diventa residenza coatta….e viceversa anche lassù il migrante può ristagnare per due anni incolpevole, ma a spese di un welfare sostitutivo di un lavoro che latita.

E ancora, come da noi, il boom degli arrivi (5 volte più elevato del nostro) si è concentrato in un anno, nel 2015, poi si è notevolmente ridotto, ma tracce di tensione permangono.
Tutta colpa di una mancata integrazione e di un eccesso di accoglienza, dunque, se oggi in Svezia qualcuno di troppo ama le destre?
Anche, ma pare invece che il nocciolo del problema stia altrove e che, pensando all’Italia, possiamo vedere che, anche in situazioni profondamente diverse, errori analoghi di politica economica producono analoghi disastri.

Le differenze macroscopiche: pil svedese con un incremento annuo oltre il 3%; un bilancio non solo in pareggio ma in surplus da 4 anni; assenza di imperativi categorici da parte della troika; niente euro ma la sana e vecchia corona gestibile su scala locale e sovrana.
Eppure il prodotto non cambia, nonostante i fattori siano totalmente differenti: tagli alla sanità, ospedali chiusi, liste di attesa, disoccupazione al 7% (mai vista nel paese). Inoltre case supercostose, effetto perverso di tassi di interesse molto bassi che hanno spinto la domanda e la contrazione di mutui, innalzando il prezzo e incrementando il numero degli acquirenti inadempienti.

Tasse alte come ai vecchi tempi della socialdemocrazia trionfante, ma welfare a brandelli, come in un’Italietta qualsiasi.

Colpa dei migranti? Se pure esiste, rappresenta percentualmente uno zerovirgola, perché tutti i consueti indicatori di un “eccesso” di spesa a loro favore paiono non attribuire agli stranieri “colpe” di qualche peso significativo.
Infatti non esiste debito, non si può parlare di un pil che arranca; esiste invece un’austerity fatta in casa, senza imposizioni Ue o Fmi. Il terrore autoprodotto di un disavanzo nemmeno sfiorato.
In breve, il quadro è quello delle scelte che ci ammazzano provenienti da poteri esterni, con la differenza che da quelle parti ci si fa del male da soli, come ci segnala Paolo Barnard in un suo post con qualche passaggio scivoloso, ma ricco di intuizioni.

A condizioni diverse, rispetto alle nostre, seguono però terapie, non dovute ma analoghe: tagli e tasse. E, come da noi, l’immagine che qualche straniero se la passi, per una serie di circostanze perverse, meglio di qualche indigeno.
Ed è subito razzismo.

Ma almeno in questo caso è chiaro che non sono i migranti a determinare il debito che non c’è, ma piuttosto che è l’ingiustificato terrore del debito ad ingigantire le questioni poste dai migranti.
Abbiamo scritto che “è chiaro”. Dovrebbe esserlo: quanto tempo dovrà passare prima che lo sia veramente?